Tutor a raffica. Quale il giudice competente per il ricorso?

Cassazione, sez. VI, 11 giugno 2012, n. 9486

 

L’art. 22, comma 1, della L. 24/11/81 n.689 e l’art. 204 bis del CdS dispongono che gli interessati possono proporre opposizione davanti al giudice del luogo in cui è stata commessa la violazione. Epperò, la violazione accertata con il sistema SICve (Sistema informativo controllo della velocità) c.d. “Tutor”, (come è avvenuto nel caso in esame) si distingue nettamente dai classici sistemi automatici di controllo della velocità, c.d. “Autovelox”, poiché rileva non la velocità istantanea di un veicolo in un dato momento ed in un preciso luogo, ma la velocità media di un veicolo in un certo tratto di strada, che può essere ricompreso tra due Comuni diversi. Pertanto, non potendo conoscere con precisione il punto esatto in cui il conducente di un’auto ha superato i limiti di velocità, per stabilire il giudice competente a conoscere dell’opposizione potrà utilmente farsi ricorso all’art. 9 cpc. laddove prevede che se la competenza non possa essere determinata secondo il principio generale di cui all’articolo precedente (ossia con riferimento in cui il reato è stato consumato), la competenza è del giudice dell’ultimo luogo in cui è avvenuta una parte dell’azione o dell’omissione.

Pertanto, se il veicolo percorre un tratto di strada compreso tra due Comuni limitrofi si deve ritenere che la competenza territoriale è del Giudice di Pace dove è situata la porta di uscita del sistema Sicve

 

 

Cassazione, sez. VI, 11 giugno 2012, n. 9486

(Pres. Goldoni – Rel. Scalisi)

 

Fatto e diritto

Preso atto che:

K.S.Y. con ricorso del 4.4.2008 proponeva opposizione avverso il verbale di contestazione n. … con il quale gli agenti di Polizia Stradale di Sondrio le avevano contestato la violazione dell’art. 142 comma 8 CdS, per fatto accertato il … alle ore 13.20.36 sull’autostrada A4 To-Ts nel tratto compreso fra il km 43.900 sito nel territorio del comune di … ed il km. 36.600 sito nel comune di … . La ricorrente deduceva l’emissione di altri tre verbali di infrazione nello stesso giorno e in un arco temporale limitato chiedendo in via preliminare che venisse disposta la riunione di tali opposizioni proposte rispettivamente innanzi al GdP di Rovato (BS) di Grumello del Monte (BG) e di Monza.

Nelle more del giudizio il GdP di Rovato (BS) dichiarata la connessione della causa iscritta presso di lui con quella pendente avanti al Giudice di Pace di Bergamo ne disponeva la riassunzione nel termine di tre mesi e la signora K.S.Y. procedeva come ordinato.

Con decreto n. 76/09 il Giudice di Pace Coordinatore di Bergamo rilevata la sussistenza di connessione oggettiva e soggettiva fra le cause iscritte al n. 2281/08 e n. 4560/09 assegnava entrambe la causa al GdP di Bergamo affinché procedesse alla trattazione congiunta delle stesse.

Il GdP di Bergamo esaminata la documentazione depositata, ha chiesto, a questa Corte Suprema di Cassazione,, regolamento di competenza, ai sensi dell’art. 45 cpc ritenendo che nel caso in esame non sia applicabile il principio del concorso formale far le violazioni ex artt. 8 comma 1 legge n. 689/81.

Considerato:

1.- Intanto è bene evidenziare che in tema di sanzioni amministrative, la competenza per territorio a conoscere dell’opposizione al verbale di accertamento di infrazione di norme della circolazione stradale, ha natura inderogabile, ai sensi dell’art. 204-bis C.d.S. (Cass., Sez. 2, 23 novembre 2006, n. 24876). E poiché a tali illeciti amministrativi non si applica l’istituto della continuazione cosi come disciplinato dall’art. 81 cod. pen. (Cass., Sez. 1, 16 dicembre 2005, n. 27799; Cass., Sez. 1, 11 giugno 2007, n. 13672; Cass., Sez. 2, 8 agosto 2007, n. 17347), è da escludere che la connessione derivante dalla reiterazione della condotta abbia un effetto processuale tale da determinare l’attrazione della competenza in favore del giudice di pace competente per l’opposizione avverso il verbale concernente l’accertamento della prima violazione.

2.- E di più, le violazioni rilevate a distanza di diversi minuti e chilometri non possono integrare un unico accertamento di violazione in quanto non è ravvisabile alcun vincolo di continuità e/o di unicità nella commissione delle violazione contestate come prevista invece dall’art. 198 comma 1 CdS. Come correttamente ha evidenziato il GdP di Bergamo le violazioni sebbene commesse nello stesso giorno ed in rapida successione risultano rilevati in tratti autostradali ben determinati da specifica chilometrica, in orari e località diverse così come verbalizzate dalle diverse sezioni di Polizia Stradale e ritenuto di conseguenza che le violazioni sono corrispondenti alle rilevazioni effettuate (il corsivo, per errore materiale di battitura non era stato riportato nella relazione originale).

3.- Va altresì osservato che l’art. 22, comma 1, della L. 24/11/81 n.689 e l’art. 204 bis del CdS dispongono che gli interessati possono proporre opposizione davanti al giudice del luogo in cui è stata commessa la violazione. Epperò, la violazione accertata con il sistema SICve (Sistema informativo controllo della velocità) c.d. “Tutor”, (come è avvenuto nel caso in esame) si distingue nettamente dai classici sistemi automatici di controllo della velocità, c.d. “Autovelox”, poiché rileva non la velocità istantanea di un veicolo in un dato momento ed in un preciso luogo, ma la velocità media di un veicolo in un certo tratto di strada, che può essere ricompreso tra due Comuni diversi. Pertanto, non potendo conoscere con precisione il punto esatto in cui il conducente di un’auto ha superato i limiti di velocità, per stabilire il giudice competente a conoscere dell’opposizione potrà utilmente farsi ricorso all’art. 9 cpc. laddove prevede che se la competenza non possa essere determinata secondo il principio generale di cui all’articolo precedente (ossia con riferimento in cui il reato è stato consumato), la competenza è del giudice dell’ultimo luogo in cui è avvenuta una parte dell’azione o dell’omissione.

4.- Pertanto, se il veicolo percorre un tratto di strada compreso tra due Comuni limitrofi (come nel caso in esame) si deve ritenere che la competenza territoriale è del Giudice di Pace dove è situata la porta di uscita del sistema Sicve. Nel caso in esame la competenza a conoscere dell’opposizione relativo al verbale emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale avvenuto nel territorio del Comune di Rovato sarà il Gdp di Rovato mentre a conoscere dell’opposizione al verbale n. … emesso a seguito di accertamento della Polizia Stradale di Sondrio avvenuto sull’autostrada A4 To-Ts nel tratto compreso fra il km 43.900 sito nel territorio del comune di … ed il km. 36.600 sito nel comune di … il GdP competente è il Giudice di Bergamo considerato che il Comune di Filago, ricade nel territorio di competenza del Giudice di Pace di Bergamo.

PQM Si propone ai sensi dell’art. 360 bis di dichiarare la competenza del Giudice di Pace di Bergamo a conoscere dell’opposizione al verbale n. SCV0000295239 emesso a seguito di accertamento della Polizia Stradale di Sondrio avvenuto sull’autostrada A4 To-Ts nel tratto compreso fra il km 43.900 sito nel territorio del comune di … ed il km. 36.600 sito nel comune di … e, la competenza del GdP di Rovato a conoscere dell’opposizione al verbale emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale avvenuto nel territorio del Comune di Rovato.

Tale relazione veniva comunicata al PM e ai difensori delle parti costituite.

Il collegio condivide argomenti e proposte contenute nella relazione ex art. 380 bis cpc. alla quale non sono stati mossi rilievi critici.

 

P.Q.M.

 

La Corte dichiara la competenza del Giudice di Pace di Bergamo a conoscere dell’opposizione al verbale n. … emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale di Sondrio avvenuto sull’autostrada A4 TO.TS nel tratto compreso fra il Km. 43.900 sito nel territorio del Comune di: … ed il Km. 36.600 sito nel Comune di … e, la competenza del GdP. Di Rovato a conoscere dell’opposizione al verbale emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale avvenuto nel territorio del Comune di Rovato.

Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada: l’omessa denuncia può bloccare la richiesta di risarcimento?

Cassazione, sez. III, 26 febbraio 2013, n. 4784

 

 

  • In caso di azione proposta per il risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 19 1. n. 990 del 1969 nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di Garanzia per le vittime della strada, la prova che il danneggiato è tenuto a fornire che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato, può essere offerta mediante la denuncia o querela presentata contro ignoti alle competenti autorità; ciò, però, senza automatismi.
  • Il giudice di merito può, quindi, sia escludere la riconducibilità della fattispecie concreta a quella del danno cagionato da veicolo non identificato, pur in presenza di tale denuncia o querela, sia affermarla, pur in difetto di denuncia.
  • L’omessa od incompleta denuncia all’autorità, infatti, non è idonea, in sè, ad escludere che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato; così come l’intervenuta denuncia o querela contro ignoti non vale, di per se stessa, a dimostrare che ciò sia effettivamente accaduto. Entrambe le evenienze vanno, invece, apprezzate in relazione alle caratteristiche delle singole fattispecie, non suscettibili di tipizzazioni astratte, e considerate potenzialmente idonee a suffragare l’una o l’altra conclusione del Giudice di merito nell’ambito della ragionevole valutazione complessiva delle risultanze processuali demandata al suo prudente apprezzamento.
  • A nessuna delle due ipotesi (denuncia/omessa denuncia) è, quindi, consentito assegnare – salva la possibile valenza sintomatica dell’una o dell’altra in relazione alle caratteristiche del caso concreto – una sorta di efficacia probatoria automatica; nel senso che il sinistro sia sicuramente riconducibile alla fattispecie astratta di cui. alla L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 19, comma 1, lett. a), se denuncia vi sia stata; diversamente, in caso contrario.
  • La mancata denuncia (ovvero la denunzia incompleta) non può costituire, quindi, un elemento ostativo al risarcimento del danno, ma solo una circostanza che unita ad altri elementi consente al giudice di valutare la complessiva attendibilità dei fatti sottoposti al suo giudizio e quindi la fondatezza dell’azione.

 

 

 

Cassazione, sez. III, 26 febbraio 2013, n. 4784

(Pres. Segreto – Rel. Vivaldi)

 

Svolgimento del processo

G.T. propose appello avverso la sentenza del 2.10.2003, con la quale il giudice di pace di Napoli aveva rigettato la domanda dalla stessa proposta nei confronti della società Generali Assicurazioni spa, quale impresa designata per il FGVS, al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti in occasione del sinistro avvenuto il 17.7.2000 in Napoli, quando, nell’atto di attraversare la strada sulle strisce pedonali, veniva investita da un ciclomotore non identificato, fuggito via dopo l’incidente.

Il tribunale, con sentenza del 2.5.2006, rigettò l’appello.

Ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un motivo la T.

Resiste con controricorso la società Generali Assicurazioni nella qualità indicata.

Motivi della decisione

Con unico motivo la ricorrente denuncia la illegittimità della sentenza impugnata, errata ed emessa in violazione di precise norme di diritto che andrà cassata al sensi dell’art. 360 C.P.C. n. 3.

Il motivo è fondato per le ragioni che seguono.

Questa Corte ha, in più occasioni (Cass. 18.6.2012 n. 9939; Cass. 24.2.2011 n. 4480; cass. 3.9.2007 n. 18532; v. anche Cass. 18.11.2005 n. 24449), statuito che, in caso di azione proposta per il risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 19 1. n. 990 del 1969 nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di Garanzia per le vittime della strada, la prova che il danneggiato è tenuto a fornire che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato, può essere offerta mediante la denuncia o querela presentata contro ignoti alle competenti autorità; ciò, però, senza automatismi.

Il giudice di merito può, quindi, sia escludere la riconducibilità della fattispecie concreta a quella del danno cagionato da veicolo non identificato, pur in presenza di tale denuncia o querela, sia affermarla, pur in difetto di denuncia.

L’omessa od incompleta denuncia all’autorità, infatti, non è idonea, in sè, ad escludere che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato; così come l’intervenuta denuncia o querela contro ignoti non vale, di per se stessa, a dimostrare che ciò sia effettivamente accaduto. Entrambe le evenienze vanno, invece, apprezzate in relazione alle caratteristiche delle singole fattispecie, non suscettibili di tipizzazioni astratte, e considerate potenzialmente idonee a suffragare l’una o l’altra conclusione del Giudice di merito nell’ambito della ragionevole valutazione complessiva delle risultanze processuali demandata al suo prudente apprezzamento.

Apprezzamento del quale il giudice del merito è tenuto a dare conto nella motivazione della sentenza.

A nessuna delle due ipotesi (denuncia/omessa denuncia) è, quindi, consentito assegnare – salva la possibile valenza sintomatica dell’una o dell’altra in relazione alle caratteristiche del caso concreto – una sorta di efficacia probatoria automatica; nel senso che il sinistro sia sicuramente riconducibile alla fattispecie astratta di cui. alla L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 19, comma 1, lett. a), se denuncia vi sia stata; diversamente, in caso contrario.

La mancata denuncia (ovvero la denunzia incompleta) non può costituire, quindi, un elemento ostativo al risarcimento del danno, ma solo una circostanza che unita ad altri elementi consente al giudice di valutare la complessiva attendibilità dei fatti sottoposti al suo giudizio e quindi la fondatezza dell’azione.

Nella specie, il giudice del merito ha erroneamente fondato il rigetto dell’appello – con ciò confermando la sentenza di primo grado di rigetto della domanda risarcitoria – sulla circostanza che “l’appellante non ha presentato alcuna denuncia o querela relativa all’incidente…” aggiungendo che “Le dichiarazioni rese dei resti nel corso dell’ udienza istruttoria di primo grado del 17 maggio 2002 non sono assolutamente sufficienti a ritenere sussistente una responsabilità della società appellata quale responsabile per il FGVS per la regione Campania essendo, come detto, necessario in questa fattispecie compiere indagini precise attivate mediante regolare denuncia-querela ovvero dichiarazione resa al drappello PS presso il nosocomio in cui ci si reca per le cure del caso”.

Ma le considerazioni effettuate in ordine al rilievo della mancata denuncia, unitamente al difetto di motivazione, da parte del giudice d’appello, in ordine alle ragioni che rendono la dichiarazioni testimoniali “assolutamente” insufficienti ai fini dell’accoglimento della domanda – ciò che rende la valutazione del giudice di merito censurabile in sede di legittimità (Cass. ord. 2.3.2012 n. 3370; Cass. 18.3.2711 n. 6288) – conducono all’accoglimento del ricorso.

Conclusivamente, il ricorso è accolto, la sentenza cassata e la causa rinviata al tribunale di Napoli in persona di diverso magistrato.

Le spese sono rimesse al giudice del rinvio.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie il ricorso. Cassa e rinvia, anche per le spese, al tribunale di Napoli in persona dì diverso magistrato.

Un telegramma che sollecita un incontro “per il pagamento delle quote arretrate”, vale come riconoscimento di debito?

Cassazione, sez. II Civ., 13 marzo 2013, n. 6370

(Pres. Triola – Rel. Parziale)

 

 

Svolgimento del processo

1. – La società SCAI srl, quale locatrice, otteneva il decreto ingiuntivo per l’importo di Euro 1356,41 in data 1 febbraio 2003 nel confronti del conduttore C..S. (odierno ricorrente) per il pagamento di oneri condominiali. Inizialmente la richiesta della somma veniva effettuata direttamente dall’amministratore del condominio e successivamente dalla stessa locatrice con raccomandata del 28 novembre 2001. Seguiva una fitta corrispondenza tra le parti nell’ambito della quale si collocava in data 1 dicembre 2001 un telegramma inviato dal conduttore con il quale egli “sollecitava un incontro per il pagamento delle quote condominiali arretrate”. Seguiva il decreto ingiuntivo di cui sopra che veniva opposto dal conduttore il quale deduceva di aver esercitato il diritto di cui all’articolo 9 della legge 392 del 1978 (senza alcun riscontro al riguardo. La locatrice, invece, assumeva che vi era stato con il telegramma su richiamato riconoscimento del debito e deduceva che i diritti di cui all’articolo 9 erano esercitabili solo nei confronti del condominio.

2.- Il Tribunale accoglieva l’opposizione al decreto ingiuntivo.

Riteneva che il conduttore non era stato posto in condizione di esercitare le facoltà di cui all’articolo 9 della legge 392 del 1978 e che il locatore non aveva nemmeno provato i fatti costitutivi posti a fondamento della pretesa, attraverso la produzione di rendiconti e di piani di riparto approvati dall’assemblea. Né il telegramma del 1 dicembre 2001 poteva essere qualificato come riconoscimento di debito, posto che con esso veniva solo sollecitato un incontro proprio per affrontare il problema del pagamento delle quote arretrate.

3. – La Corte d’appello, adita dalla società locatrice, accoglieva l’impugnazione, qualificando il telegramma in questione come riconoscimento di debito con la conseguenza che non vi era più questione in ordine alla prova del suo credito e che, una volta riconosciuto, il credito era immediatamente esigibile.

