Un telegramma che sollecita un incontro “per il pagamento delle quote arretrate”, vale come riconoscimento di debito?

Cassazione, sez. II Civ., 13 marzo 2013, n. 6370

(Pres. Triola – Rel. Parziale)

 

 

Svolgimento del processo

1. – La società SCAI srl, quale locatrice, otteneva il decreto ingiuntivo per l’importo di Euro 1356,41 in data 1 febbraio 2003 nel confronti del conduttore C..S. (odierno ricorrente) per il pagamento di oneri condominiali. Inizialmente la richiesta della somma veniva effettuata direttamente dall’amministratore del condominio e successivamente dalla stessa locatrice con raccomandata del 28 novembre 2001. Seguiva una fitta corrispondenza tra le parti nell’ambito della quale si collocava in data 1 dicembre 2001 un telegramma inviato dal conduttore con il quale egli “sollecitava un incontro per il pagamento delle quote condominiali arretrate”. Seguiva il decreto ingiuntivo di cui sopra che veniva opposto dal conduttore il quale deduceva di aver esercitato il diritto di cui all’articolo 9 della legge 392 del 1978 (senza alcun riscontro al riguardo. La locatrice, invece, assumeva che vi era stato con il telegramma su richiamato riconoscimento del debito e deduceva che i diritti di cui all’articolo 9 erano esercitabili solo nei confronti del condominio.

2.- Il Tribunale accoglieva l’opposizione al decreto ingiuntivo.

Riteneva che il conduttore non era stato posto in condizione di esercitare le facoltà di cui all’articolo 9 della legge 392 del 1978 e che il locatore non aveva nemmeno provato i fatti costitutivi posti a fondamento della pretesa, attraverso la produzione di rendiconti e di piani di riparto approvati dall’assemblea. Né il telegramma del 1 dicembre 2001 poteva essere qualificato come riconoscimento di debito, posto che con esso veniva solo sollecitato un incontro proprio per affrontare il problema del pagamento delle quote arretrate.

3. – La Corte d’appello, adita dalla società locatrice, accoglieva l’impugnazione, qualificando il telegramma in questione come riconoscimento di debito con la conseguenza che non vi era più questione in ordine alla prova del suo credito e che, una volta riconosciuto, il credito era immediatamente esigibile.

4. Il ricorrente affida il suo ricorso a tre motivi.

Resiste con controricorso la società.

Motivi della decisione

1.1 motivi del ricorso.

1.1. Con il primo motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell’articolo 9 della legge 392 del 1978. Osserva il ricorrente che la norma in questione non disciplina l’esistenza del debito, ma regola soltanto la sua esigibilità nel senso che, finché non viene consentito al conduttore di accedere ai documenti, il credito è inesigibile.

1.2. Con il secondo motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell’articolo 1988 e 2197 cod. civ., nonché vizi di motivazione, avendo la Corte territoriale erroneamente interpretato la natura del telegramma, non qualificabile come riconoscimento di debito. In ogni caso, anche a voler aderire a tale interpretazione, il credito, una volta riconosciuto, non era comunque esigibile per l’effetto della norma speciale su richiamata.

1.3. – Col terzo motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell’articolo 2697, 1136 codice civile e 63 disposizioni di attuazione cod.civ.. Secondo il ricorrente la locatrice non aveva fornito la prova del suo credito con la produzione della documentazione necessaria. Afferma che il locatore non aveva allegato al decreto ingiuntivo le delibere di approvazione dei bilanci e che il giudice di primo grado, pur in assenza di specifica contestazione al riguardo, aveva ritenuto necessaria la prova, non fornita. La Corte non aveva tenuto conto di tale principio.

2. Il ricorso è infondato e va respinto.

2.1 La Corte di appello di Roma ha ritenuto di qualificare ricognizione di debito il telegramma in data 1 dicembre 2001 dell’odierno ricorrente, inviato all’esito di una fitta corrispondenza intercorsa tra le parti, oggetto della quale era appunto la contestazione del dovuto da parte del ricorrente, quale conduttore.

Di conseguenza il primo e il terzo motivo, che attengono al regime della prova e che presuppongono che non sia intervenuto alcun riconoscimento di debito, devono essere trattati dopo il secondo, che riguarda anche la corretta interpretazione del telegramma in questione (se esso possa costituire o meno ricognizione di debito).

