Tutor a raffica. Quale il giudice competente per il ricorso?

Cassazione, sez. VI, 11 giugno 2012, n. 9486

 

L’art. 22, comma 1, della L. 24/11/81 n.689 e l’art. 204 bis del CdS dispongono che gli interessati possono proporre opposizione davanti al giudice del luogo in cui è stata commessa la violazione. Epperò, la violazione accertata con il sistema SICve (Sistema informativo controllo della velocità) c.d. “Tutor”, (come è avvenuto nel caso in esame) si distingue nettamente dai classici sistemi automatici di controllo della velocità, c.d. “Autovelox”, poiché rileva non la velocità istantanea di un veicolo in un dato momento ed in un preciso luogo, ma la velocità media di un veicolo in un certo tratto di strada, che può essere ricompreso tra due Comuni diversi. Pertanto, non potendo conoscere con precisione il punto esatto in cui il conducente di un’auto ha superato i limiti di velocità, per stabilire il giudice competente a conoscere dell’opposizione potrà utilmente farsi ricorso all’art. 9 cpc. laddove prevede che se la competenza non possa essere determinata secondo il principio generale di cui all’articolo precedente (ossia con riferimento in cui il reato è stato consumato), la competenza è del giudice dell’ultimo luogo in cui è avvenuta una parte dell’azione o dell’omissione.

Pertanto, se il veicolo percorre un tratto di strada compreso tra due Comuni limitrofi si deve ritenere che la competenza territoriale è del Giudice di Pace dove è situata la porta di uscita del sistema Sicve

 

 

Cassazione, sez. VI, 11 giugno 2012, n. 9486

(Pres. Goldoni – Rel. Scalisi)

 

Fatto e diritto

Preso atto che:

K.S.Y. con ricorso del 4.4.2008 proponeva opposizione avverso il verbale di contestazione n. … con il quale gli agenti di Polizia Stradale di Sondrio le avevano contestato la violazione dell’art. 142 comma 8 CdS, per fatto accertato il … alle ore 13.20.36 sull’autostrada A4 To-Ts nel tratto compreso fra il km 43.900 sito nel territorio del comune di … ed il km. 36.600 sito nel comune di … . La ricorrente deduceva l’emissione di altri tre verbali di infrazione nello stesso giorno e in un arco temporale limitato chiedendo in via preliminare che venisse disposta la riunione di tali opposizioni proposte rispettivamente innanzi al GdP di Rovato (BS) di Grumello del Monte (BG) e di Monza.

Nelle more del giudizio il GdP di Rovato (BS) dichiarata la connessione della causa iscritta presso di lui con quella pendente avanti al Giudice di Pace di Bergamo ne disponeva la riassunzione nel termine di tre mesi e la signora K.S.Y. procedeva come ordinato.

Con decreto n. 76/09 il Giudice di Pace Coordinatore di Bergamo rilevata la sussistenza di connessione oggettiva e soggettiva fra le cause iscritte al n. 2281/08 e n. 4560/09 assegnava entrambe la causa al GdP di Bergamo affinché procedesse alla trattazione congiunta delle stesse.

Il GdP di Bergamo esaminata la documentazione depositata, ha chiesto, a questa Corte Suprema di Cassazione,, regolamento di competenza, ai sensi dell’art. 45 cpc ritenendo che nel caso in esame non sia applicabile il principio del concorso formale far le violazioni ex artt. 8 comma 1 legge n. 689/81.

Considerato:

1.- Intanto è bene evidenziare che in tema di sanzioni amministrative, la competenza per territorio a conoscere dell’opposizione al verbale di accertamento di infrazione di norme della circolazione stradale, ha natura inderogabile, ai sensi dell’art. 204-bis C.d.S. (Cass., Sez. 2, 23 novembre 2006, n. 24876). E poiché a tali illeciti amministrativi non si applica l’istituto della continuazione cosi come disciplinato dall’art. 81 cod. pen. (Cass., Sez. 1, 16 dicembre 2005, n. 27799; Cass., Sez. 1, 11 giugno 2007, n. 13672; Cass., Sez. 2, 8 agosto 2007, n. 17347), è da escludere che la connessione derivante dalla reiterazione della condotta abbia un effetto processuale tale da determinare l’attrazione della competenza in favore del giudice di pace competente per l’opposizione avverso il verbale concernente l’accertamento della prima violazione.

2.- E di più, le violazioni rilevate a distanza di diversi minuti e chilometri non possono integrare un unico accertamento di violazione in quanto non è ravvisabile alcun vincolo di continuità e/o di unicità nella commissione delle violazione contestate come prevista invece dall’art. 198 comma 1 CdS. Come correttamente ha evidenziato il GdP di Bergamo le violazioni sebbene commesse nello stesso giorno ed in rapida successione risultano rilevati in tratti autostradali ben determinati da specifica chilometrica, in orari e località diverse così come verbalizzate dalle diverse sezioni di Polizia Stradale e ritenuto di conseguenza che le violazioni sono corrispondenti alle rilevazioni effettuate (il corsivo, per errore materiale di battitura non era stato riportato nella relazione originale).