4. Il ricorrente affida il suo ricorso a tre motivi.

Resiste con controricorso la società.

Motivi della decisione

1.1 motivi del ricorso.

1.1. Con il primo motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell’articolo 9 della legge 392 del 1978. Osserva il ricorrente che la norma in questione non disciplina l’esistenza del debito, ma regola soltanto la sua esigibilità nel senso che, finché non viene consentito al conduttore di accedere ai documenti, il credito è inesigibile.

1.2. Con il secondo motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell’articolo 1988 e 2197 cod. civ., nonché vizi di motivazione, avendo la Corte territoriale erroneamente interpretato la natura del telegramma, non qualificabile come riconoscimento di debito. In ogni caso, anche a voler aderire a tale interpretazione, il credito, una volta riconosciuto, non era comunque esigibile per l’effetto della norma speciale su richiamata.

1.3. – Col terzo motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell’articolo 2697, 1136 codice civile e 63 disposizioni di attuazione cod.civ.. Secondo il ricorrente la locatrice non aveva fornito la prova del suo credito con la produzione della documentazione necessaria. Afferma che il locatore non aveva allegato al decreto ingiuntivo le delibere di approvazione dei bilanci e che il giudice di primo grado, pur in assenza di specifica contestazione al riguardo, aveva ritenuto necessaria la prova, non fornita. La Corte non aveva tenuto conto di tale principio.

2. Il ricorso è infondato e va respinto.

2.1 La Corte di appello di Roma ha ritenuto di qualificare ricognizione di debito il telegramma in data 1 dicembre 2001 dell’odierno ricorrente, inviato all’esito di una fitta corrispondenza intercorsa tra le parti, oggetto della quale era appunto la contestazione del dovuto da parte del ricorrente, quale conduttore.

Di conseguenza il primo e il terzo motivo, che attengono al regime della prova e che presuppongono che non sia intervenuto alcun riconoscimento di debito, devono essere trattati dopo il secondo, che riguarda anche la corretta interpretazione del telegramma in questione (se esso possa costituire o meno ricognizione di debito).

Il secondo motivo va, quindi, trattato con priorità.

2.2 La censura proposta è relativa alla violazione degli articoli 1988 e 2697 c.c. con riguardo ai principi posti in materia di oneri condominiali dall’articolo 9 della legge 392 del 1978, nonché deduce vizi di motivazione. Ritiene il ricorrente che il contenuto del telegramma in questione non possa essere valutato come ricognizione di debito perché “non era stata specificata l’intensione di pagare” e “non viene indicato l’importo del debito riconosciuto”.

Trattandosi di interpretazione di atti di parte, la censura di violazione di legge doveva riguardare la violazione dei canoni di interpretazione di cui agli articoli 1362 e seguenti codice civile. La censura al riguardo è carente, risultando l’altra, relativa al vizio di motivazione, oltre che inammissibile sotto il profilo di cui all’articolo 366-bis c.p.c., perché del tutto mancante del necessario momento di sintesi, anche infondata.

Occorre osservare, infatti, che la Corte di merito sul punto ha ampiamente ed adeguatamente motivato, non solo sulla base della interpretazione letterale del telegramma, ma anche tenendo conto del comportamento delle parti. La Corte, infatti, ha rilevato che, all’esito della fitta corrispondenza intercorsa tra le parti, era intervenuto il telegramma in questione, nel quale era espressa la chiara volontà del ricorrente di fissare un incontro non per discutere della questione, ma “per il pagamento delle quote condominiali arretrate”. Di qui, la ritenuta volontà di adempiere alla propria obbligazione, derivante, nel suo importo, dal contenuto univoco della pregressa corrispondenza. Infondata è anche la censura, avanzata nella prima parte del secondo motivo, con la quale si deduce che, anche in presenza di riconoscimento di debito, quest’ultimo sarebbe inesigibile per non essere stata soddisfatta la richiesta avanzata ex articolo 9 della legge 392 del 1988. Tale ricostruzione non solo non è fondata su alcuna norma, ma appare anche contraria ai principi generali in materia. La visione degli atti posti a fondamento del debito è chiaramente funzionale al riconoscimento del debito, che, se viene comunque effettuato, non può che prescindere, nei suoi effetti, da tale verifica. Sicché, anche sul piano logico, l’inesigibilità, sotto il profilo dedotto, di un debito già riconosciuto appare del tutto estranea alla fattispecie, pure complessa, in esame.

2.3 Il rigetto del secondo motivo determina l’assorbimento (e comunque il rigetto) del primo e del terzo, che presuppongono – come si è detto – che il riconoscimento di debito non sia intervenuto, posto che tale riconoscimento determina l’inversione dell’onere della prova e rende comunque ininfluente la mancata messa a disposizione dei riparti di spesa e delle relative delibere di approvazione.

3. Le spese seguono la soccombenza.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente alle spese di giudizio, liquidate in 1.000,00 (mille) Euro per compensi e 200,00 per spese, oltre accessori di legge.

La responsabilità del mediatore ex art. 1759 c.c.

Cassazione, sez. II, 6 novembre 2012, n. 19075

Ettore William DI Mauro

Premessa

In tema di responsabilità del mediatore il dibattito, in dottrina e giurisprudenza, si è recentemente arricchito di una serie di considerazioni che hanno portato da un lato ad estendere notevolmente gli obblighi previsti a carico del mediatore e dall’altro ad individuare più specificatamente le ipotesi di responsabilità ascrivibile allo stesso. Dispone l’art. 1759, comma 1, c.c. che il mediatore deve comunicare alle parti le circostanze a lui note, relative alla valutazione e alla sicurezza dell’affare, che possono influire sulla conclusione di esso. L’obbligo di informazione contenuto nella citata disposizione è stato rivisto, da dottrina e giurisprudenza, alla luce delle legge n. 39 del 3 febbraio 1989, che ha creato la figura del mediatore professionale, e dell’art. 1176, comma 2, c.c. che, all’originario obbligo di imparzialità, tipico della figura del mediatore così come costituita dal codice civile, hanno aggiunto anche quello della diligenza qualificata, nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale.

 

Il significato dell’art. 1759, comma 1, c.c.

 

La norma ha lo scopo di evitare che il mediatore presti la propria attività per lucrare la provvigione pur sapendo che le parti concluderanno affari che non risulteranno di alcuna convenienza per loro o che verranno successivamente annullati per i loro vizi di origine.

Va perciò salvaguardato l’interesse delle parti a una vera rappresentazione della realtà. Le circostanze da comunicare alle parti, oltre ad essere note al mediatore, debbono essere relative alla valutazione e alla sicurezza dell’affare nonché idonee ad influire sulla conclusione del contratto[1]. Deve trattarsi di circostanze in base alle quali le parti decidono di concludere il contratto o di concluderlo a determinate condizioni ovvero di non concluderlo.

Così si sostiene che il dovere di informazione a carico del mediatore comprende tutte le circostanze (compreso lo stato di insolvenza dell’altra parte[2]) conoscendo le quali le parti non avrebbero dato il loro consenso e quelle che avrebbero indotto le parti a concludere quel contratto con diverse condizioni e clausole, con la conseguenza che la parte tenuta al pagamento della provvigione può far valere, secondo i principi di cui all’art. 1218 c.c., l’inadempimento del mediatore rispetto a tali obblighi per sottrarsi al pagamento della stessa provvigione[3].

Quanto al fatto che le suddette circostanze debbano essere note al mediatore, la Cassazione ha ripetutamente affermato che la coordinata lettura dell’art. 1759, comma 1, c.c. in riferimento agli artt. 1175 e 1176 c.c., impone di ravvisare un obbligo di corretta informazione secondo il criterio della media diligenza professionale che si richiede al mediatore in quanto figura professionale disciplinata dal codice civile nonché dalle disposizioni specifiche della materia, a partire dalla Legge n. 39 del 3 febbraio 1989 fino al recente D.Lgs. n. 59 del 26 marzo 2010, che hanno dato particolare risalto alla natura professionale dell’attività del mediatore, subordinandone l’esercizio all’iscrizione nel registro delle imprese o nel repertorio delle notizie economiche e amministrative, (c.d. R.E.A.), che richiede determinati requisiti di cultura e competenza e che è condizione per la stessa spettanza del compenso[4].

Si ritengono ricomprese nel contenuto dell’obbligo informativo non solo le circostanze accertate, ma anche tutte quelle in cui il mediatore abbia avuto semplice notizia[5]; non, invece, le valutazioni e le considerazioni soggettive, fra cui, in particolare, sarebbe ricompresa la mancanza di un serio intento di contrattare di una parte. È tuttavia consolidato, in giurisprudenza, l’essenzialità della verifica del titolo di provenienza dell’immobile prima di proporre un affare come fattibile[6].

 

La sentenza della Cassazione n. 16382 del 14 luglio 2009.

 

Quanto sopra enunciato è stato confermato anche dalla Corte di Cassazione nella sentenza n.16382/2009, ossia da quella parte di giurisprudenza di legittimità che aderisce senza riserve alla tesi secondo cui la mediazione c.d. ordinaria o tipica di cui all’art. 1754 c.c. non costituirebbe un’attività negoziale, bensì un’attività giuridica in senso stretto, in quanto la “messa in relazione” delle parti ai fini della conclusione di un affare prescinde da un sottostante obbligo a carico del mediatore, in quanto posta in essere “in mancanza di un apposito titolo”, con la conseguenza che gli effetti giuridici che l’attività del mediatore produce risultano predeterminati dallo stesso legislatore e non già da un regolamento di interessi regolato dalle parti in sede contrattuale[7]. 

Per gli ermellini, infatti, oltre alla mediazione ordinaria ex art. 1754 c.c. è configurabile anche una mediazione di tipo contrattuale riconducibile, più che ad una mediazione negoziale tipica, al contratto di mandato.

La qualificazione giuridica dell’attività del mediatore è duplice nell’ordinamento nazionale e tanto si rileva non solo nella disciplina codicistica[8], ma anche in quella dettata dalla legge n. 39 del 3 febbraio 1989, recante modificazioni alla legge n. 253/1998 concernente la disciplina della professione di mediatore.

Proprio questa norma istitutiva del ruolo professionale degli agenti di affari in mediazione lo suddivide in tre sezioni: agenti immobiliari, agenti merceologici, agenti muniti di mandato a titolo oneroso.

In sostanza per la Corte il mediatore che agisce senza mandato, sulla base della previsione dell’art. 1754 c.c., è tenuto agli obblighi di imparzialità e buona fede previsti dall’art. 1175 c.c., estensibile a tutte le fonti dell’obbligazioni ai sensi dell’art. 1173 c.c., ivi compreso anche l’atto giuridico non negoziale[9].

La corretta informazione delle parti rappresenta il parametro fondamentale di verifica della diligenza professionale dell’agente, da valutarsi nei termini più stringenti dettati dall’art. 1176, comma 2, c.c.

La citata sentenza segue un orientamento consolidato che ammette che il mediatore professionale dovrà, pertanto, sempre comunicare alle parti l’eventuale stato di insolvenza di una di esse, l’esistenza di iscrizioni o pignoramenti sul bene oggetto dell’affare, la presenza di prelazioni, opzioni o qualsivoglia ulteriore circostanza di fatto o diritto a sua conoscenza ostativa dell’affare[10].

In quest’ottica, l’attività di mediazione viene svolta dall’intermediario in via del tutto autonoma, senza alcun incarico di una parte interessata all’affare: non costituirebbe cioè un negozio giuridico, ma un’attività materiale del mediatore (la messa in relazione di due o più parti) da cui la legge ex art. 1755 c.c. fa scaturire il suo diritto alla provvigione (a condizione della conclusione dell’affare) nei confronti “di ciascuna delle parti” e solo “per effetto del suo intervento”, quale appunto consequenziale alla sua neutralità ed imparzialità nel metterle in relazione.

Il mediatore ordinario, diversamente dal mediatore che assume la veste di mandatario, si caratterizza perciò per la mancanza di un rapporto di collaborazione, di dipendenza, o di rappresentanza con tutte le parti interessate alla conclusione dell’affare; per questo motivo, è vincolato ad un dovere di imparzialità nei confronti di tutti, non potendo curare gli interessi di uno solo di essi ed ha soltanto l’onere di appianare le eventuali divergenze tra dei contraenti e di farli pervenire alla conclusione dell’affare, a cui è subordinato il suo diritto al compenso[11].

L’indipendenza e l’imparzialità del mediatore vengono quindi intese come assenza di ogni vincolo di mandato, di preposizione institoria e di qualsiasi altro rapporto che renda riferibile alle parti l’attività dell’intermediario.

Allo stesso tempo, però, il rapporto di mediazione non è incompatibile con la sussistenza di un rapporto contrattuale di altro tipo tra il mediatore ed uno dei soggetti messi in contatto, come accade quando lo stesso mediatore si sia attivato per espresso incarico di una della parti[12], il che trova conferma, oltre che nella prassi di molti operatori[13], anche nell’art. 2, comma 4, legge n. 39 del 3 febbraio 1989, che disciplina ipotesi anche atipiche di mediatori[14].

In tal caso, in presenza dell’incarico di una parte ad un mediatore professionale di reperire un acquirente on un venditore (c.d. mediazione “atipica”), si perfezionerebbe in realtà un vero e proprio mandato e non una mediazione, essendo tale ultima fattispecie del tutto incompatibile con qualsiasi vincolo tra mediatore ed entrambe le parti.

Il mero conferimento ad una persona dell’incarico di compiere uno o più affari, coma la vendita di un immobile, non comporta dunque che l’incaricato divenga automaticamente un mediatore, proprio in quanto le parti possono aver regolato i propri rapporti in base ad un contratto di mandato; in tale ipotesi il mediatore sarà soggetto ai relativi obblighi espressamente regolati dagli artt. 1710-1718 c.c.

Per stabilire se un contratto sia un mandato, oltre alla natura dell’incarico, occorre prendere in considerazione il carattere vincolante o meno dell’attività richiesta. il mandatario ha infatti l’obbligo di eseguire l’incarico, mentre il mediatore ha la mera facoltà di attivarsi per mettere in relazione le parti[15].

Ciò posto è evidente, sempre secondo tale interpretazione, che a seconda se il mediatore agisca senza mandato oppure quale incaricato-mandatario, muti anche il regime della responsabilità.

 

Il regime della responsabilità nella mediazione ordinaria ex art. 1754 c.c.

 

In questo caso il mediatore, pur compiendo un’attività giuridica in senso stretto, è comunque tenuto all’obbligo di comportarsi in buona fede, in virtù della clausola generale di correttezza di cui all’art. 1175 c.c., estrinsecantesi, in specie, nell’obbligo di una corretta informazione, tra cui la comunicazione di tutte le circostanze a lui note o conoscibili sulla base della diligenza qualificata di cui all’art. 1176, comma 2, c.c. vertendosi senz’altro in tema di attività professionale per come ulteriormente ribadito dalla citata legge n. 39 del 1989. Tale obbligo di correttezza sussiste a favore di entrambe le parti, messe in contatto ai fini della conclusione dell’affare, quale comprensivo di qualunque operazione di tipo economico – giuridico[16].

In particolare egli è tenuto a comunicare: l’eventuale stato di insolvenza di una delle parti, l’esistenza di iscrizioni o pignoramenti sul bene, oggetto della conclusione dell’affare, la sussistenza di circostanze in base alle quali le parti avrebbero concluso il contratto con un diverso contenuto, l’esistenza di prelazioni ed opzioni[17].

Inoltre se, prima facie, la responsabilità del mediatore non mandatario appare agevolmente di natura extracontrattuale, risulta preferibile, riguardando la stessa una figura professionale, applicare la più recente previsione giurisprudenziale di legittimità della responsabilità da contatto sociale[18]; infatti, tale situazione è riscontrabile nei confronti dell’operatore di una professione sottoposta a specifici requisiti formali ed abitativi, come nel caso di specie in cui è prevista l’iscrizione ad un apposito ruolo, ed a favore di quanti, utenti – consumatori, fanno particolare affidamento nella stessa per le sue caratteristiche[19].

Da tale configurazione di responsabilità a carico del mediatore, che opera ai sensi dell’art. 1754 c.c., deriva il suo onere della prova nel dimostrare di aver fatto tutto il possibile, in base alla richiamata diligenza ex art. 1176, comma 2, c.c. nell’adempimento degli obblighi di correttezza ed informazione a suo carico (mentre spetta alle parti fornire prova esclusivamente dell’avvenuto contatto ai fini della conclusione dell’affare), sia che il termine di prescrizione per far valere in giudizio detta responsabilità del mediatore è quello ordinario decennale (e non quello quinquennale della responsabilità ex art. 2043 c.c.). E’ evidente inoltre che l’attore che agisce per ottenere la provvigione di un mediazione da lui effettuata ha l’onere di dimostrare di non aver agito in posizione di mandatario di una delle parti.

 

Il regime della responsabilità nella mediazione contrattuale od atipica.