Il secondo motivo va, quindi, trattato con priorità.

2.2 La censura proposta è relativa alla violazione degli articoli 1988 e 2697 c.c. con riguardo ai principi posti in materia di oneri condominiali dall’articolo 9 della legge 392 del 1978, nonché deduce vizi di motivazione. Ritiene il ricorrente che il contenuto del telegramma in questione non possa essere valutato come ricognizione di debito perché “non era stata specificata l’intensione di pagare” e “non viene indicato l’importo del debito riconosciuto”.

Trattandosi di interpretazione di atti di parte, la censura di violazione di legge doveva riguardare la violazione dei canoni di interpretazione di cui agli articoli 1362 e seguenti codice civile. La censura al riguardo è carente, risultando l’altra, relativa al vizio di motivazione, oltre che inammissibile sotto il profilo di cui all’articolo 366-bis c.p.c., perché del tutto mancante del necessario momento di sintesi, anche infondata.

Occorre osservare, infatti, che la Corte di merito sul punto ha ampiamente ed adeguatamente motivato, non solo sulla base della interpretazione letterale del telegramma, ma anche tenendo conto del comportamento delle parti. La Corte, infatti, ha rilevato che, all’esito della fitta corrispondenza intercorsa tra le parti, era intervenuto il telegramma in questione, nel quale era espressa la chiara volontà del ricorrente di fissare un incontro non per discutere della questione, ma “per il pagamento delle quote condominiali arretrate”. Di qui, la ritenuta volontà di adempiere alla propria obbligazione, derivante, nel suo importo, dal contenuto univoco della pregressa corrispondenza. Infondata è anche la censura, avanzata nella prima parte del secondo motivo, con la quale si deduce che, anche in presenza di riconoscimento di debito, quest’ultimo sarebbe inesigibile per non essere stata soddisfatta la richiesta avanzata ex articolo 9 della legge 392 del 1988. Tale ricostruzione non solo non è fondata su alcuna norma, ma appare anche contraria ai principi generali in materia. La visione degli atti posti a fondamento del debito è chiaramente funzionale al riconoscimento del debito, che, se viene comunque effettuato, non può che prescindere, nei suoi effetti, da tale verifica. Sicché, anche sul piano logico, l’inesigibilità, sotto il profilo dedotto, di un debito già riconosciuto appare del tutto estranea alla fattispecie, pure complessa, in esame.

2.3 Il rigetto del secondo motivo determina l’assorbimento (e comunque il rigetto) del primo e del terzo, che presuppongono – come si è detto – che il riconoscimento di debito non sia intervenuto, posto che tale riconoscimento determina l’inversione dell’onere della prova e rende comunque ininfluente la mancata messa a disposizione dei riparti di spesa e delle relative delibere di approvazione.

3. Le spese seguono la soccombenza.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente alle spese di giudizio, liquidate in 1.000,00 (mille) Euro per compensi e 200,00 per spese, oltre accessori di legge.

Condominio, il decreto ingiuntivo condominiale emesso sull abase di una delibera annullabile è valido?

CONDOMINIO. IL DECRETO INGIUNTIVO CONDOMINIALE EMESSO SULLA BASE DI UNA DELIBERA ANNULLABILE È VALIDO?

Cassazione, sez. II, 12 novembre 2012, n. 19605

 

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo emesso ai sensi dell’art. 63 disp. att. cod. civ. per la riscossione dei contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea, il condomino opponente non può far valere questioni attinenti alla validità della delibera condominiale ma solo questioni riguardanti l’efficacia della medesima. Tale delibera infatti costituisce titolo di credito del condominio e, di per sé, prova l’esistenza di tale credito e legittima non solo la concessione del decreto ingiuntivo, ma anche la condanna del condomino a pagare le somme nel giudizio di opposizione che quest’ultimo proponga contro tale decreto, ed il cui ambito è dunque ristretto alla sola verifica della esistenza e della efficacia della deliberazione assembleare di approvazione della spesa e di ripartizione del relativo onere.