 

In questo caso, vale a dire dell’attribuzione al professionista – mediatore di un incarico, e quindi, per quanto esposto, della sussistenza di un mandato, anche eventualmente con poteri rappresentativi mediante procura in ordine alla spendita del nome[20], le conseguenze sul piano giuridico sono ben diverse rispetto alla figura, tipica, ordinaria o tradizionale che dir si voglia, della mediazione ex art. 1754 c.c.

Ed infatti: il mediatore è in realtà un mandatario poiché assume essenzialmente, sulla base della causa in concreto del contratto posto in essere, quale derivante dalla sintesi degli interessi regolamentati, l’incarico, di solito, di reperire un acquirente (oppure un venditore) o un locatario (oppure un locatore) di un immobile, con “ulteriori compiti” (di consulenza anche fiscale, di assistenza nelle trattative e sino al momento del rogito etc…), in molti casi con la fissazione di un termine, con la previsione del c.d. diritto di esclusiva all’incaricato nonché del diritto di recesso per entrambi i contraenti; a fronte di dette prestazioni riceve un corrispettivo, nella percentuale convenuta sul prezzo di compravendita, con pagamento sospensivamente condizionato (in modo esplicito o implicito) alla conclusione dell’affare (generalmente all’accettazione della proposta).

È di tutta evidenza che siamo ben al di fuori della previsione codicistica della mediazione per svariati motivi: la posizione del mandatario è inconciliabile ed ostativa rispetto alla mediazione tradizionale[21]; il diritto al relativo compenso, sempre condizionato all’iscrizione nel ruolo professionale ai sensi della legge n. 39 del 3 febbraio 1989, sorge non più, ex art. 1755 c.c., nei confronti di “ciascuna delle parti” e solo “ per effetto del suo intervento”, quale appunto consequenziale alla sua neutralità ed imparzialità nel metterle in relazione, bensì è a carico del solo mandante, per quanto previsto agli artt. 1709 e 1720 c.c., (così come avviene, ad esempio, nel contratto di agenzia, ove sussiste l’obbligo di corrispondere le provvigioni a carico del solo proponente) rispetto al quale è, a sua volta, contrattualmente vincolato, nell’espletamento dell’incarico (di fiducia o intuitu personae) e delle connesse prestazioni, pur sempre con la diligenza ex art. 1176, comma 2, c.c., stante la sua natura professionale, in deroga a quanto stabilito all’art. 1710 c.c.; ancora, il mandatario in esame, oltre ad essere obbligato ai sensi dell’art. 1711 c.c. e ss., è tenuto all’osservanza della normativa in tema di contratti di consumo di cui al D. Lgs. n. 206 del 2005, con particolare riferimento ad un generale dovere di informazione ex art. 5, alla disciplina delle clausole vessatorie ex art. 33 e ss ed in specie, alla connessa azione inibitoria ex art. 37; ferma restando, ovviamente, l’applicazione della disciplina generale dei contratti in tema di onere della prova a prescrizione.

Tra l’altro, sul carattere essenziale della figura giuridica del mediatore, ai sensi dell’art. 1754 c.c., quale collegato all’assenza di ogni vincolo di mandato, di prestazione d’opera, di preposizione institoria e di qualsiasi altro rapporto, carattere non configurabile in caso di soggetto munito di mandato (con rappresentanza o meno) per la stipulazione di un contratto con un terzo, si è da tempo pronunciata la Suprema Corte[22].

Pertanto nel caso in cui il mediatore agisca come mandatario, assume su di sé i relativi obblighi e, qualora si comporti illecitamente ricadono danni a terzi, è tenuto a favore di quest’ultimi al risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. (non escludendosi in proposito un’eventuale corresponsabilità del mandante).

 

La attuale posizione della Suprema Corte.

 

Alla luce di quanto esposto si può affermare che la sentenza n. 16382/2009 della Corte di Cassazione ha confermato il trend di una progressiva evoluzione nella determinazione dei confini della responsabilità originata dalla violazione di quanto disposto dall’art. 1759 c.c., nel senso che la responsabilità del mediatore sembra vada arricchendosi di contenuti sempre più nuovi.

La giurisprudenza, infatti, dopo aver tratto, dall’obbligo di comportarsi in buona fede fondato sulla clausola generale di correttezza ex art. 1175 c.c., il dovere di una corretta informazione nei confronti delle parti implicante la comunicazione non soltanto delle circostanze note al mediatore, ma anche di quelle da lui conoscibili sulla base della diligenza qualificata di cui all’art. 1176, comma 2, c.c., pare individuare in modo sempre più stringente e specifico le regole “tecniche” che l’intermediario deve conoscere ed applicare per poter eseguire esattamente la prestazione oggetto dell’attività di mediazione.

In particolare, si afferma che il dovere di diligenza professionale assume intensità crescente in ragione di un duplice parametro: le caratteristiche dell’affare, da una parte, ed il livello di organizzazione del mediatore, dall’altra parte, nel senso che quanto più è complesso o peculiare l’affare e quanto più è organizzata la struttura facente capo al mediatore, tanto più breve deve essere elevato lo standard di diligenza riservato alle circostanze conoscibili[23].

Pertanto la sentenza della Suprema Corte n. 19075/2012 in commento anche se confermata da altri precedenti[24] rischia di rimanere una pronuncia contra una tendenza che si va affermando da diversi anni.

Infatti il mediatore, pur non essendo tenuto, in difetto di un incarico specifico, a svolgere, nell’adempimento della sua prestazione particolari indagini di natura tecnico – giuridica (come l’accertamento della libertà da pesi dell’immobile oggetto del trasferimento, mediante le c.d. visure catastali ed ipotecarie), al fine di individuare fatti rilevanti per la conclusione dell’affare, è pur tuttavia gravato, in positivo, dall’obbligo di comunicare le circostanze a lui note o comunque conoscibili con la comune diligenza che è richiesta in relazione al tipo di prestazione, nonché, in negativo, dal divieto di fornire non solo informazioni non veritiere ma anche informazioni su fatti dei quali non abbia consapevolezza e che non abbia controllato, poiché il dovere di correttezza e quello di diligenza gli imporrebbero di astenersi dal darle. Ne consegue che, qualora il mediatore infranga tali regole di condotta, è legittimamente configurabile una sua responsabilità per i danni sofferti, per l’effetto, dal cliente.

Sicché, a fronte della sempre maggior valorizzazione del suo ruolo di professionista dotato di particolari requisiti di cultura e competenza, che lo stesso legislatore ha inteso assegnargli sin dal 1989 e che avvicinano la sua figura al prestatore d’opera intellettuale piuttosto che al procacciatore, pare ormai imprescindibile per il mediatore esaminare almeno il titolo di provenienza al fine di verificare l’effettiva titolarità del bene oggetto dell’affare, essendo dal pari opportuno, se vuole scongiurare il rischio di un addebito di responsabilità, che egli si prodighi in ulteriori indagini attinenti alla libertà del bene da iscrizioni, trascrizioni o comunque vincoli pregiudizievoli (estraendo le c.d. visure castali e quelle ipotecarie), nonché alla solvibilità delle parti (consultando altresì il registro informatico dei protesti).

Tuttavia è da aggiungere che il principio assunto dalla sentenza in esame sembra applicabile solo se si fa riferimento alla diligenza ordinaria ex art. 1176, comma 1, c.c.  e non a quella qualificata ex art. 1176, comma 2, c.c., pertanto l’interprete dovrà commisurare l’attività del mediatore alla natura dell’adempimento della sua prestazione ed alla natura dell’affare. In tale ottica si comprende il significato del principio di diritto assunto dalla Corte di Cassazione il quale precisa che: “in tema di responsabilità del mediatore, non rientra nella comune ordinaria diligenza, alla quale il mediatore deve conformarsi nell’adempimento della prestazione ai sensi dell’art. 1176 c.c. lo svolgimento, in difetto di particolare incarico, di specifiche indagini di tipo tecnico-giuridico, dovendosi ritenere pertanto che in caso di intermediazione in compravendita immobiliare, non può configurarsi compreso nella prestazione professionale del mediatore l’obbligo di accertare, previo esame dei registri immobiliari, la libertà dell’immobile oggetto della trattativa da trascrizioni ed iscrizioni pregiudizievoli”.

Il legislatore, con la legge 39 del 1989, ha riconosciuto la attività del mediatore come professionale, subordinandone l’esercizio al possesso di specifici requisiti di capacità professionale, pertanto così come confermato da giurisprudenza costante, sembra preferibile aderire alla tesi che considera la diligenza del mediatore come qualificata e dunque applicando, alla sua attività, l’art. 1176, comma 2, c.c.

Sia nel caso in cui il mediatore abbia agito in modo autonomo (c.d. mediazione ordinaria) sia quando abbia agito su incarico di una delle parti (c.d. mediazione atipica, la quale costituisce in realtà un mandato), egli ha l’obbligo di comportarsi con correttezza e buona fede, e riferire alle parti le circostanze dell’affare a sua conoscenza, ovvero che avrebbe dovuto conoscere con l’uso della diligenza da lui esigibile. Tra queste ultime rientrano necessariamente, nel caso di mediazione immobiliare, le informazioni sulla eventuale con titolarità del diritto di proprietà in capo a più persone, sull’insolvenza di una delle parti, sull’esistenza di iscrizioni o trascrizioni pregiudizievoli, sull’esistenza di prelazioni concernenti il bene oggetto della mediazione[25].

 

 

 

 

 

[1] Cass. n.19951/2008, la quale ritiene inoltre che il mediatore ha, nei confronti dell’intermediato, il duplice obbligo di dichiarare le circostanze rilevanti dell’affare delle quali sia a conoscenza, e di tacere le circostanze delle quali egli  non abbia sicura contezza. Ad esempio viene meno a tali obblighi il mediatore che, richiesto dal venditore, dichiari la sicura affidabilità del compratore pur non avendolo mai conosciuto.

[2] Si è ritenuto che il mediatore ha l’obbligo di comunicare anche tale circostanza in quanto a lui nota (Cass. n. 5777/2006; Cass. n. 5938/1993; Trib. Torino 13.1.2000; Trib. Genova 29.1.1992). Si è altresì affermato che il mediatore incorre in responsabilità se fornisca ad una delle parti delle false informazioni circa la solvibilità dell’altra parte (Trib. Como 7.8.1989); v. Cass. n. 6389/2001 con riferimento a fattispecie di grave situazione debitoria (e l’esistenza di numerose procedure esecutive pendenti) a carico del venditore di un immobile che “non poteva sfuggire al mediatore sol che questi avesse esaminato i libri contabili della società di pertinenza del predetto venditore ed avesse consultato altresì il bollettino dei protesti, nell’ambito di una elementare attività di conoscenza indispensabili per svolgere correttamente il ruolo di intermediario professionale”.

[3] Caputi, nota a Cass. n. 19009 del 24 ottobre 2003, in Foro It., 2004, I, p. 334: l’autore sostiene che “è possibile sanzionare (sempre e comunque) il comportamento scorretto con l’inesigibilità della provvigione (se il contratto non si può concludere a causa della non disclosure), ovvero condannando il mediatore al risarcimento del danno patito dal contraente inciso dalla misrepresentation (nel caso che il contratto si sia concluso a condizioni diverse)”; v. Cass. n. 5777/2006, Cass. n. 2277/1984 e Cass n. 16623/2010.

[4] Cass. n. 16623/2010 cit.; Cass. n. 822/2006; Cass. n. 16009/2003; Cass. n. 6389/2001; Cass. n. 5107/1999.

[5] Cass. n. 6219/1993

[6] Cass. n. 6389/2001 cit.; v. anche il Trib. Padova 12 aprile 2010 che ha affermato la responsabilità ed il conseguente onere risarcitorio del mediatore per non aver provveduto ad informare il promissario acquirente, pur essendone a conoscenza, della provenienza del bene oggetto della proposta irrevocabile di acquisto da donazione, essendo fatto notorio che siffatta provenienza è, nella prassi bancaria, ostativa alla concessione di finanziamenti ipotecari poiché concreta la possibilità, anche a distanza di molti anni dal finanziamento, della perdita della proprietà da parte dell’acquirente in conseguenza dell’azione di riduzione da parte di eredi pretermessi.

[7] L’appiglio normativo viene individuato nell’ultima parte dell’art. 1173 c.c.: l’obbligazione deriverebbe cioè da attività riconducibile alla locuzione ogni altro fatto idoneo a produrla in conformità dell’ordinamento giuridico.

[8] Art. 1754 c.c. diritto al rimborso delle spese nei confronti della persona per “incarico” della quale sono state eseguite anche se l’affare non è concluso e art. 1756 c.c. incarico al mediatore da una della parti di rappresentarla negli atti relativi all’esecuzione del contratto concluso con il suo intervento.

[9] Cass. n. 5140/2005.

[10] Cass. n. 5938/1993; Cass. n. 6219/1993; Cass. n. 2277/1984; Cass. n. 5777/2006 cit.

[11] Cass. n. 7251/2005

[12] Cass. n. 24333/2008.

[13] La Corte sottolinea che, nella maggior parte dei contratti standard predisposti nel campo della mediazione immobiliare, viene esplicitamente contemplato un “mandato” od un “incarico” a vendere o ad acquistare, dal che dovrebbe desumersi che il mediatore in molti casi agisca non sulla base di un comportamento di mera messa in contatto tra due o più soggetti per la conclusione di un affare (attività giuridica in senso stretto che prescinde da un sottostante titolo giuridico) ma proprio perché “incaricato” da una o più parti ai fini della conclusione dell’affare […]; in tal caso risulta evidente che l’attività del mediatore-madatario è consequenziale all’adempimento di un obbligo di tipo contrattuale (e dunque, ex art. 1173 c.c., questa volta riconducibile al contratto come fonte di obbligazioni”).

[14] La legge citata che ha istituito il ruolo professionale degli agenti di affari in mediazione, distingue all’art. 2, comma 2, tra agenti immobiliari, agenti merceologici, agenti muniti di mandato a titolo oneroso, stabilisce inoltre all’art. 2, comma 4, che l’iscrizione al ruolo deve essere richiesta anche se l’attività viene esercitata in modo occasionale o discontinuo, da coloro che svolgono, su mandato a titolo oneroso, attività per la conclusione di affari relativi ad immobili o ad aziende, prevede infine all’art. 5, comma 4, che  il mediatore che per l’esercizio della propria attività si avvalga di moduli o formulari, nei quali sono indicate le condizioni del contratto, deve preventivamente depositare copia presso la Commissione di cui all’art.7.

[15] Cass. n. 24333/2008 cit.

[16] Sulla posizione di neutralità ed imparzialità nei confronti delle parti che concludono l’affare, tra le altre, Cass. n. 12106/2003; Cass. n. 13184/2007, sottolinea la posizione di terzietà del mediatore rispetto ai contraenti posti in contratto in ciò differenziandolo dall’agente di commercio, nonché Cass. n. 6959/2000, che sottolinea come carattere essenziale della figura giuridica del mediatore, ai sensi dell’art. 1754 c.c., è appunto la sua imparzialità, intesa come assenza di ogni vincolo di mandato, di prestazione d’opera, di preposizione institoria e di qualsiasi altro rapporto che renda riferibile al dominus l’attività dell’intermediario, per cui nel caso di specie la Suprema Corte ha escluso il requisito dell’imparzialità ritenendo sussistente un mandato costituito dall’affidamento dell’incarico di trattare la vendita dell’immobile in nome e per conto del preponente.

[17] Cass. n. 5938/1993 cit.

[18] Cass., Sez. Un., n. 577/2008; Cass. n . 12362/2006 cit.; Cass. n. 9085/2006, con specifico riferimento al medico ed alle sue prestazioni prescindenti da un rapporto contrattuale.

[19] Si pensi, per esempio, alle c.d. agenzie immobiliari dalle particolari connotazioni professionali ed imprenditoriali.

[20] Mediante sottoscrizione dei relativi moduli di contratto standard in uso presso i mediatori o le c.d. agenzie immobiliari a veste societaria, erroneamente qualificati come “contratto di mediazione” o “ conferimento incarico di mediazione per la vendita di un immobile”.

[21] In cui come detto il mediatore, senza preliminare assunzione di obblighi, compie l’attività di messa in contatto tra due soggetti che concludono quindi contrattualmente, e non solo, mediante l’assunzione di vincoli giuridici, un’operazione di natura economica – sul punto Cass. n. 2200/2007.

[22] Cass. n. 1995/1987; Cass. n. 4340/1980.

[23] Cass. n. 4126/2001

[24] v. Cass. n. 15274/2006; Cass. n. 822/2006; Cass. n. 4791/1999.

[25] Cass. n. 16382/2009 cit.; Cass. n.16623/2010; Cass. n.16009/2003; Cass. n. 4126/2001; Cass. n.6389/2001; Cass. n. 5107/1999

Opposizione a Decreto Ingiuntivo. Termini di comparizione non più dimezzati: la modifica normativa garantisce un esame equo della causa

Corte Costituzionale, 6 marzo 2013, n. 35

 

  La legge n. 218/2011 ha eliminato le parole «ma i termini di comparizione sono ridotti a metà» dall’art. 645 c.p.c., norma che disciplina l’opposizione a decreto ingiuntivo. Un Tribunale, prima della modifica, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale perché riteneva che il termine fosse eccessivamente breve rispetto a quello di controparte, ponendo irrazionalmente i soggetti del processo in una posizione di disuguaglianza processuale, senza alcun vantaggio di celerità. La Consulta restituisce gli atti per jus superveniens.

 

 

Corte Costituzionale, 6 marzo 2013, n. 35

(Pres. Gallo – Red. Criscuolo)

 

ORDINANZA

nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 165, primo comma, 645, secondo comma, e 647 del codice di procedura civile, promosso dal Tribunale ordinario di Napoli nel procedimento vertente tra l’Asl Napoli 1 e l’Istituto Diagnostico V.P. s.r.l., con ordinanza del 4 gennaio 2011, iscritta al n. 169 del registro ordinanze 2012 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 36, prima serie speciale, dell’anno 2012.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 13 febbraio 2013 il Giudice relatore Alessandro Criscuolo.

Ritenuto che il Tribunale ordinario di Napoli, con ordinanza del 21 dicembre 2010, depositata il 4 gennaio 2011 (r.o. n. 169 del 2012), ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24 e 111, secondo comma, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale degli articoli 165, 645, secondo comma, e 647 del codice di procedura civile «nella parte in cui fanno gravare sull’opponente a decreto ingiuntivo l’onere di costituirsi in un termine eccessivamente breve, che sarebbe irragionevole dal momento che all’osservanza di tale onere non consegue la celere definizione della controversia, tenuto conto dei maggiori termini minimi di comparizione introdotti con l’art. 21 lett. g) l. 28 dicembre 2005, n. 263, nonché del fatto che solo nel caso di assegnazione del termine minimo a comparire sussiste la necessità di coordinare i tempi di costituzione dell’opponente e dell’opposto, e che i soggetti del processo (opponente e opposto) sarebbero, irrazionalmente, posti in una posizione di disuguaglianza processuale»;

che – come il rimettente riferisce – 1) con atto di citazione notificato in data 20 gennaio 2006 la Asl Napoli 1 aveva proposto opposizione avverso il decreto ingiuntivo n. 8306/05 emesso in favore dell’Istituto Diagnostico V.P. s.r.l.; 2) che l’opponente si era costituita in giudizio il 27 gennaio 2006 (entro sette giorni dalla notifica), indicando quale data dell’udienza il 4 luglio 2006; 3) che, all’udienza del 7 dicembre 2010, l’opposta aveva eccepito l’improcedibilità dell’opposizione alla luce della sentenza della Corte di cassazione, resa a sezioni unite, in data 9 settembre 2010, n. 19246;

che, nell’ordinanza di rimessione, il giudice a quo richiama la sentenza ora citata, nella quale si ribadisce il legame tra i termini di comparizione e i termini di costituzione, sancito dall’art. 165, primo comma, cod. proc. civ., si afferma che nell’opposizione a decreto ingiuntivo i termini di costituzione dell’opponente e dell’opposto sono automaticamente ridotti alla metà in caso di effettiva assegnazione all’opposto di un termine a comparire inferiore a quello legale, ma si precisa pure che tale effetto automatico è conseguenza del solo fatto che l’opposizione sia stata proposta, in quanto l’art. 645 cod. proc. civ. prevede che, in ogni caso di opposizione, i termini a comparire siano ridotti a metà;

che, pertanto, il rimettente dubita della legittimità costituzionale degli artt. 165, 645, secondo comma, e 647 cod. proc. civ., come interpretati dal «diritto vivente», costituito dalla menzionata sentenza delle sezioni unite, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost., sotto il profilo del diritto di difesa, del principio del contraddittorio, del principio di uguaglianza e del giusto processo, correlati alla riduzione a metà del termine di costituzione dell’opponente e alla improcedibilità in caso di omessa o tardiva costituzione di quest’ultimo;

che, in punto di rilevanza, il rimettente osserva come dall’accoglimento della sollevata questione dipenda l’accoglimento della domanda nel giudizio principale;

che, in punto di non manifesta infondatezza, ad avviso del giudice a quo gli artt. 165, 645, secondo comma, e 647 cod. proc. civ. violerebbero gli artt. 3, 24 e 111, secondo comma, Cost. in quanto, secondo l’interpretazione suddetta, farebbero gravare sull’opponente l’onere di costituirsi in un termine: 1) in sé eccessivamente breve (contrasto con l’art. 24 Cost.); 2) irragionevole, dato che, anche assolvendo a tale obbligo, non ne conseguirebbe la celere definizione della controversia o, quanto meno, della fase iniziale della stessa, tenuto conto dei maggiori termini di comparizione introdotti dall’art. 21, lettera g) [recte: art. 2, comma 1, lettera g)] della legge 28 dicembre 2005, n. 263 (Interventi correttivi alle modifiche in materia processuale civile introdotte con il decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, nonché ulteriori modifiche al codice di procedura civile e alle relative disposizioni di attuazione, al regolamento di cui al regio decreto 17 agosto 1907, n. 642, al codice civile, alla legge 21 gennaio 1994, n. 53, e disposizioni in tema di diritto alla pensione di reversibilità del coniuge divorziato) (contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost.); 3) irragionevole, in quanto solo in caso di assegnazione di un termine minimo a comparire sussisterebbe la necessità di coordinare i tempi di costituzione dell’opponente e dell’opposto (contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost.); 4) eccessivamente breve rispetto a quello di controparte, ponendo irrazionalmente i soggetti del processo in una posizione di disuguaglianza processuale (contrasto con l’art. 111, secondo comma, Cost.);

che, ulteriormente argomentando su quest’ultimo profilo, il rimettente osserva come, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, l’automatica riduzione a metà del termine di costituzione dell’opponente, correlata all’abbreviazione (volontaria o conseguenza di un mero errore) dei termini di comparizione, costituirebbe un onere processuale, a carico del medesimo opponente, sproporzionato rispetto alle facoltà concesse all’opposto e non garantirebbe la spedita definizione dell’intera lite o, quanto meno, della fase iniziale di essa, che è già garantita dalla facoltà di emettere, ai sensi dell’art. 648 cod. proc. civ., l’ordinanza di provvisoria esecuzione non modificabile e non impugnabile neanche con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. (Corte di cassazione, sentenza sezione terza civile, 10 luglio 1990, n. 7200; sentenza sezione prima, 2 marzo 1990, n. 1645);

che il Tribunale rimettente rileva, altresì, come, mentre la facoltà dell’opponente di avvalersi del termine dimidiato a comparire trova la sua ratio nell’interesse dell’intimato di conseguire alla prima udienza la revoca della provvisoria esecuzione, già concessa, ai sensi dell’art. 642 cod. proc. civ., l’imposizione, per legge, del termine di costituzione entro cinque giorni dalla notificazione dell’atto di opposizione (dies a quo decorrente dalla consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario) non garantirebbe il bilanciamento degli interessi delle parti, avendo l’opposto già impostato la propria difesa nella fase monitoria ed essendo tenuto soltanto a resistere ai motivi di opposizione, senza poter proporre domande riconvenzionali (proponibili solo dall’opponente, per la sua veste di convenuto sostanziale: Corte di cassazione, sentenza sezione terza civile, 5 giugno 2007, n. 13086);

che, ad avviso del giudice a quo, l’onere processuale dell’opponente, di costituirsi, a pena di improcedibilità, entro cinque giorni dalla notifica della citazione, risulterebbe ridotto ad una mera formalità, priva di qualsiasi ragione processuale, non valendo né a coordinare il termine di costituzione dell’opponente con quello dell’opposto, né a dare al processo un impulso particolare, quanto meno nella sua fase iniziale (in considerazione dell’ulteriore nuovo termine minimo a comparire introdotto dall’art. 21, lettera g) [recte: art. 2, comma 1, lettera g)] della legge n. 263 del 2005);

che il rimettente esclude l’applicazione della disciplina della rimessione in termini, ai sensi dell’art. 184-bis, cod. proc. civ. – abrogato, ma ancora applicabile alle controversie incardinate ante riforma del 2009 e sostituito dalla norma di portata più generale di cui all’art. 153, secondo comma, cod. proc. civ. riguardante tutti i termini processuali – in quanto, ai sensi della norma speciale di cui all’art. 647 cod. proc. civ., è previsto espressamente che il giudice debba concedere l’esecutività al decreto quando manca la costituzione dell’opponente (essendo, peraltro, il caso dell’errore scusabile già disciplinato dall’art. 650 cod. proc. civ.);

che il giudice a quo deduce anche il contrasto della attuale disciplina con i principi enucleabili dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nella parte in cui stabilisce che ogni persona abbia diritto all’esame equo della propria causa;

che il rimettente sottolinea come la Corte di cassazione, nella sentenza, resa a sezioni unite, n.19246 del 2010, abbia non solo affermato il principio – confermando in ciò la precedente giurisprudenza – che il termine di costituzione dell’opponente è ridotto alla metà nel caso di assegnazione – voluta o conseguenza di un errore – del termine di comparizione in misura inferiore a quello ordinario, ma, altresì, che, per il semplice fatto di avere proposto una opposizione a decreto ingiuntivo, il termine di costituzione dell’opponente è ope legis dimezzato anche nel caso di assegnazione del termine ordinario di comparizione;

che il Tribunale dubita della ragionevolezza di tale affermazione e ne sospetta il contrasto con i suddetti principi costituzionali;

che, in particolare, il giudice a quo ritiene che – diversamente da quanto affermato dalle sezioni unite della Corte di cassazione, secondo cui l’effetto legale del dimezzamento dei termini di costituzione dell’opponente dipende pur sempre dalla scelta del debitore che non può non conoscere quali siano le conseguenze processuali ricollegate dalla legge alla sua iniziativa – il ricorso alla procedura monitoria sia frutto della scelta del ricorrente creditore (futuro opposto) e non dell’intimato (futuro opponente) che «se vuole difendersi, può solo citare in opposizione»;

che, ad avviso del rimettente, l’unica scelta possibile per l’opponente sarebbe il termine a comparire, ordinario e dimezzato, e le uniche conseguenze processuali ricollegate dalla legge alla sua iniziativa sarebbero quelle in ordine al termine di costituzione;

che, secondo il Tribunale, suscita dubbi di costituzionalità il ritenere – come affermano le S.S.U.U. della Corte di cassazione – che il termine di costituzione dell’opponente sia sempre dimezzato, anche nel caso di assegnazione di un termine ordinario di comparizione;

che, come ricordato dal rimettente, la Corte di cassazione, a sezioni unite, ha affermato che, sebbene l’art. 645 cod. proc. civ. disponga soltanto la riduzione a metà dei termini a comparire e non dei termini di costituzione, l’art. 165, primo comma, cod. proc. civ., sancisce il principio dello stretto legame tra termini di comparizione e di costituzione, sicché l’espresso richiamo di tale principio, nell’art. 645 cod. proc. civ., sarebbe stato superfluo;

che, sul punto, il rimettente rileva come il principio della correlazione tra termini a comparire e termini di costituzione, di cui all’art. 165 cod. proc. civ., sia da coordinare con il meccanismo di abbreviazione dei termini a comparire di cui all’art. 163-bis cod. proc. civ.;

che tale meccanismo prevede che sia l’attore a richiedere l’abbreviazione dei termini di comparizione, cioè colui che deve poi subire l’onere di costituzione nel termine dimezzato, mentre, nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo, l’abbreviazione non è richiesta da colui che deve subirne le conseguenze, ma è imposta dalla legge, a seguito della scelta del creditore di agire in via monitoria invece che in via ordinaria;

che il Tribunale sottolinea come, mentre nel primo caso sia il creditore a decidere di abbreviare i termini – pagando l’eventuale insufficienza del termine a costituirsi al più con la cancellazione della causa dal ruolo – nel secondo caso la conseguenza dell’insufficienza del termine di costituzione, ossia l’improcedibilità della opposizione, non è scelta da chi la subisce, ma imposta dalla legge, sulla base della determinazione del creditore di agire in via monitoria;

che, ad avviso del giudice a quo, in considerazione della diversità del meccanismo di riduzione dei termini, nonché degli effetti derivanti dal mancato rispetto del termine, l’espresso richiamo del suddetto principio nel corpo dell’art. 645 cod. proc. civ. sarebbe stato superfluo;

che, infatti, mentre nel caso di rito ordinario (riduzione ai sensi dell’art. 163 cod. proc. civ.), è l’attore a richiedere il dimezzamento dei termini di comparizione, nel giudizio di opposizione il termine di comparizione è dimidiato non per volontà dell’opponente, ma perché è «pacifica l’esigenza di accelerare la trattazione dell’opposizione»;

che il rimettente sottolinea come l’esigenza, posta nell’interesse dell’opponente, di trattare urgentemente l’opposizione potrebbe portare a conseguenze nefaste proprio nei confronti dello stesso opponente;

che, infine, il Tribunale rileva come le questioni già poste dinanzi alla Corte costituzionale abbiano avuto ad oggetto, diversamente dal caso di specie, l’ipotesi della riduzione a metà del termine a comparire, ispirandosi al precedente consolidato orientamento della Corte di cassazione (ex multis: Corte di cassazione, sentenza sezione terza civile, 3 luglio 2008, n. 18203 e sentenza 20 novembre 2002, n. 16332; sentenza sezione prima, 15 marzo 2001, n. 3752 e sentenza 30 marzo 1998, n. 3316, sentenza sezione seconda 7 aprile 1987, n. 3355);

che, con atto depositato in data 24 settembre 2012, è intervenuto il Presidente del Consiglio del ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che sia disposta la restituzione degli atti al rimettente per una nuova valutazione della rilevanza della questione, alla luce dello ius superveniens di cui alla legge 29 dicembre 2011, n. 218 (Modifica dell’articolo 645 e interpretazione autentica dell’articolo 165 del codice di procedura civile in materia di opposizione al decreto ingiuntivo), nonché, in subordine, che la questione sia dichiarata inammissibile per difetto di rilevanza, con riferimento ai parametri indicati nell’ordinanza di rimessione.

Considerato che il Tribunale ordinario di Napoli, con l’ordinanza indicata in epigrafe, dubita della legittimità costituzionale del combinato disposto degli articoli 165, 645, secondo comma, e 647 del codice di procedura civile, in riferimento agli articoli 3, 24 e 111, secondo comma, della Costituzione;

che, in epoca successiva all’ordinanza di rimessione, è entrata in vigore la legge n. 218 del 2011;

che, in particolare, l’art. 1 della citata legge, intitolato «Modifica all’articolo 645 del codice di procedura civile», ha disposto la soppressione nel secondo comma del citato art. 645 delle parole: «ma i termini di comparizione sono ridotti a metà»;

che l’art. 2 della medesima legge, intitolato «Disposizione transitoria», ha previsto che «Nei procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge, l’articolo 165, primo comma, del codice di procedura civile si interpreta nel senso che la riduzione del termine di costituzione dell’attore ivi prevista si applica, nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo, solo se l’opponente abbia assegnato all’opposto un termine di comparizione inferiore a quello di cui all’articolo 163-bis, primo comma, del medesimo codice»;

che, stante l’intervenuta modifica del quadro normativo dal quale l’ordinanza di rimessione aveva preso le mosse, deve essere ordinata la restituzione degli atti al giudice rimettente affinché rivaluti, alla luce del descritto ius superveniens (certamente applicabile al giudizio a quo, sia per il tenore del menzionato art. 2, che fa espresso riferimento ai procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della legge che lo introduce, sia per la natura interpretativa di esso), la persistente rilevanza delle questioni promosse.

Visto l’art. 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

 

Per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

 

ordina la restituzione degli atti al Tribunale ordinario di Napoli.