D’altra parte, debbono qualificarsi nulle le delibere dell’assemblea condominiale prive degli elementi essenziali, le delibere con oggetto impossibile o illecito (contrario all’ordine pubblico, alla morale o al buon costume), le delibere con oggetto che non rientra nella competenza dell’assemblea, le delibere che incidono sui diritti individuali sulle cose o servizi comuni o sulla proprietà esclusiva di ognuno dei condomini, le delibere comunque invalide in relazione all’oggetto; debbono, invece, qualificarsi annullabili le delibere con vizi relativi alla regolare costituzione dell’assemblea, quelle adottate con maggioranza inferiore a quella prescritta dalla legge o dal regolamento condominiale, quelle affette da vizi formali, in violazione di prescrizioni legali, convenzionali, regolamentari, attinenti al procedimento di convocazione o di informazione dell’assemblea, quelle genericamente affette da irregolarità nel procedimento di convocazione, quelle che violano norme richiedenti qualificate maggioranze in relazione all’oggetto.

Pertanto, una volta accertata la immediata esecutività della delibera, in base alla quale era stato legittimamente emesso il decreto, non potevano essere invocati nel giudizio di opposizione eventuali vizi invalidanti la predetta delibera che avrebbero dovuti essere fatti valere nel giudizi di impugnazione, atteso che il Giudice dell’opposizione al decreto non avrebbe potuto, neppure incidenter tantum, rilevare l’invalidità delle delibere impugnate.

 

 

Cassazione, sez. II, 12 novembre 2012, n. 19605

(Pres. Triola – Rel. Migliucci)

 

Svolgimento del processo

1.- Il Condominio sito in (omissis) chiedeva e otteneva decreto ingiuntivo nei confronti dei condomini P.F. , P.P. e P.L.R. , comproprietari di un appartamento sito nel condominio, per il pagamento di quote condominiali scadute per lire 6.945.332, come da verbale d’assemblea 30 settembre 1993 che aveva approvato il rendiconto ’92/’93 e il preventivo ’93/’94.

Avverso tale decreto gli ingiunti proponevano opposizione, deducendo: che l’avviso di convocazione dell’assemblea del 30 settembre 1993 non era mai stato loro comunicato; che non era stato mai inviato loro un conteggio particolare di quanto dovuto; che i 2/3 della spesa del lastrico solare, di uso esclusivo del proprietario dell’ultimo piano, era stato ripartito tra tutti i condomini; che la spesa per il portone d’ingresso non era stata mai approvata dall’assemblea; che la spesa per la pulizia delle scale era stata deliberata senza che l’argomento fosse all’ordine del giorno; che la spesa relativa all’ascensore doveva essere ripartita esclusivamente tra i condomini che l’avevano installato senza preventiva deliberazione assembleare;che all’amministratore, peraltro non iscritto nell’albo di categoria, era stato riconosciuto un compenso eccessivo; che erano stati addebitati interessi con decorrenza anteriore a quella dovuta; che erano state richieste con decreto ingiuntivo anche le rate non scadute dell’esercizio 1993/94.

Il Condominio chiedeva il rigetto dell’opposizione.

Con sentenza del 30 settembre 2001 il Tribunale di Perugia accoglieva l’opposizione, ritenendo che il Condominio non avesse dato la prova della regolare convocazione degli opponenti all’assemblea del 30 settembre 1993, sicché le deliberazioni assunte da quel consesso dovevano ritenersi nulle, e conseguentemente infondata l’ingiunzione che sulla base di quei deliberati era stata emessa.

Con sentenza dep. il 24 febbraio 2006 la Corte di appello di Perugia, in riforma della decisione impugnata dal Condominio, rigettava l’opposizione al decreto che confermava.

Dopo avere rilevato che non era chiaro se gli opponenti fossero stati o meno convocati all’assemblea del 30 settembre 19993 anche se la spedizione delle raccomandate da parte dell’amministratore lo avrebbe lascato supporre, i Giudici osservavano che la questione non era decisiva posto che si il difetto di convocazione del condomino all’assemblea condominiale è causa di annullabilità e non di nullità della relativa delibera: posto che i predetti erano a conoscenza del verbale di assemblea già in epoca prossima all’ottobre 1993 il termine per impugnare era scaduto.

Ritenevano che potevano prendersi in considerazione soltanto i motivi eventuali di nullità della delibera ed escludevano che quelli con l’opposizione invocati potessero integrare alcuna nullità.