  

Filtro in Appello: una delle prime ordinanze di inammissibilità

Tribunale di Vasto, 20 febbraio 2013

Ecco una delle prime applicazioni di merito del nuovo filtro del giudizio d’appello. Il Giudice d’Appello valuta le richieste delle parti, gli atti del giudizio di primo grado, ed in particolare verifica che dall’istruttoria orale condotta nel giudizio di primo grado non è emersa alcuna prova del danno patrimoniale asseritamente patito dagli appellanti, e così ritiene che la ricostruzione dei fatti e l’applicazione delle norme di diritto compiute nella sentenza impugnata sono esenti da censura e meritano di essere senz’altro condivise. Si chiude così l’appello con ordinanza di inammissibilità! [L. D’Apollo] Tribunale di Vasto, 20 febbraio 2013 IL GIUDICE Dott. Fabrizio Pasquale A scioglimento della riserva assunta nel procedimento di cui in epigrafe, avente ad oggetto: APPELLO CONTRO SENTENZA DEL GIUDICE DI PACE IN MATERIA DI OBBLIGAZIONI E CONTRATTI, promosso da OMISSIS nei confronti di Enel Energia s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, entrambi rappresentati e difesi come in atti; LETTI gli atti e la documentazione di causa; RITENUTO applicabile al caso di specie, anche ratione temporis, l’art. 348 bis c.p.c., introdotto dal D.L. 22.06.2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. a), convertito, con modificazioni, dalla L. 07.08.2012, n. 134, per i giudizi di appello proposti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata chiesta la notifica a partire dall’11.09.2012; SENTITI i procuratori delle parti sui chiarimenti richiesti all’udienza del 04/02/2013; PREMESSO che gli odierni appellanti hanno convenuto in giudizio la Enel Energia s.p.a. innanzi al Giudice di Pace di Vasto, per ivi sentirla condannare al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali conseguenti all’illegittima interruzione della fornitura di energia elettrica presso la propria abitazione; CHE il giudice di prime cure ha rigettato la domanda, sul presupposto della piena legittimità dell’operato della odierna appellata, in presenza di uno stato di morosità del cliente, nonché sull’assunto della mancanza di prove dei danni asseritamente subìti; CHE gli appellanti hanno impugnato la sentenza nella parte in cui ha riconosciuto l’assenza di responsabilità dell’Enel Energia s.p.a. nella interruzione del servizio di erogazione della energia elettrica, chiedendo che il provvedimento fosse modificato nel senso di accertare l’assenza di morosità degli utenti, stante l’avvenuto pagamento delle precedenti fatture a mezzo bonifico bancario effettuato in data 20.08.2008 per l’importo di € 285,00; gli stessi hanno, altresì, denunciato l’erronea applicazione dell’art. 1565 c.c., il quale presuppone – ai fini della legittimità della sospensione della somministrazione con congruo preavviso – un inadempimento che, nel caso di specie, non si è mai verificato; CONSIDERATO, in particolare, che il pagamento effettuato dal titolare dell’utenza tramite bonifico bancario (di cui, comunque, il giudice di prime cure ha dato atto nel suo provvedimento), in sostituzione del previsto versamento sul c/c postale, costituisce un inesatto adempimento privo, ai sensi dell’art. 1197 c.c., di effetto liberatorio per il debitore (cfr., Cass., 06/09/2004, n. 17961), di guisa che deve giustamente ritenersi sussistente uno stato di morosità del somministrato, con conseguente riconoscimento della legittimità della sospensione della somministrazione operata da Enel Energia s.p.a.; CHE, in ogni caso, dall’istruttoria orale condotta nel giudizio di primo grado non è emersa alcuna prova del danno patrimoniale asseritamente patito dagli appellanti; CHE, relativamente alla richiesta di risarcimento dei danni non patrimoniali, la sentenza ha fatto puntuale applicazione dei principi di diritto affermati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione in tema di danno non patrimoniale (cfr., Cass., S.U., 11.11.2008, n.26972), ritenendo – sulla base delle deduzioni difensive e delle prove orali raccolte – che i pregiudizi invocati dagli attori a titolo di danno esistenziale non fossero meritevoli della tutela risarcitoria, trattandosi di meri disagi, fastidi o ansie, come tali privi del requisito della “ingiustizia costituzionalmente qualificata” (Cass., S.U., idem). RITENUTO, pertanto, che la ricostruzione dei fatti e l’applicazione delle norme di diritto compiute nella sentenza impugnata sono esenti da censura e meritano di essere senz’altro condivise; CHE, dunque, che per le stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata, l’appello proposto non ha alcuna ragionevole probabilità di essere accolto; Per Questi Motivi DICHIARA l’appello inammissibile; CONDANNA OMISSIS, in solido tra loro, a pagare, in favore di Enel Energia s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese del presente giudizio, che liquida in complessivi € 2.500,00 per compensi professionali, ai sensi del D.M. 20.07.2012 n. 140, oltre accessori come per legge; MANDA alla cancelleria per la comunicazione della presente ordinanza alle parti. Vasto, 20 febbraio 2013. IL GIUDICE Dott. Fabrizio Pasquale

Preliminare firmato, ma la casa è ipotecata, il mediatore è responsabile?

Cassazione, sez. II, 6 novembre 2012, n. 19075

 

In tema di responsabilità del mediatore, non rientra nella comune ordinaria diligenza, alla quale il mediatore deve conformarsi nell’adempimento della prestazione ai sensi dell’art. 1176 cod. civ., lo svolgimento, in difetto di particolare incarico, di specifiche indagini di tipo tecnico giuridico, dovendosi ritenere pertanto che in caso di intermediazione in compravendita immobiliare, non può considerarsi compreso nella prestazione professionale del mediatore l’obbligo di accertare, previo esame dei registri immobiliari, la libertà dell’immobile oggetto della trattativa da trascrizioni ed iscrizioni pregiudizievoli

 

Cassazione, sez. II, 6 novembre 2012, n. 19075

(Pres. Schettino – Rel. San Giorgio)

 

Svolgimento del processo

 

1. – Con atto di citazione notificato in data 4 aprile 2004, T.D.D. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Novara – Sez. distaccata di Borgomanero, la Immobiliare Marini s.a.s. di Ginobile Patrizia, esponendo che, insieme al defunto marito, aveva stipulato un contratto preliminare di compravendita immobiliare relativo ad una villetta con relativo terreno pertinenziale in (omissis) , di proprietà di V..M. , versando a titolo di caparra confirmatoria la somma di lire 10.000.000, contestualmente alla sottoscrizione del preliminare, in data 5 agosto 2000, la somma di lire 40.000.000 l’8 agosto 2000, la somma di lire 100.000.000 il 24 agosto 2000, e che a detta stipulazione le parti erano giunte per effetto della mediazione della convenuta, cui avevano versato lire 9.000.000 a titolo di compenso; che il contratto preliminare dava atto dell’esistenza di una ipoteca a favore del Mediocredito s.p.a., prevedendo che l’immobile, al momento della stipulazione del contratto definitivo, avrebbe dovuto essere libero da pesi; che successivamente al pagamento degli indicati acconti, i promissari acquirenti avevano scoperto che l’immobile era gravato da ulteriori ipoteche giudiziali, che successivamente all’incontro dinanzi al notaio essi avevano versato ulteriori acconti sino alla complessiva somma di lire 290.000.000 senza che i venditori estinguessero i debiti di cui alle iscrizioni ipotecarie, sicché il contratto definitivo non si era potuto stipulare.

Pertanto l’attrice, ritenendo che sussistesse una responsabilità contrattuale dell’agenzia per omessa informazione su dati essenziali ai fini della fattibilità dell’affare, chiese la condanna della convenuta al pagamento, a titolo di risarcimento del danno, di quanto versato in esecuzione del preliminare.

2. – Il Tribunale adito limitò la pretesa risarcitoria di parte attrice al danno emergente conseguito al versamento degli acconti effettuati alla promittente venditrice sino all’incontro del 23 gennaio 2001 presso il notaio, e, quindi, alla somma di lire 150.000.000, con rivalutazione monetaria ed interessi legali, considerando innegabile un difetto di diligenza del mediatore per non aver fornito al cliente le informazioni conoscibili con l’ordinaria diligenza, ed accogliendo altresì la domanda di manleva nei confronti dei terzi chiamati, i venditori, sulla base del rilievo che il soggetto interessato a proporre la vendita di un proprio immobile non può tacere circostanze di estremo rilievo quale la presenza di ipoteche.

3. – La Immobiliare Marini propose appello nei confronti di tale sentenza.

La Corte d’appello di Torino, con sentenza depositata il 14 aprile 2010, rigettò il gravame.

Rilevò la Corte di merito che il mediatore, secondo il principio di buona fede e diligenza in concreto esigibile da un professionista, ha l’obbligo di acquisire concretamente le informazioni ordinariamente accessibili con la diligenza propria del professionista che dispone di strumenti adeguati, e soprattutto di verificare la fondatezza delle informazioni in suo possesso, fra cui la informazione circa la iscrizione ipotecaria dal venditore data alla mediatrice.

4. Per la cassazione di tale sentenza ricorre la Immobiliare Marini s.a.s. di Ginobile Patrizia affidandosi ad un unico motivo. Resiste con controricorso D.D..T. , che ha anche depositato memoria.

 

Motivi della decisione

 

1. – Con l’unico motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 1759 cod.civ., relativo agli obblighi gravanti sul mediatore. Avrebbe errato la Corte di merito nell’affermare la responsabilità per difetto di informazione del mediatore che non abbia acquisito e, comunque, comunicato, circostanze che egli avrebbe dovuto e potuto conoscere con l’ordinaria diligenza, quali le iscrizioni ipotecarie. Si richiama il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità che assegna un contenuto meno gravoso al dovere di diligenza posto a carico del mediatore, escludendo che nello stesso rientri, in mancanza di conferimento di uno specifico incarico in tal senso, rientri anche l’obbligo di provvedere allo svolgimento di specifiche indagini di carattere tecnico-giuridico, quali sono quelle volte all’accertamento di iscrizioni o trascrizioni pregiudizievoli sull’immobile oggetto di compravendita.

2.1. – La censura merita accoglimento.

2.2. – Secondo l’orientamento dominante nella giurisprudenza di questa Corte, che il Collegio intende ribadire, poiché la legge n. 39 del 1989 subordina l’esercizio dell’attività di mediazione al possesso di specifici requisiti di capacità professionale, configurandola come attività professionale, l’obbligo di informazione gravante sul mediatore a norma dell’art. 1759 cod. civ., va commisurato alla normale diligenza alla quale è tenuto a conformarsi nell’adempimento della sua prestazione il mediatore di media capacità, e pertanto deve ritenersi che il suddetto obbligo deve riguardare non solo le circostanze note, ma tutte le circostanze la cui conoscenza, in relazione all’ambito territoriale in cui opera il mediatore, al settore in cui svolge la sua attività ed ad ogni altro ulteriore utile parametro sia acquisibile da parte di un mediatore dotato di media capacità professionale con l’uso della normale diligenza.

Tuttavia, secondo il richiamato orientamento giurisprudenziale, non rientra nella comune ordinaria diligenza, alla quale il mediatore deve conformarsi nell’adempimento della prestazione ai sensi dell’art. 1176 cod. civ., lo svolgimento, in difetto di particolare incarico, di specifiche indagini di tipo tecnico giuridico, quale, con riguardo al caso di intermediazione in compravendita immobiliare, quella relativa all’accertamento, previo esame dei registri immobiliari, della libertà dell’immobile oggetto della trattativa, le trascrizioni ed iscrizioni pregiudizievoli (v., tra le altre, Cass., sentt. n. 15926 del 2009, 15274 e n. 822 del 2006, n. 16009 del 2003, n. 6389 del 2001, n. 4791 del 1999. Per un caso in cui si è ritenuto che l’obbligo del mediatore di riferire alle parti le circostanze dell’affare a sua conoscenza, ovvero che avrebbe dovuto conoscere con l’uso della diligenza da lui esigibile, ricomprenda, nel caso di mediazione immobiliare, le informazioni sulla esistenza di iscrizioni o trascrizioni pregiudizievoli, v. Cass., sent. n. 16382 del 2009). 2.3. – Nella specie, dunque, la Immobiliare Marini correttamente, sulla base del riportato orientamento giurisprudenziale, ritenne che l’incarico ricevuto non comportasse, in assenza di una previsione diversa, l’obbligo di svolgere approfondite indagini in ordine alla sussistenza di iscrizioni o trascrizioni pregiudizievoli sull’immobile di cui si tratta.

3. – Il ricorso de quo va, quindi, accolto. La sentenza impugnata va, di conseguenza, cassata e la causa rinviata ad un diverso giudice – che viene designato in altra sezione della Corte d’appello di Palermo, cui è demandato altresì il regolamento delle spese del presente giudizio – che riesaminerà la controversia attenendosi al seguente principio di diritto: “In tema di responsabilità del mediatore, non rientra nella comune ordinaria diligenza, alla quale il mediatore deve conformarsi nell’adempimento della prestazione ai sensi dell’art. 1176 cod. civ., lo svolgimento, in difetto di particolare incarico, di specifiche indagini di tipo tecnico giuridico, dovendosi ritenere pertanto che in caso di intermediazione in compravendita immobiliare, non può considerarsi compreso nella prestazione professionale del mediatore l’obbligo di accertare, previo esame dei registri immobiliari, la libertà dell’immobile oggetto della trattativa da trascrizioni ed iscrizioni pregiudizievoli”.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte d’appello di Torino.

  

Condominio, il decreto ingiuntivo condominiale emesso sull abase di una delibera annullabile è valido?

CONDOMINIO. IL DECRETO INGIUNTIVO CONDOMINIALE EMESSO SULLA BASE DI UNA DELIBERA ANNULLABILE È VALIDO?

Cassazione, sez. II, 12 novembre 2012, n. 19605

 

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo emesso ai sensi dell’art. 63 disp. att. cod. civ. per la riscossione dei contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea, il condomino opponente non può far valere questioni attinenti alla validità della delibera condominiale ma solo questioni riguardanti l’efficacia della medesima. Tale delibera infatti costituisce titolo di credito del condominio e, di per sé, prova l’esistenza di tale credito e legittima non solo la concessione del decreto ingiuntivo, ma anche la condanna del condomino a pagare le somme nel giudizio di opposizione che quest’ultimo proponga contro tale decreto, ed il cui ambito è dunque ristretto alla sola verifica della esistenza e della efficacia della deliberazione assembleare di approvazione della spesa e di ripartizione del relativo onere.

D’altra parte, debbono qualificarsi nulle le delibere dell’assemblea condominiale prive degli elementi essenziali, le delibere con oggetto impossibile o illecito (contrario all’ordine pubblico, alla morale o al buon costume), le delibere con oggetto che non rientra nella competenza dell’assemblea, le delibere che incidono sui diritti individuali sulle cose o servizi comuni o sulla proprietà esclusiva di ognuno dei condomini, le delibere comunque invalide in relazione all’oggetto; debbono, invece, qualificarsi annullabili le delibere con vizi relativi alla regolare costituzione dell’assemblea, quelle adottate con maggioranza inferiore a quella prescritta dalla legge o dal regolamento condominiale, quelle affette da vizi formali, in violazione di prescrizioni legali, convenzionali, regolamentari, attinenti al procedimento di convocazione o di informazione dell’assemblea, quelle genericamente affette da irregolarità nel procedimento di convocazione, quelle che violano norme richiedenti qualificate maggioranze in relazione all’oggetto.

Pertanto, una volta accertata la immediata esecutività della delibera, in base alla quale era stato legittimamente emesso il decreto, non potevano essere invocati nel giudizio di opposizione eventuali vizi invalidanti la predetta delibera che avrebbero dovuti essere fatti valere nel giudizi di impugnazione, atteso che il Giudice dell’opposizione al decreto non avrebbe potuto, neppure incidenter tantum, rilevare l’invalidità delle delibere impugnate.

 

 

Cassazione, sez. II, 12 novembre 2012, n. 19605

(Pres. Triola – Rel. Migliucci)

 

Svolgimento del processo

1.- Il Condominio sito in (omissis) chiedeva e otteneva decreto ingiuntivo nei confronti dei condomini P.F. , P.P. e P.L.R. , comproprietari di un appartamento sito nel condominio, per il pagamento di quote condominiali scadute per lire 6.945.332, come da verbale d’assemblea 30 settembre 1993 che aveva approvato il rendiconto ’92/’93 e il preventivo ’93/’94.

Avverso tale decreto gli ingiunti proponevano opposizione, deducendo: che l’avviso di convocazione dell’assemblea del 30 settembre 1993 non era mai stato loro comunicato; che non era stato mai inviato loro un conteggio particolare di quanto dovuto; che i 2/3 della spesa del lastrico solare, di uso esclusivo del proprietario dell’ultimo piano, era stato ripartito tra tutti i condomini; che la spesa per il portone d’ingresso non era stata mai approvata dall’assemblea; che la spesa per la pulizia delle scale era stata deliberata senza che l’argomento fosse all’ordine del giorno; che la spesa relativa all’ascensore doveva essere ripartita esclusivamente tra i condomini che l’avevano installato senza preventiva deliberazione assembleare;che all’amministratore, peraltro non iscritto nell’albo di categoria, era stato riconosciuto un compenso eccessivo; che erano stati addebitati interessi con decorrenza anteriore a quella dovuta; che erano state richieste con decreto ingiuntivo anche le rate non scadute dell’esercizio 1993/94.

Il Condominio chiedeva il rigetto dell’opposizione.

Con sentenza del 30 settembre 2001 il Tribunale di Perugia accoglieva l’opposizione, ritenendo che il Condominio non avesse dato la prova della regolare convocazione degli opponenti all’assemblea del 30 settembre 1993, sicché le deliberazioni assunte da quel consesso dovevano ritenersi nulle, e conseguentemente infondata l’ingiunzione che sulla base di quei deliberati era stata emessa.

Con sentenza dep. il 24 febbraio 2006 la Corte di appello di Perugia, in riforma della decisione impugnata dal Condominio, rigettava l’opposizione al decreto che confermava.

Dopo avere rilevato che non era chiaro se gli opponenti fossero stati o meno convocati all’assemblea del 30 settembre 19993 anche se la spedizione delle raccomandate da parte dell’amministratore lo avrebbe lascato supporre, i Giudici osservavano che la questione non era decisiva posto che si il difetto di convocazione del condomino all’assemblea condominiale è causa di annullabilità e non di nullità della relativa delibera: posto che i predetti erano a conoscenza del verbale di assemblea già in epoca prossima all’ottobre 1993 il termine per impugnare era scaduto.

Ritenevano che potevano prendersi in considerazione soltanto i motivi eventuali di nullità della delibera ed escludevano che quelli con l’opposizione invocati potessero integrare alcuna nullità.

In relazione agli altri motivi, i Giudici osservavano che era legittima la ripartizione delle spese relative al lastrico solare ex art. 1126; la spesa per il portone di ingresso era stata ratificata con l’approvazione del rendiconto ; l’installazione dell’ascensore non poteva considerarsi innovazione gravosa o voluttuaria; la nomina dell’amministratore può avvenire anche fra professionisti non inscritti al relativo albo e la determinazione del compenso è rimessa alla libera contrattazione.

Per quel che riguardava la decorrenza degli interessi e delle rate scadute, la sentenza rilevava la genericità della doglianza e comunque la esattezza della decorrenza degli interessi dal 30-9-1993, posto che il l’esercizio ‘92-‘93 era terminato e quello ‘93-‘94 era iniziato da tre mesi, senza che gli opponenti avessero pagato alcunché ed erano stati oggetto di due esecuzioni, mentre per le rate non ancora scadute era ritenuta, ai sensi dell’art. 1186 cod. civ., la decadenza dal beneficio del termine.

2.- Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione P.F. , P.P. e P.L.R. sulla base di cinque motivi illustrati da memoria. Resiste con controricorso l’intimato.

Motivi della decisione

Preliminarmente va rilevato che la presente controversia, avendo a oggetto il pagamento dei contributi condominali richiesti con l’opposto decreto ingiuntivo, rientra, ai sensi dell’art. 1130 n. 3 cod. civ. e 63 disp. att. cod. civ., nelle attribuzioni dell’amministratore il quale in tale ipotesi è legittimato ad agire (art. 1131 primo comma cod. civ.) senza che sia necessaria l’autorizzazione dell’assemblea che invece è richiesta quando la controversia esorbita dalle sue attribuzioni (S.U. 18331/2010): pertanto, va disattesa la richiesta del Procuratore Generale di assegnazione di un termine per la regolarizzazione della costituzione del Condominio nel giudizio di cassazione.

1.1. – Il primo motivo, lamentando violazione degli artt. 1136, 1137, 2697, 2727 e 2729 cod. civ. nonché, 115, 116 cod.proc. civ., deduce che la sentenza, discostandosi da quanto aveva ritenuto il tribunale e ritenendo annullabile e non nulla la delibera del 30 settembre 1993, aveva da un lato considerato non perfezionato il procedimento di comunicazione della convocazione di cui non era stata provata la ricezione della relativa raccomandata e poi aveva invece ritenuto il medesimo procedimento perfezionato quando erroneamente aveva affermato che gli opponenti avevano avuto conoscenza del verbale di assemblea senza che il Condominio avesse offerto la prova, al medesimo incombente, dell’avvenuta ricezione della raccomandata relativa alla comunicazione del predetto verbale: la delibera era stata tempestivamente impugnata con l’atto di opposizione.

1.2. – Il secondo motivo, lamentando violazione degli artt. 1120, 1121, 1136, 1105, 1126, 1123, 1185, 1186, 2697, 2727 e 2729 cod. civ. nonché 112, 115, 116, 342, 346, 132 n. 4 cod.proc., censura la sentenza che era andata oltre il devolutimi, posto che con il gravame il Condominio si era limitato al solo fatto della nullità e/o annullabilità della delibera del 30 settembre 1993 e alla relativa convocazione senza richiamare specificamente le altre questioni.

Anche nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo per oneri condominiali il Condominio, essendo attore, deve fornire la prova del suo diritto che nella specie non era stato dimostrato, posto che: a) non vi era stata la previa deliberazione dell’assemblea in ordine alla spesa relativa al portone di ingresso dello stabile e, contrariamente a quanto affermato dalla Corte di appello, non poteva ritenersi la ratifica con la delibera del 30-9-1993, non essendovi in essa alcuna traccia; b) ugualmente doveva dirsi a proposito delle spese relative al lastrico solare di uso esclusivo, i cui 2/3 non potevano essere ripartiti anche a carico del proprietario del lastrico solare sul quale la spesa già gravava per un terzo; c) ugualmente doveva dirsi per la installazione dell’ascensore che non era stata mai deliberata dai condomini e, trattandosi di innovazione, doveva essere approvata con la maggioranza qualificata di cui all’art. 1120 cod. civ.; d) analogamente era avvenuto per la nomina dell’amministratore non iscritto alla relativa associazione e alla determinazione in misura eccessiva del suo compenso. Per quel che riguardava gli interessi, infondata era la ritenuta genericità della doglianza, essendo stato dedotto dagli opponenti che la quantificazione dei pretesi interessi era erronea, poiché si richiedevano interessi dalla data dell’assemblea 30/9/93, quando era evidente che tali interessi potevano essere dovuti solo per le rate scadute e approvate in quella sede e non per il preventivo ‘94 e per i pagamenti la cui scadenza era fissata per il 30/11/1993: risultava dallo stesso preventivo ’94 prodotto dal Condominio che i pagamenti per le spese straordinarie dovevano essere eseguiti entro il 30/10/93 ed entro il 30/11/93, per cui non poteva il Condominio pretendere gli interessi dal 30/9/1993, mentre quanto alle spese ordinarie, queste erano suddivise in dodici mensilità a partire dal 30/10/1993 di L. 195.400, delle quali, ovviamente, erano scadute solo le prime quattro mensilità. Censura ancora l’applicazione dell’art. 1186 cod. civ. che di ufficio e senza che ne ricorressero i presupposti era stata compiuta dai Giudici.

Il Giudice aveva omesso ogni pronuncia sulla questione relativa alla pulizia delle scale.

1.3. – I motivi, involgendo questioni che appaiono strettamente connesse, vanno esaminati congiuntamente.

In primo luogo, deve escludersi il denunciato vizio di ultrapetizione, posto che, nel censurare la sentenza del Tribunale che aveva dichiarato la nullità della delibera sulla quale si era fondata l’ingiunzione opposta, il Condominio non si era limitato a impugnare la declaratoria di nullità della delibera de qua ma aveva chiesto il rigetto dell’opposizione e la conferma del decreto, così instando per l’accoglimento della domanda proposta con la richiesta del decreto, che costituiva l’oggetto del giudizio, mentre l’efficacia della delibera su cui il decreto si fondava ne rappresentava la necessaria premessa. Ed invero,il decreto ingiuntivo si basava sulla delibera con la quale erano stati approvati il rendiconto delle spese dell’esercizio ‘92-‘93 e il preventivo ’93-’94 che peraltro era limitato ai primi quattro mesi: tale delibera è stata ritenuta annullabile e non nulla, tenuto conto che il denunciato difetto di convocazione dell’assemblea non può comportare nullità, così come sarebbero affetti da ragioni di annullabilità e non da nullità i vizi lamentati e riproposti con il ricorso per cassazione.

Orbene, in tema di opposizione a decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo emesso ai sensi dell’art. 63 disp. att. cod. civ. per la riscossione dei contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea, il condomino opponente non può far valere questioni attinenti alla validità della delibera condominiale ma solo questioni riguardanti l’efficacia della medesima. Tale delibera infatti costituisce titolo di credito del condominio e, di per sé, prova l’esistenza di tale credito e legittima non solo la concessione del decreto ingiuntivo, ma anche la condanna del condomino a pagare le somme nel giudizio di opposizione che quest’ultimo proponga contro tale decreto, ed il cui ambito è dunque ristretto alla sola verifica della esistenza e della efficacia della deliberazione assembleare di approvazione della spesa e di ripartizione del relativo onere (Cass. 2387/2003; 7261/2002; 11515/1999; 3302/1993). D’altra parte, debbono qualificarsi nulle le delibere dell’assemblea condominiale prive degli elementi essenziali, le delibere con oggetto impossibile o illecito (contrario all’ordine pubblico, alla morale o al buon costume), le delibere con oggetto che non rientra nella competenza dell’assemblea, le delibere che incidono sui diritti individuali sulle cose o servizi comuni o sulla proprietà esclusiva di ognuno dei condomini, le delibere comunque invalide in relazione all’oggetto; debbono, invece, qualificarsi annullabili le delibere con vizi relativi alla regolare costituzione dell’assemblea, quelle adottate con maggioranza inferiore a quella prescritta dalla legge o dal regolamento condominiale, quelle affette da vizi formali, in violazione di prescrizioni legali, convenzionali, regolamentari, attinenti al procedimento di convocazione o di informazione dell’assemblea, quelle genericamente affette da irregolarità nel procedimento di convocazione, quelle che violano norme richiedenti qualificate maggioranze in relazione all’oggetto (S.U. 4806/2005). Pertanto, una volta accertata la immediata esecutività della delibera, in base alla quale era stato legittimamente emesso il decreto, non potevano essere invocati nel giudizio di opposizione eventuali vizi invalidanti la predetta delibera che avrebbero dovuti essere fatti valere nel giudizi di impugnazione, atteso che il Giudice dell’opposizione al decreto non avrebbe potuto, neppure incidenter tantum, rilevare l’invalidità delle delibere impugnate.

Va ancora considerato che l’assemblea, che nell’ambito dei poteri di gestione del condominio, approva il rendiconto ai sensi dell’art. 1135 cod. civ., in tal modo ratifica con efficacia ex tunc le spese per lavori anche se non siano stati deliberati, salvo evidentemente i vizi invalidanti tale delibera da fare valere nei modi di legge. Ciò posto, va osservato che: a) la tempestività o meno dell’impugnativa prevista dall’art. 1137 cod. civ. in tema di delibere annullabili ovvero la conoscenza del verbale di assemblea (oggetto del primo motivo di ricorso) sono del tutto ininfluenti nella presente sede, che non ha a oggetto la impugnazione principaliter della delibera; b) la denuncia circa la ripartizione della spesa relativa al lastrico solare o la maggioranza con la quale era stata approvata l’installazione dell’ascensore sono ragioni di annullabilità della delibera, cosi come non sono comunque ragioni che possono configurare invalidità la scelta della persona dell’amministratore o la determinazione del suo compenso. Per quel che concerne la spesa relativa al portone di ingresso che secondo i ricorrenti – a differenza di quanto affermato dai Giudici non sarebbero state neppure menzionate nel verbale di assemblea, la censura si risolve nella denuncia di un travisamento o di un errore revocatorio che non può essere denunciato in sede di legittimità. Per quel che concerne la pulizia delle scale – contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti – i Giudici hanno esaminato la questione, affermando che la relativa spesa era stata comunque ratificata con l’approvazione del rendiconto.

Il motivo merita invece accoglimento per quel che concerne la censura relativa alla decorrenza degli interessi e alle rate non ancora scadute del preventivo, laddove i Giudici – dopo avere considerato generica la censura sollevata dagli opponenti – l’hanno comunque esaminata nel merito e, nel ritenere dovute le somme di cui al decreto, hanno applicato, d’ufficio, l’art. 1186 cod. civ., considerando immediatamente esigibili le rate non scadute del preventivo e, di conseguenza, dovuti gli interessi con decorrenza dal 30-9-1993 su tali somme.

In primo luogo, deve ritenersi che con l’opposizione – che peraltro non è un mezzo di gravame – erano state formulate contestazioni in merito alla debenza degli interessi e delle rate non ancora scadute del preventivo ‘93-‘94 (ai quali soltanto si fa riferimento con le censure sollevate con il ricorso per cassazione), per cui l’affermata genericità era da considerarsi del tutto fuori luogo. Ciò posto, va osservato che la richiesta di decadenza dal beneficio del termine previsto dalla norma citata è evidentemente riservata al potere dispositivo della parte che, da un lato, è il soggetto interessato a fare valere l’immediata esigibilità della prestazione e, dall’altro, deve invocare (e dimostrare) i presupposti al riguardo previsti dalla norma citata (insolvenza o diminuzione o mancata prestazione delle garanzie). Ed invero, con il ricorso per decreto ingiuntivo non era stata chiesta la decadenza dal beneficio del termine e non erano state neppure allegate le circostanze al riguardo previste l’art. 1186 cod. civ..

Pertanto, il primo motivo va rigettato, il secondo motivo va accolto nei limiti in cui si è detto (cioè per quel che concerne gli interessi e le rate non ancora scadute con riferimento al preventivo ’93-‘94); la sentenza va cassata relativamente e limitatamente a quanto si è detto a proposito del secondo motivo con rinvio, anche per le spese della presente fase, alla Corte di appello di Roma.

 

P.Q.M.

 

Accoglie il secondo motivo del ricorso nei limiti di quanto in motivazione rigetta il primo motivo cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese della presente fase, alla Corte di appello di Roma.

SINISTRO STRADALE E FATTO COLPOSO EX 1227 CC: È ANCHE QUELLO DEL MINORE O DELL’INCAPACE?

Cassazione, sez. III, 13 febbraio 2013, n. 3542

 

 

  • Il comportamento del danneggiato, incapace di intendere e di volere, concorrente nella produzione dell’evento dannoso, può integrare il fatto colposo del danneggiato – creditore previsto dall’art. 1227 cod.civ., comma 1, applicabile in tema di responsabilità extracontrattuale per il richiamo contenuto nell’art. 2056 cod.civ. – che il giudice deve valutare anche d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, e peraltro oggetto di motivo di appello da parte dei coniugi M. – B. – al fine di stabilire il concorso delle colpe e la loro compensazione (Cass. n. 6529/2011; 23734/2009; 1213/2006; 5127/2004) – con la conseguente riduzione proporzionale del danno da risarcire – in quanto l’espressione “fatto colposo” che compare nell’art. 1227 cod. civ., deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, e non quale sinonimo di comportamento colposo.
  • Va ribadito, in materia di investimento di pedone, che non è sufficiente l’automobilista provi che l’attraversamento è avvenuto mentre il veicolo procedeva alla velocità consentita nel centro abitato in condizioni ottimali in cui non sono ipotizzabili situazioni di pericolo, ma, dovendo invece la velocità esser costantemente adeguata alle circostanze del caso concreto onde prevenire una situazione di eventuale pericolo, deve anche dimostrare che il pedone non aveva tenuto un comportamento che denunciasse il suo intento di attraversamento della strada nonostante il divieto

 

 

 

Cassazione, sez. III, 13 febbraio 2013, n. 3542

(Pres. Petti – Rel. Chiarini)

 

Svolgimento del processo

Con sentenza del 26 novembre 2008 la Corte di appello di Venezia accoglieva parzialmente gli appelli dei coniugi M. – B. e di M.C..T. e della Compagnia Tirrena di Assicurazioni s.p.a. sulla responsabilità per la morte di M.A. – stabilita dal giudice di primo grado nella misura del 40% a carico della T. – sulle seguenti considerazioni: 1) questi, all’epoca – (OMISSIS) – bimbo di tre anni, sceso dalla bicicletta della nonna Gi..Ma. , svincolatosi dalle sue mani per correre dietro al cugino che aveva attraversato la strada (…), nel centro abitato di (…), mentre anche lui l’attraversava, da destra verso sinistra rispetto alla direzione di marcia tenuta dall’auto di M.C..T. , era investito da costei e a causa delle lesioni riportate moriva dopo sei giorni; 2) la responsabilità della T. era dimostrata perché se avesse tenuto una velocità inferiore a 40 km/h, adeguata alle circostanze di tempo e luogo, l’investimento si sarebbe potuto evitare in quanto al momento dell’inizio dell’attraversamento del bimbo, come accertato nella perizia, aveva 27,75 mt. a disposizione e quindi avrebbe potuto arrestare l’auto prima dell’urto, ed infatti il G. , che guidava dietro la T. , lo aveva visto dapprima sul marciapiede, insieme alla nonna, e poi, svincolatosi dalla stessa, mentre attraversava, a distanza di circa due metri dall’auto della T. ; 3) la responsabilità di quest’ultima era tuttavia quantificabile nel 15% dovendo la maggiore responsabilità attribuirsi al piccolo ai sensi dell’art. 1227 cod. civ., incidente anche sul danno iure proprio dei suoi genitori M. e B. , avendo egli attraversato la strada a distanza di più di venti metri dalle strisce pedonali e di corsa; 4) non era riconoscibile il danno patrimoniale di costoro non essendo note le loro condizioni sociali, economiche e lavorative né le potenzialità reddituali del bambino ed il contributo che avrebbe potuto dare ai genitori.

Ricorrono per cassazione M.L. e G..B. cui resiste la s.p.a. Tirrena Assicurazioni in l.c.a. che ha depositato memoria.