In relazione agli altri motivi, i Giudici osservavano che era legittima la ripartizione delle spese relative al lastrico solare ex art. 1126; la spesa per il portone di ingresso era stata ratificata con l’approvazione del rendiconto ; l’installazione dell’ascensore non poteva considerarsi innovazione gravosa o voluttuaria; la nomina dell’amministratore può avvenire anche fra professionisti non inscritti al relativo albo e la determinazione del compenso è rimessa alla libera contrattazione.

Per quel che riguardava la decorrenza degli interessi e delle rate scadute, la sentenza rilevava la genericità della doglianza e comunque la esattezza della decorrenza degli interessi dal 30-9-1993, posto che il l’esercizio ‘92-‘93 era terminato e quello ‘93-‘94 era iniziato da tre mesi, senza che gli opponenti avessero pagato alcunché ed erano stati oggetto di due esecuzioni, mentre per le rate non ancora scadute era ritenuta, ai sensi dell’art. 1186 cod. civ., la decadenza dal beneficio del termine.

2.- Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione P.F. , P.P. e P.L.R. sulla base di cinque motivi illustrati da memoria. Resiste con controricorso l’intimato.

Motivi della decisione

Preliminarmente va rilevato che la presente controversia, avendo a oggetto il pagamento dei contributi condominali richiesti con l’opposto decreto ingiuntivo, rientra, ai sensi dell’art. 1130 n. 3 cod. civ. e 63 disp. att. cod. civ., nelle attribuzioni dell’amministratore il quale in tale ipotesi è legittimato ad agire (art. 1131 primo comma cod. civ.) senza che sia necessaria l’autorizzazione dell’assemblea che invece è richiesta quando la controversia esorbita dalle sue attribuzioni (S.U. 18331/2010): pertanto, va disattesa la richiesta del Procuratore Generale di assegnazione di un termine per la regolarizzazione della costituzione del Condominio nel giudizio di cassazione.

1.1. – Il primo motivo, lamentando violazione degli artt. 1136, 1137, 2697, 2727 e 2729 cod. civ. nonché, 115, 116 cod.proc. civ., deduce che la sentenza, discostandosi da quanto aveva ritenuto il tribunale e ritenendo annullabile e non nulla la delibera del 30 settembre 1993, aveva da un lato considerato non perfezionato il procedimento di comunicazione della convocazione di cui non era stata provata la ricezione della relativa raccomandata e poi aveva invece ritenuto il medesimo procedimento perfezionato quando erroneamente aveva affermato che gli opponenti avevano avuto conoscenza del verbale di assemblea senza che il Condominio avesse offerto la prova, al medesimo incombente, dell’avvenuta ricezione della raccomandata relativa alla comunicazione del predetto verbale: la delibera era stata tempestivamente impugnata con l’atto di opposizione.

1.2. – Il secondo motivo, lamentando violazione degli artt. 1120, 1121, 1136, 1105, 1126, 1123, 1185, 1186, 2697, 2727 e 2729 cod. civ. nonché 112, 115, 116, 342, 346, 132 n. 4 cod.proc., censura la sentenza che era andata oltre il devolutimi, posto che con il gravame il Condominio si era limitato al solo fatto della nullità e/o annullabilità della delibera del 30 settembre 1993 e alla relativa convocazione senza richiamare specificamente le altre questioni.

Anche nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo per oneri condominiali il Condominio, essendo attore, deve fornire la prova del suo diritto che nella specie non era stato dimostrato, posto che: a) non vi era stata la previa deliberazione dell’assemblea in ordine alla spesa relativa al portone di ingresso dello stabile e, contrariamente a quanto affermato dalla Corte di appello, non poteva ritenersi la ratifica con la delibera del 30-9-1993, non essendovi in essa alcuna traccia; b) ugualmente doveva dirsi a proposito delle spese relative al lastrico solare di uso esclusivo, i cui 2/3 non potevano essere ripartiti anche a carico del proprietario del lastrico solare sul quale la spesa già gravava per un terzo; c) ugualmente doveva dirsi per la installazione dell’ascensore che non era stata mai deliberata dai condomini e, trattandosi di innovazione, doveva essere approvata con la maggioranza qualificata di cui all’art. 1120 cod. civ.; d) analogamente era avvenuto per la nomina dell’amministratore non iscritto alla relativa associazione e alla determinazione in misura eccessiva del suo compenso. Per quel che riguardava gli interessi, infondata era la ritenuta genericità della doglianza, essendo stato dedotto dagli opponenti che la quantificazione dei pretesi interessi era erronea, poiché si richiedevano interessi dalla data dell’assemblea 30/9/93, quando era evidente che tali interessi potevano essere dovuti solo per le rate scadute e approvate in quella sede e non per il preventivo ‘94 e per i pagamenti la cui scadenza era fissata per il 30/11/1993: risultava dallo stesso preventivo ’94 prodotto dal Condominio che i pagamenti per le spese straordinarie dovevano essere eseguiti entro il 30/10/93 ed entro il 30/11/93, per cui non poteva il Condominio pretendere gli interessi dal 30/9/1993, mentre quanto alle spese ordinarie, queste erano suddivise in dodici mensilità a partire dal 30/10/1993 di L. 195.400, delle quali, ovviamente, erano scadute solo le prime quattro mensilità. Censura ancora l’applicazione dell’art. 1186 cod. civ. che di ufficio e senza che ne ricorressero i presupposti era stata compiuta dai Giudici.

Il Giudice aveva omesso ogni pronuncia sulla questione relativa alla pulizia delle scale.

1.3. – I motivi, involgendo questioni che appaiono strettamente connesse, vanno esaminati congiuntamente.

In primo luogo, deve escludersi il denunciato vizio di ultrapetizione, posto che, nel censurare la sentenza del Tribunale che aveva dichiarato la nullità della delibera sulla quale si era fondata l’ingiunzione opposta, il Condominio non si era limitato a impugnare la declaratoria di nullità della delibera de qua ma aveva chiesto il rigetto dell’opposizione e la conferma del decreto, così instando per l’accoglimento della domanda proposta con la richiesta del decreto, che costituiva l’oggetto del giudizio, mentre l’efficacia della delibera su cui il decreto si fondava ne rappresentava la necessaria premessa. Ed invero,il decreto ingiuntivo si basava sulla delibera con la quale erano stati approvati il rendiconto delle spese dell’esercizio ‘92-‘93 e il preventivo ’93-’94 che peraltro era limitato ai primi quattro mesi: tale delibera è stata ritenuta annullabile e non nulla, tenuto conto che il denunciato difetto di convocazione dell’assemblea non può comportare nullità, così come sarebbero affetti da ragioni di annullabilità e non da nullità i vizi lamentati e riproposti con il ricorso per cassazione.

Orbene, in tema di opposizione a decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo emesso ai sensi dell’art. 63 disp. att. cod. civ. per la riscossione dei contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea, il condomino opponente non può far valere questioni attinenti alla validità della delibera condominiale ma solo questioni riguardanti l’efficacia della medesima. Tale delibera infatti costituisce titolo di credito del condominio e, di per sé, prova l’esistenza di tale credito e legittima non solo la concessione del decreto ingiuntivo, ma anche la condanna del condomino a pagare le somme nel giudizio di opposizione che quest’ultimo proponga contro tale decreto, ed il cui ambito è dunque ristretto alla sola verifica della esistenza e della efficacia della deliberazione assembleare di approvazione della spesa e di ripartizione del relativo onere (Cass. 2387/2003; 7261/2002; 11515/1999; 3302/1993). D’altra parte, debbono qualificarsi nulle le delibere dell’assemblea condominiale prive degli elementi essenziali, le delibere con oggetto impossibile o illecito (contrario all’ordine pubblico, alla morale o al buon costume), le delibere con oggetto che non rientra nella competenza dell’assemblea, le delibere che incidono sui diritti individuali sulle cose o servizi comuni o sulla proprietà esclusiva di ognuno dei condomini, le delibere comunque invalide in relazione all’oggetto; debbono, invece, qualificarsi annullabili le delibere con vizi relativi alla regolare costituzione dell’assemblea, quelle adottate con maggioranza inferiore a quella prescritta dalla legge o dal regolamento condominiale, quelle affette da vizi formali, in violazione di prescrizioni legali, convenzionali, regolamentari, attinenti al procedimento di convocazione o di informazione dell’assemblea, quelle genericamente affette da irregolarità nel procedimento di convocazione, quelle che violano norme richiedenti qualificate maggioranze in relazione all’oggetto (S.U. 4806/2005). Pertanto, una volta accertata la immediata esecutività della delibera, in base alla quale era stato legittimamente emesso il decreto, non potevano essere invocati nel giudizio di opposizione eventuali vizi invalidanti la predetta delibera che avrebbero dovuti essere fatti valere nel giudizi di impugnazione, atteso che il Giudice dell’opposizione al decreto non avrebbe potuto, neppure incidenter tantum, rilevare l’invalidità delle delibere impugnate.