Motivi della decisione

1.- Con il primo motivo i ricorrenti deducono: “Violazione e i falsa applicazione di norme di diritto. Artt. 1227 primo comma e 2055 c.c. (art. 3 60 n. 3 c.p.c.)” e concludono con il seguente quesito di diritto: “Se in tema di responsabilità aguiliana, segnatamente di risarcimento dei danni da sinistro stradale, l’art. 1227 primo comma c.c. si applichi anche nei confronti della persona incapace di intendere e di volere, quindi non imputabile, che con il proprio fatto abbia concorso a cagionare il danno da lei medesima riportato, con conseguente diminuzione del risarcimento del danno, a ciò non ostando né che la norma richieda un fatto colposo del creditore danneggiato, né che la diminuzione del risarcimento debba essere commisurata alla gravità della colpa del creditore danneggiato; in caso di risposta affermativa se nella medesima ipotesi l’art. 1227 primo comma, contrariamente a quanto ritenuto dalla corte territoriale, tuttavia non si applica nei confronti dei prossimi congiunti della persona incapace per i danni da essi subiti in conseguenza della morte di cui la persona incapace sia rimasta vittima, di talché non si deve operare alcuna riduzione del risarcimento loro spettante iure proprio, atteso la loro qualità di terzi danneggiati che non hanno posto in essere il fatto concorrente a cagionare l’evento di danno nonché di titolari di autonomo diritto al risarcimento”.

Il motivo è infondato.

i Correttamente la Corte di merito ha ritenuto l’apporto causale del bambino, ritenendo operante il limite costituito dal concorso colposo del soggetto danneggiato, per quanto minore, a norma dell’art. 1227 cod.civ., comma 1, indipendentemente se tale comportamento anomalo fosse nella fattispecie ascrivibile alla omessa vigilanza della nonna nell’ambito del distinto rapporto tra costei ed il minore.

Infatti il comportamento del danneggiato, incapace di intendere e di volere, concorrente nella produzione dell’evento dannoso, può integrare il fatto colposo del danneggiato – creditore previsto dall’art. 1227 cod.civ., comma 1, applicabile in tema di responsabilità extracontrattuale per il richiamo contenuto nell’art. 2056 cod.civ. – che il giudice deve valutare anche d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, e peraltro oggetto di motivo di appello da parte dei coniugi M. – B. – al fine di stabilire il concorso delle colpe e la loro compensazione (Cass. n. 6529/2011; 23734/2009; 1213/2006; 5127/2004) – con la conseguente riduzione proporzionale del danno da risarcire – in quanto l’espressione “fatto colposo” che compare nell’art. 1227 cod. civ., deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, e non quale sinonimo di comportamento colposo (così specificamente, Cass. n. 14548/2009; 4332/1994).

La tesi opposta si fonda su una lontana pronuncia di questa Corte Suprema (n. 1650 del 1959) con la quale si affermò il principio contrario che non poteva cioè il risarcimento essere diminuito a causa del comportamento del danneggiato incapace, per minore età o per altra causa, di intendere e di volere. Tale decisione fu però superata dalla sentenza delle Sezioni Unite del 17 febbraio 1964 n. 351 la quale stabilì che quando un soggetto incapace per minore età o per altra causa subisce un evento di danno in conseguenza di fatto illecito altrui in concorso col proprio fatto colposo, l’indagine deve essere limitata all’esistenza della causa concorrente, prescindendo dall’imputabilità del fatto all’incapace e dalla responsabilità di chi era tenuto a sorvegliarlo, ed il risarcimento è dovuto dal terzo danneggiato solo nella misura in cui l’evento possa farsi risalire a colpa di lui.

Questo orientamento è ormai consolidato e va ribadito, essendo coerente col principio che non può attribuirsi al colpevole una responsabilità maggiore di quella derivante dalla obbiettiva efficienza causale del suo comportamento allorché questo concorra con quello egualmente eziologicamente efficiente del danneggiato.

Né vale, per sostenere l’opposto principio, rilevare che l’art. 1227 cod.civ., comma 1, prevede l’atto colposo del creditore, per cui la disposizione non dovrebbe essere applicata ogni qual volta non si possa parlare di colpa, come nel caso dell’incapace. È stato in proposito osservato che l’espressione non va intesa come riferentesi all’elemento psicologico della colpa che ha rilevanza esclusivamente ai fini di una affermazione di responsabilità, la quale presuppone l’imputabilità. Per fatto colposo, ai fini che qui rilevano, deve intendersi il comportamento umano, obiettivamente in contrasto con norme positive o di comune prudenza tenuto dal soggetto, come se esso fosse capace (Cass. 14548 del 2009).

Inoltre va osservato che i genitori non hanno chiesto il risarcimento del danno alla convenuta T. a norma dell’art. 2055 cod.civ. e, quindi, per l’intero (Cass. n. 4633/1997), nella qualità di condebitrice solidale (salvo la sua rivalsa nei confronti della nonna del piccolo), né sotto tale profilo è stata impugnata la sentenza, ma sotto il diverso profilo che non sia stata affermata l’esclusiva responsabilità della T. , con condanna della stessa al risarcimento dell’intero danno da essa causato.

2.- Con il secondo motivo deducono: “Contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo per il giudizio; motivazione insufficiente (art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c.)” e così sintetizzano i fatti controversi in relazione ai quali la motivazione è contraddittoria: “La velocità tenuta dalla T. conforme o meno al disposto dell’art. 102 previgente là dove prescrive che la velocità fosse particolarmente moderata nell’attraversamento dei centri abitati nonché alle condizioni (precedente attraversamento della strada da parte di altro bambino, presenza sul marciapiede del piccolo Andrea in evidente procinto di attraversare dopo essersi svincolato dalla mano della nonna, etc.); la distanza a cui avvenne la turbativa (inizio dell’attraversamento), conseguentemente l’inevitabilità; (se vi fosse stata, come sostenuto dalla difesa), pronta, adeguata reazione (che avrebbe consentito di arrestarsi, pur tenendo una velocità imprudente). La contraddittorietà è che, sebbene la sentenza accerti che tali fatti sono tutti contrari alla T. , ne trae l’illogica e contraddittoria conseguenza decisoria di un minimo, residuale e quasi irrisorio concorso della stessa T. (in relazione alla larghissima prevalenza attribuita alla condotta colposa del piccolo bambino). La motivazione è insufficiente poiché in essa non è indicato né si può evincere alcunché che consenta di ricostruire l’iter logico seguito dal giudice per pervenire a siffatta

valutazione di decisione in ordine alla ripartizione di responsabilità”.

Il motivo è fondato.

L’art. 102, secondo e terzo comma del D.P.R. 393 del 1959, applicabile ratione temporis, dispone: “La velocità deve essere particolarmente moderata… nell’attraversamento degli abitati o comunque di tratti di strada fiancheggiati da case.

Ogni veicolo deve altresì rallentare la velocità, e occorrendo, anche fermarsi, quando i pedoni che si trovino sul percorso tardino a scansarsi..”.

Quindi l’accertamento del comportamento colposo del pedone, investito da un veicolo a cui ha omesso di dare la precedenza (art. 134, sesto comma, stesso codice), non esime il conducente, nelle circostanze di luogo prescritte dal precitato art. 102 del c.d.s., dall’obbligo di rallentare adeguatamente l’andatura rispetto al limite di velocità consentito nel tratto di strada percorso – nella specie centro abitato – e di arrestarsi se le circostanze lo impongono, come nella fattispecie, avuto riguardo alla presenza di bambini su di essa e sul latistante marciapiede.

Perciò va ribadito, in materia di investimento di pedone, che non è sufficiente l’automobilista provi che l’attraversamento è avvenuto mentre il veicolo procedeva alla velocità consentita nel centro abitato in condizioni ottimali in cui non sono ipotizzabili situazioni di pericolo, ma, dovendo invece la velocità esser costantemente adeguata alle circostanze del caso concreto onde prevenire una situazione di eventuale pericolo, deve anche dimostrare che il pedone non aveva tenuto un comportamento che denunciasse il suo intento di attraversamento della strada nonostante il divieto (Cass. 6395 del 1994). La Corte di merito ha violato questi principi nell’accertare la colpa concreta della T. ed è incorsa nel vizio logico denunciato perché, pur avendo evidenziato nelle premesse che “per evitare l’evento, secondo il C.T.U. la T. avrebbe dovuto marciare a meno di 40Km/h” e che “al momento dell’insorgenza della turbativa la medesima aveva a disposizione uno spazio di almeno mt. 27,75 e che vi era la possibilità, sia in ipotesi dei 40 kmh. che dei 50kmh. dell’utile arresto, e cioè prima che la vettura potesse giungere sul punto d’urto”, e che la T. aveva visto “il bambino che correndo dal marciapiede fece due o tre passi”, ed il G. , che era dietro di lei con l’auto, aveva visto “il bambino prima sul marciapiede vicino alla nonna e poi quando si è svincolato e ha attraversato la strada”, non ha poi tratto la logica conseguenza che se la T. avesse tenuto una condotta di guida adeguata alle circostanze di luogo e concrete – presenza di bambino molto piccolo sul marciapiede, avvistabile a distanza tale da consentire un adeguato rallentamento della marcia, probabile inseguimento da parte dello stesso del cuginetto che aveva già attraversato la strada – avrebbe potuto fermarsi o comunque adottare tempestive manovre idonee ad evitare l’investimento.

Pertanto la censura va accolta.

3.- Con il terzo motivo deduce: “Violazione di norme di diritto, artt. 2043, 1223, e 1226 c.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.)”, e conclude con il seguente quesito di diritto:” se, ai sensi degli artt. 2043, 1223 e 1226 c.c., nel caso di morte, causata dall’altrui fatto illecito, del figlio in età puerile, anche in assenza di specifici elementi circa le condizioni economico-sociali dei genitori e circa le potenzialità reddituali e contributive del figlio, vada presuntivamente riconosciuta l’esistenza di un danno patrimoniale futuro dei genitori, da liquidarsi in via equitativa, per la perdita dell’apporto in denaro e/o prestazioni personali che avrebbero ricevuto dal figlio”.

Il motivo è infondato.

Ed infatti va ribadito (Cass. 8333 del 2004) che i genitori di persona minore d’età, deceduta in conseguenza dell’altrui atto illecito, ai fini della liquidazione del danno patrimoniale futuro provocato dalla perdita di quei contributi patrimoniali o di quelle utilità economiche che – sia in relazione a precetti normativi (artt. 315, 433, 230 bis cod. civ.) che per la pratica di vita, improntata a regole etico – sociali di solidarietà familiare e di costume – presumibilmente e secondo un criterio di normalità, il minore avrebbe potuto erogare in loro favore devono provare, anche mediante presunzioni e dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, ma con riguardo a tutte le circostanze del caso concreto (Cass. 2869 del 2003), secondo criteri ragionevolmente probabilistici, che considerata la condizione economica di essi genitori sopravvissuti, la loro aspettativa ad un trattamento pensionistico, la loro età e quella del figlio deceduto, la prevedibile entità del futuro reddito del medesimo, avrebbero ricevuto una contribuzione economica. Ne consegue che, in via generale è insufficiente a giustificarne la previsione – e, dunque, la ricorrenza di un danno patrimoniale dei genitori sopravvissuti – la sola “presunzione” astratta di “un apporto in danaro e/o prestazioni personali che avrebbero ricevuto dal figlio”, come concludono nella censura i ricorrenti. Pertanto va respinta.

4.- Concludendo va accolto il secondo motivo di ricorso e respinti il primo e il terzo. La sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e rinviata per nuovo esame alla luce dei principi richiamati.

Il giudice di rinvio provvederà altresì a liquidare le spese, anche del giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, rigetta il primo e il terzo. Cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Venezia, in altra composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione.

  

 

Valida la notifica della sentenza senza alcune pagine?

Cassazione, sez. III, 7 febbraio 2013, n. 2976

 

La notificazione effettuata con la mancanza di alcune pagine può incidere sulla sua idoneità a far decorrere il termine breve ai fini della proposizione del ricorso per cassazione. Tuttavia, ove il destinatario scelga di esercitare comunque il diritto di ricorrere, egli non è esentato dall’onere di munirsi di una copia autenticata completa delle pagine mancanti.

 

 

Cassazione, sez. III, 7 febbraio 2013, n. 2976

(Pres. Tritone – Rel. Frasca)

 

Svolgimento del processo

 

p.1. G..A. ha proposto ricorso straordinario per cassazione contro D..C. avverso la sentenza del 14 febbraio 2007, con la quale il Tribunale di Brindisi, Sezione Distaccata di Fasano, ha rigettato l’opposizione da lui proposta nel giugno del 2004 avverso il precetto intimatogli dal C. il 23 giugno 2004, del quale esso ricorrente aveva dedotto la nullità ai sensi dell’art. 480, secondo comma, c.p.c. per l’omessa indicazione della data di notificazione del titolo, rappresentato da una sentenza emessa interpartes dallo stesso Tribunale.

p.2. Al ricorso ha resistito con controricorso l’intimato.

 

Motivi della decisione

 

p.1. Con il primo motivo di ricorso si deduce “violazione del 2^ comma dell’art. 137, dell’art. 132 co. 2^ n. 4 c.p.c, dell’art. 118 disp. att. del c.p.c, dell’art. 111 comma 2^ della Cost.”.

L’illustrazione del motivo è conclusa dal seguente quesito di diritto: “la notifica di una sentenza incompleta e quindi non conforme all’originale, come è avvenuto nel caso specifico, viola l’art. 137 comma 2^ c.p.c. e, allo stesso tempo, l’art. 132 comma 2^ n. 4, l’art. 118 disp. att. c.p.c. l’art. 111 comma 2^ della Costituzione?”.

Va premesso che l’art. 366 bis c.p.c (ora abrogato dalla l. n. 69 del 2009, ma rimasto ultrattivo per i ricorsi proposti nel regime della sua vigenza), ancorché nel ricorso si adombri il dubbio in senso contrario, era applicabile anche al ricorso straordinario: ciò è già stato affermato dalla Corte nell’ord. n. 20919 del 2008, alla cui motivazione si fa rinvio.

Tanto rilevato, si osserva che il quesito formulato è del tutto inidoneo ad assolvere al requisito di cui all’art. 366-bis c.p.c., giacché si è concretato nella prospettazione alla Corte dell’interrogativo sul se siano state violate le norme indicate nell’intestazione del motivo. Al riguardo, viene in rilievo il principio di diritto secondo cui “È inammissibile, ai sensi dell’art. 366-bis cod. proc. civ., il ricorso per cassazione in cui l’espressione quesito giuridico sia seguita da una mera elencazione di norme, asseritamente violate, senza che – a conclusione o nel corpo del mezzo impugnatorio – risulti formulato il quesito in ordine al quale si chiede alla Corte l’enunciazione del correlativo principio di diritto”. (Cass. sez. un. n. 19811 del 2008); in precedenza, fra tante Cass. (ord.) n. 19892 del 2007, secondo cui “È inammissibile, per violazione dell’ari 366-bis cod. proc. civ., introdotto dall’art. 6 del d.lgs. n. 40 del 2006, il ricorso per cassazione nel quale il quesito di diritto si risolva in una generica istanza di decisione sull’esistenza della violazione di legge denunciata nel motivo”.

p.1.1. Peraltro, se si potesse passare alla lettura del motivo se ne paleserebbe un’ulteriore causa di inammissibilità perché la doglianza che con esso si prospetta non integra una ragione di censura alla sentenza impugnata.

Vi si lamenta che la sentenza impugnata, che è stata notificata il 26 marzo 2007, lo sarebbe stata in copia con la mancanza di due pagine e che ciò, da un lato sarebbe reso “inesistente o quantomeno nulla la notificazione e, dall’altra, perplesso e contraddittorio il provvedimento impugnato”, perché non sarebbe stato “possibile […] intendere integralmente la motivazione data dal giudice alla propria decisione” e ciò avrebbe impedito “al ricorrente di esperire una congrua e logica impugnazione della decisione e, quindi, ostacola[to] gravemente l’esercizio del diritto di difesa”.

p.1.1.1. Ora, è effettivamente vero che la copia della sentenza impugnata, notificata dal resistente agli effetti del decorso del termine di cui all’art. 325 c.p.c. e, quindi, depositata dal ricorrente agli effetti dell’ari 369, secondo comma, n. 2 c.p.c., risulta mancante di due pagine, ma non si comprende come tale circostanza possa avere integrato un vizio della sentenza stessa, dato che si tratta di un evento che riguarda solo la sua notificazione. Essa avrebbe potuto assumere rilievo solo in quanto idonea a determinare eventualmente la nullità della notificazione della sentenza e, quindi, la sua inidoneità a provocarne gli effetti, id est il decorso del termine di cui all’art.325 c.p.c. e tale inidoneità sarebbe potuta venire in ipotesi (cioè se effettivamente si fosse verificata una nullità ed all’uopo si veda, al riguardo, Cass. sez. un. n. 2081 del 1995 e da ultimo Cass. n. 10488 del 2012) in rilievo se il ricorrente, invece di attivarsi esercitando il diritto di impugnazione entro quel termine, avesse ritenuto di esercitarlo nel termine lungo. Avendo optato nel primo senso il ricorrente ha determinato la sanatoria della nullità agli effetti della decorrenza del termine breve e, quindi, ha accettato di esercitare il diritto di impugnazione dovendo osservare tutte le sue condizioni di rito come se la notificazione fosse avvenuta ritualmente. Ne consegue che egli aveva l’onere, per esercitare quel diritto, di acquisire copia della sentenza integrale per articolarne i motivi in modo corrispondente e non può pretendere di non averlo potuto fare in ragione della notifica incompleta.