Va ancora considerato che l’assemblea, che nell’ambito dei poteri di gestione del condominio, approva il rendiconto ai sensi dell’art. 1135 cod. civ., in tal modo ratifica con efficacia ex tunc le spese per lavori anche se non siano stati deliberati, salvo evidentemente i vizi invalidanti tale delibera da fare valere nei modi di legge. Ciò posto, va osservato che: a) la tempestività o meno dell’impugnativa prevista dall’art. 1137 cod. civ. in tema di delibere annullabili ovvero la conoscenza del verbale di assemblea (oggetto del primo motivo di ricorso) sono del tutto ininfluenti nella presente sede, che non ha a oggetto la impugnazione principaliter della delibera; b) la denuncia circa la ripartizione della spesa relativa al lastrico solare o la maggioranza con la quale era stata approvata l’installazione dell’ascensore sono ragioni di annullabilità della delibera, cosi come non sono comunque ragioni che possono configurare invalidità la scelta della persona dell’amministratore o la determinazione del suo compenso. Per quel che concerne la spesa relativa al portone di ingresso che secondo i ricorrenti – a differenza di quanto affermato dai Giudici non sarebbero state neppure menzionate nel verbale di assemblea, la censura si risolve nella denuncia di un travisamento o di un errore revocatorio che non può essere denunciato in sede di legittimità. Per quel che concerne la pulizia delle scale – contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti – i Giudici hanno esaminato la questione, affermando che la relativa spesa era stata comunque ratificata con l’approvazione del rendiconto.

Il motivo merita invece accoglimento per quel che concerne la censura relativa alla decorrenza degli interessi e alle rate non ancora scadute del preventivo, laddove i Giudici – dopo avere considerato generica la censura sollevata dagli opponenti – l’hanno comunque esaminata nel merito e, nel ritenere dovute le somme di cui al decreto, hanno applicato, d’ufficio, l’art. 1186 cod. civ., considerando immediatamente esigibili le rate non scadute del preventivo e, di conseguenza, dovuti gli interessi con decorrenza dal 30-9-1993 su tali somme.

In primo luogo, deve ritenersi che con l’opposizione – che peraltro non è un mezzo di gravame – erano state formulate contestazioni in merito alla debenza degli interessi e delle rate non ancora scadute del preventivo ‘93-‘94 (ai quali soltanto si fa riferimento con le censure sollevate con il ricorso per cassazione), per cui l’affermata genericità era da considerarsi del tutto fuori luogo. Ciò posto, va osservato che la richiesta di decadenza dal beneficio del termine previsto dalla norma citata è evidentemente riservata al potere dispositivo della parte che, da un lato, è il soggetto interessato a fare valere l’immediata esigibilità della prestazione e, dall’altro, deve invocare (e dimostrare) i presupposti al riguardo previsti dalla norma citata (insolvenza o diminuzione o mancata prestazione delle garanzie). Ed invero, con il ricorso per decreto ingiuntivo non era stata chiesta la decadenza dal beneficio del termine e non erano state neppure allegate le circostanze al riguardo previste l’art. 1186 cod. civ..

Pertanto, il primo motivo va rigettato, il secondo motivo va accolto nei limiti in cui si è detto (cioè per quel che concerne gli interessi e le rate non ancora scadute con riferimento al preventivo ’93-‘94); la sentenza va cassata relativamente e limitatamente a quanto si è detto a proposito del secondo motivo con rinvio, anche per le spese della presente fase, alla Corte di appello di Roma.

 

P.Q.M.

 

Accoglie il secondo motivo del ricorso nei limiti di quanto in motivazione rigetta il primo motivo cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese della presente fase, alla Corte di appello di Roma.