Va detto anzi che a questo punto, avendo il ricorrente depositato proprio la copia autentica notificatagli, priva delle due pagine, si potrebbe profilare una causa di improcedibilità, dato che secondo Cass. sez. un. n. 14110 del 2006 “Ai fini del rispetto della condizione di procedibilità del ricorso per cassazione, prevista dall’art. 369, secondo comma, n. 2 cod. proc. civ., è necessario il deposito, nel termine perentorio di venti giorni dall’ultima notificazione dell’atto, di una copia autentica della sentenza impugnata, contenente tutte le pagine che consentano di comprendere l’oggetto della controversia e le ragioni poste a fondamento della decisione, nonché di valutare la fondatezza o meno dei motivi di censura”. Poiché lo stesso ricorrente assume che non avrebbe potuto esercitare il suo diritto di difesa, perché la mancanza delle pagine renderebbe incomprensibile la motivazione, l’applicazione del riportato principio giustificherebbe l’improcedibilità del ricorso.

Andrebbe, infatti, considerato che, al lume di quanto affermato dalle Sezioni Unite, non sembrerebbe condivisibile il principio di diritto affermato da Cass. n. 2494 del 2004, secondo cui “La procedibilità del ricorso per Cassazione non è esclusa dal fatto che la copia autentica della sentenza impugnata (che il ricorrente è tenuto a depositare unitamente al ricorso ex art. 369, comma secondo cod. proc. civ.) sia incompleta perché priva di alcune pagine della parte motivazionale (nella specie, di due facciate) tutte le volte in cui, come nella specie, il ricorrente stesso si sia attenuto a quanto disposto dal citato art. 369 del codice di rito depositando copia autentica della sentenza impugnata cosi come notificatagli dalla controparte, e contenente l’attestazione di conformità all’originale della sentenza della Corte di Appello apposta dal cancelliere di detta Corte (cui è da attribuirsi l’errore di omesso controllo sulla esattezza della certificazione da lui compiuta)”.

La motivazione di tale decisione si articolò in questi termini, dopo aver dato atto che, con ordinanza disposta in udienza la Corte, rilevato che la copia della sentenza impugnata depositata dal ricorrente Spadini, pure se attestata conforme all’originale dal cancelliere della Corte di appello di Ancona, mancava di alcune pagine al cui contenuto le parti si erano riferite negli scritti difensivi, onde ne era impedita la piena comprensione, aveva disposto l’acquisizione della copia autentica integrale della sentenza impugnata mediante apposita richiesta alla Corte di appello di Ancona, nei seguenti termini: “Va, innanzitutto, affermata la procedibilità del ricorso per Cassazione proposto dallo Spadini, anche se la copia autentica della sentenza impugnata, depositata dal ricorrente unitamente al ricorso a norma dell’art. 369, secondo comma, n. 2 c.p.c., è incompleta perché risulta priva di due delle pagine dei motivi della decisione, come risulta dal confronto tra la copia della sentenza depositata dal ricorrente e quella qui inviata dalla Corte di appello di Ancona a seguito della richiesta della cancelleria della Cassazione in data 16 dicembre 2002 (mancano nella prima copia le pag. 7 e 9 del fax inviato dalla Corte di appello). Il ricorrente, invero, si è attenuto al citato disposto dell’art. 369 c.p.c., depositando la copia autentica della sentenza impugnata che gli è stata notificata dalla controparte, e cioè dalla società La Fondiaria Assicurazioni. Ed infatti l’attestazione di conformità della copia all’originale della sentenza della Corte di appello è stata effettuata dal cancelliere di detta Corte su richiesta del difensore della menzionata società assicuratrice. Quindi, il difensore dello Spadini, depositando, insieme col ricorso per Cassazione, la copia autentica della sentenza impugnata con la relazione di notificazione della stessa, effettuata dalla controparte, ha osservato pienamente l’art. 369, secondo comma, n. 2, c.p.c, onde non è a lui imputabile il fatto che la copia autentica della sentenza (come tale certificata dal cancelliere della Corte di appello) non sia tale, perché mancante, rispetto all’originale della sentenza stessa, di due pagine. Non può, quindi, essere condiviso l’orientamento seguito dalla Sez. 2^ di questa Corte, con la sentenza 16 maggio 2001 n, 6749, che, in fattispecie identica a quella qui giudicata, ha dichiarato improcedibile il ricorso per Cassazione, sulla base dell’osservazione che l’art. 369 c.p.c. non prevede eccezioni alla regola che il deposito di copia autentica della sentenza impugnata deve essere effettuato dalla parte ricorrente (anche nel precedente caso mancava una pagina nella copia autentica della sentenza impugnata, notificata dalla controparte alla parte che l’aveva depositata insieme con il ricorso per Cassazione). Tale orientamento non tiene conto del fatto che il ricorrente ha allegato al ricorso la copia autentica della sentenza impugnata, come richiesto dal citato art. 369, e che la difformità della copia rispetto all’originale (per incompletezza della prima rispetto al secondo) è da attribuirsi all’errore del cancelliere che ne ha certificato l’autenticità. Se anche si volessero fare ricadere sul ricorrente (che ha depositato la copia autentica incompleta della sentenza impugnata) le conseguenze del mancato controllo sulla esattezza della certificazione compiuta dal cancelliere, tale (opinabile) considerazione non varrebbe nell’ipotesi (verificatasi nel presente caso) in cui la copia autentica della sentenza impugnata sia stata rilasciata al difensore della controparte che l’abbia notificata a colui che abbia poi proposto ricorso per Cassazione, depositando la copia notificatagli della sentenza impugnata, come prescritto proprio dall’art. 369, secondo comma, n. 2, c.p.c., disposizione che, pertanto, nel caso qui considerato, non può ritenersi sotto alcun aspetto violata dal ricorrente”.

Invero, le considerazioni svolte in tale motivazione circa la responsabilità del cancelliere, che rilasci copia priva di pagine non considerano che l’attività di deposito della sentenza in copia autentica è attività di cui è onerato il ricorrente e la cui conformità a diritto spetta a lui di controllare. Si tratta di attività che prescinde dalla notificazione della sentenza, la quale determina l’ulteriore onere di depositare la relata della notifica, che è atto distinto dalla copia notificata e ciò ancorché sia redatta in calce e di seguito ad essa. Di modo che il necessario controllo della completezza della copia notificata non può venir meno. Né il deposito di una copia priva di pagine, essendo adempimento imposto a pena di inammissibilità tollera l’esercizio del potere giudiciale della Corte di cassazione di invitare il giudice a quo a trasmettere la copia integrale della sentenza. Nemmeno può giustificarsi una soluzione come quella della citata decisione con il fatto che dall’attività diretta ad ottenere il rilascio di una copia integrale il ricorrente potrebbe essere pregiudicato nella possibilità di fruire dell’intero termine breve per la notificazione: s’è già detto che, se l’incompletezza è tale da incidere sulla possibilità di impugnare tutto il decisum della sentenza la notificazione è nulla e non decorre il termine breve.

Dunque il ricorso dovrebbe essere dichiarato improcedibile sulla base del seguente principio di diritto: “La circostanza che la notificazione della sentenza sia stata effettuata con la mancanza di alcune pagine può incidere sulla sua idoneità a far decorrere il termine c.d. breve di cui all’art. 325 c.p.c. ai fini della proposizione del ricorso per cassazione, ove l’incompletezza determini l’inidoneità della notificazione allo scopo di assicurare una conoscenza della sentenza sufficiente a consentire l’esercizio del diritto di impugnazione. Ove, tuttavia, il destinatario scelga di esercitare comunque il diritto di ricorrere in cassazione entro quel termine, così mostrando che quella inidoneità non v’è stata, egli non è esentato dall’onere di munirsi di una copia autentica completa delle pagine mancanti, al fine di ottemperare all’onere di cui all’art. 369, secondo comma, n. 2 c.p.c.”.

p.2. La ritenuta improcedibilità del ricorso a questo punto esimerebbe dal riferire analiticamente dei motivi ulteriori del ricorso, i quali sarebbero tutti connotati dall’inammissibilità per inosservanza dell’art. 366-bis c.p.c. e gradatamente da infondatezza. Per completezza se ne da dimostrazione con specifico riguardo al secondo, al terzo motivo ed al quarto motivo.

p.2.1. Con il secondo motivo si denuncia “violazione dell’art. 132 c.p.c. e dell’art. 118 delle disp.att.”.

L’illustrazione si conclude con il seguente quesito: “la motivazione che, come nella fattispecie, si riferisca a fatti diversi e solo in parte ai fatti del presente giudizio viola le norme in rubrica e rende nulla la sentenza impugnata?”.

Il quesito prospetta un interrogativo del tutto generico ed astratto, in quanto non solo non fornisce alcuna indicazione della parte di motivazione cui ci si relaziona, ma nemmeno offre una pur minima indicazione del riferirsi della motivazione a “fatti diversi” e solo in parte ai fatti del giudizio e sulle ragioni della violazione delle norme di cui all’intestazione del motivo.

L’art. 366-bis c.p.c, infatti, quando esigeva che il quesito di diritto dovesse concludere il motivo imponeva che la sua formulazione non si presentasse come la prospettazione di un interrogativo giuridico del tutto sganciato dalla vicenda oggetto del procedimento, bensì evidenziasse la sua pertinenza ad essa. Invero, se il quesito doveva concludere l’illustrazione del motivo ed il motivo si risolve in una critica alla decisione impugnata e, quindi, al modo in cui la vicenda dedotta in giudizio è stata decisa sul punto oggetto dell’impugnazione e criticato dal motivo, appare evidente che il quesito, per concludere l’illustrazione del motivo, doveva necessariamente contenere un riferimento riassuntivo ad esso e, quindi, al suo oggetto, cioè al punto della decisione impugnata da cui il motivo dissentiva, si che ne risultasse evidenziato – ancorché succintamente – perché l’interrogativo giuridico astratto era giustificato in relazione alla controversia per come decisa dalla sentenza impugnata. Un quesito che non presenta questa contenuto è, pertanto, un non-quesito (si veda, in termini, fra le tante, Cass. sez. un. n. 26020 del 2008; nonché n. 6420 del 2008).

È da avvertire che l’utilizzo del criterio del raggiungimento dello scopo per valutare se la formulazione del quesito sia idonea all’assolvimento della sua funzione appare perfettamente giustificato dalla soggezione di tale formulazione, costituente requisito di contenuto-forma del ricorso per cassazione, alla disciplina delle nullità e, quindi, alla regola dell’art. 156, secondo comma, c.p.c., per cui all’assolvimento del requisito non poteva bastare la formulazione di un quesito quale che esso fosse, eventualmente anche privo di pertinenza con il motivo, ma occorreva una formulazione idonea sul piano funzionale, sul quale emergeva appunto il carattere della conclusività. Da tanto l’esigenza che il quesito rispettasse i criteri innanzi indicati.

Per altro verso, la previsione della necessità del quesito come contenuto del ricorso a pena di inammissibilità escludeva che si potesse utilizzare il criterio di cui al terzo comma dell’art. 156 c.p.c., posto che quando il legislatore qualifica una nullità di un certo atto come determinativa della sua inammissibilità deve ritenersi che abbia voluto escludere che il giudice possa apprezzare l’idoneità dell’atto al raggiungimento dello scopo sulla base di contenuti desunti aliunde rispetto all’atto: il che escludeva che il quesito potesse integrarsi con elementi desunti dal residuo contenuto del ricorso, atteso che l’inammissibilità era parametrata al quesito come parte dell’atto complesso rappresentante il ricorso, ivi compresa l’illustrazione del motivo (si veda, in termini, già Cass. (ord.) n. 16002 del 2007; (ord.) n. 15628 del 2009, a proposito del requisito di cui all’art. 366 n. 6 c.p.c.).

È, altresì, da avvertire, che l’intervenuta abrogazione dell’art. 366-bis c.p.c. non può determinare – in presenza di una manifestazione di volontà del legislatore che ha mantenuto ultrattiva la norma per i ricorsi proposti dopo il 4 luglio 2009 contro provvedimenti pubblicati prima ed ha escluso la retroattività dell’abrogazione per i ricorsi proposti antecedentemente e non ancora decisi – l’adozione di un criterio interpretativo della stessa norma distinto da quello che la Corte di Cassazione, quale giudice della nomofilachia anche applicata al processo di cassazione, aveva ritenuto di adottare anche con numerosi arresti delle Sezioni Unite.

L’adozione di un criterio di lettura dei quesiti di diritto ai sensi dell’art. 366-bis c.p.c. dopo il 4 luglio 2009 in senso diverso da quanto si era fatto dalla giurisprudenza della Corte anteriormente si risolverebbe, infatti, in una patente violazione dell’art. 12, primo comma, delle preleggi, posto che si tratterebbe di criterio contrario all’intenzione del legislatore, il quale, quando abroga una norma, tanto più processuale, e la lascia ultrattiva o comunque non assegna effetti retroattivi all’abrogazione, manifesta non solo una voluntas nel senso di preservare l’efficacia della norma per la fattispecie compiutesi anteriormente all’abrogazione e di assicurarne l’efficacia regolatrice rispetto a quelle per cui prevede l’ultrattività, ma anche una implicita voluntas che l’esegesi della norma abrogata continui a dispiegarsi nel senso in cui antecedentemente è stata compiuta. Per cui l’interprete e, quindi, anche la Corte di Cassazione ai sensi dell’art. 65 dell’Ordinamento Giudiziario, debbono conformarsi a tale doppia voluntas e ciò ancorché, in ipotesi, l’eco dei lavori preparatori della legge abrogativa riveli che l’abrogazione possa essere stata motivata anche e proprio dall’esegesi che della norma sia stata data. Invero, anche l’adozione di un criterio esegetico che tenga conto della ragione in mente legislatoris dell’abrogazione impone di considerare che l’esclusione dell’abrogazione in via retroattiva ed anzi la previsione di una certa ultrattività per determinate fattispecie sempre in mente legislatoris significhino voluntas di permanenza dell’esegesi affermatasi, perché il contrario interesse non è stato ritenuto degno di tutela.

Il secondo motivo è, dunque, inammissibile perché si conclude con un quesito inidoneo al rispetto dell’art. 366 bis c.p.c..

p.2.1. Se si passasse all’esame del motivo leggendone l’illustrazione si dovrebbe, peraltro, rilevare che vi si postula che con quanto argomentato dalla pagina dieci alla tredici della sentenza il Tribunale si sarebbe riferito ad un’opposizione a pignoramento presso terzi che nulla avrebbe a che fare con l’opposizione a precetto, ma l’assunto non tiene conto che nel testo con riguardo al quale il ricorrente ha esercitato l’impugnazione mancano la pagina otto e la dodici, sicché non è dato comprendere come egli possa sostenere quanto enuncia nel motivo senza che sia dato sapere a che cosa si riferivano quelle pagine e se per caso esse davano conto del pignoramento.

Si aggiunga che il resistente, argomentando dalle parti della sentenza non prodotte ha dato conto a sua volta del perché il Tribunale abbia evocato quel pignoramento.

§3. Con il terzo motivo si deduce “violazione degli artt. 221 e 617 c.p.c. nonché degli artt. 183 e 184 c.p.c.”.

L’illustrazione è conclusa dal seguente quesito di diritto: “nel punto in cui si afferma che la querela di falso introduce tardivamente un motivo di opposizione diverso da quello prospettato nell’atto di citazione, e quindi le si disconosce la vera natura di strumento processuale diretto a conseguire la inutilizzabilità di un atto o documento pregiudizievole, la sentenza impugnata viola le norme di cui agli art. 221 e 617 nonché degli art. 183 e 184 c.p.c.?”.

Il quesito è astratto e il motivo viola Part. 36 n. 6 c.p.c., atteso che i fonda sulla notifica del precetto del 23 giungo 2004, di cui non si fornisce l’indicazione specifica.

È anche infondato, perché bene il Tribunale ha ritenuto che la querela dovesse farsi come motivo di opposizione.

p.4. Il quarto motivo deduce “violazione dell’art. 221 e dell’art. 183 c.p.c.” e con esso si contesta la valutazione con cui il giudice di merito ha ritenuto che la querela si sarebbe dovuta proporre con lo stesso atto di opposizione agli atti esecutivi, stante la soggezione di tale rimedio ad un termine di decadenza.

Il motivo si conclude con un quesito nuovamente astratto e, comunque, rivolge alla sentenza impugnata una critica che non tiene conto della struttura del giudizio di opposizione agli atti e della soggezione delle doglianze con esso proponibili ad un termine decadenziale, come ha correttamente ritenuto il Tribunale.

p.5. Il quinto motivo deduce “violazione degli artt. 221, 156 e 480 comma 2^ c.p.c.”.

Il sesto deduce “violazione dell’art. 221 comma 2^ c.p.c.”.

Il settimo “violazione dell’art. 480 2^ comma c.p.c.”.

Si tratta di motivi tutti dipendenti dal quarto.

p.6. Conclusivamente dev’essere dichiarata l’improcedibilità del ricorso. Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano in applicazione della tariffa di cui al d.m. n. 140 del 2012.

 

P.Q.M.

 

La Corte dichiara improcedibile il ricorso. Condanna il ricorrente alla rifusione al resistente delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro quattromiladuecento, di cui duecento per esborsi, oltre accessori come per legge.