3.- Va altresì osservato che l’art. 22, comma 1, della L. 24/11/81 n.689 e l’art. 204 bis del CdS dispongono che gli interessati possono proporre opposizione davanti al giudice del luogo in cui è stata commessa la violazione. Epperò, la violazione accertata con il sistema SICve (Sistema informativo controllo della velocità) c.d. “Tutor”, (come è avvenuto nel caso in esame) si distingue nettamente dai classici sistemi automatici di controllo della velocità, c.d. “Autovelox”, poiché rileva non la velocità istantanea di un veicolo in un dato momento ed in un preciso luogo, ma la velocità media di un veicolo in un certo tratto di strada, che può essere ricompreso tra due Comuni diversi. Pertanto, non potendo conoscere con precisione il punto esatto in cui il conducente di un’auto ha superato i limiti di velocità, per stabilire il giudice competente a conoscere dell’opposizione potrà utilmente farsi ricorso all’art. 9 cpc. laddove prevede che se la competenza non possa essere determinata secondo il principio generale di cui all’articolo precedente (ossia con riferimento in cui il reato è stato consumato), la competenza è del giudice dell’ultimo luogo in cui è avvenuta una parte dell’azione o dell’omissione.

4.- Pertanto, se il veicolo percorre un tratto di strada compreso tra due Comuni limitrofi (come nel caso in esame) si deve ritenere che la competenza territoriale è del Giudice di Pace dove è situata la porta di uscita del sistema Sicve. Nel caso in esame la competenza a conoscere dell’opposizione relativo al verbale emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale avvenuto nel territorio del Comune di Rovato sarà il Gdp di Rovato mentre a conoscere dell’opposizione al verbale n. … emesso a seguito di accertamento della Polizia Stradale di Sondrio avvenuto sull’autostrada A4 To-Ts nel tratto compreso fra il km 43.900 sito nel territorio del comune di … ed il km. 36.600 sito nel comune di … il GdP competente è il Giudice di Bergamo considerato che il Comune di Filago, ricade nel territorio di competenza del Giudice di Pace di Bergamo.

PQM Si propone ai sensi dell’art. 360 bis di dichiarare la competenza del Giudice di Pace di Bergamo a conoscere dell’opposizione al verbale n. SCV0000295239 emesso a seguito di accertamento della Polizia Stradale di Sondrio avvenuto sull’autostrada A4 To-Ts nel tratto compreso fra il km 43.900 sito nel territorio del comune di … ed il km. 36.600 sito nel comune di … e, la competenza del GdP di Rovato a conoscere dell’opposizione al verbale emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale avvenuto nel territorio del Comune di Rovato.

Tale relazione veniva comunicata al PM e ai difensori delle parti costituite.

Il collegio condivide argomenti e proposte contenute nella relazione ex art. 380 bis cpc. alla quale non sono stati mossi rilievi critici.

 

P.Q.M.

 

La Corte dichiara la competenza del Giudice di Pace di Bergamo a conoscere dell’opposizione al verbale n. … emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale di Sondrio avvenuto sull’autostrada A4 TO.TS nel tratto compreso fra il Km. 43.900 sito nel territorio del Comune di: … ed il Km. 36.600 sito nel Comune di … e, la competenza del GdP. Di Rovato a conoscere dell’opposizione al verbale emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale avvenuto nel territorio del Comune di Rovato.

Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada: l’omessa denuncia può bloccare la richiesta di risarcimento?

Cassazione, sez. III, 26 febbraio 2013, n. 4784

 

 

  • In caso di azione proposta per il risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 19 1. n. 990 del 1969 nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di Garanzia per le vittime della strada, la prova che il danneggiato è tenuto a fornire che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato, può essere offerta mediante la denuncia o querela presentata contro ignoti alle competenti autorità; ciò, però, senza automatismi.
  • Il giudice di merito può, quindi, sia escludere la riconducibilità della fattispecie concreta a quella del danno cagionato da veicolo non identificato, pur in presenza di tale denuncia o querela, sia affermarla, pur in difetto di denuncia.
  • L’omessa od incompleta denuncia all’autorità, infatti, non è idonea, in sè, ad escludere che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato; così come l’intervenuta denuncia o querela contro ignoti non vale, di per se stessa, a dimostrare che ciò sia effettivamente accaduto. Entrambe le evenienze vanno, invece, apprezzate in relazione alle caratteristiche delle singole fattispecie, non suscettibili di tipizzazioni astratte, e considerate potenzialmente idonee a suffragare l’una o l’altra conclusione del Giudice di merito nell’ambito della ragionevole valutazione complessiva delle risultanze processuali demandata al suo prudente apprezzamento.
  • A nessuna delle due ipotesi (denuncia/omessa denuncia) è, quindi, consentito assegnare – salva la possibile valenza sintomatica dell’una o dell’altra in relazione alle caratteristiche del caso concreto – una sorta di efficacia probatoria automatica; nel senso che il sinistro sia sicuramente riconducibile alla fattispecie astratta di cui. alla L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 19, comma 1, lett. a), se denuncia vi sia stata; diversamente, in caso contrario.
  • La mancata denuncia (ovvero la denunzia incompleta) non può costituire, quindi, un elemento ostativo al risarcimento del danno, ma solo una circostanza che unita ad altri elementi consente al giudice di valutare la complessiva attendibilità dei fatti sottoposti al suo giudizio e quindi la fondatezza dell’azione.

 

 

 

Cassazione, sez. III, 26 febbraio 2013, n. 4784

(Pres. Segreto – Rel. Vivaldi)

 

Svolgimento del processo

G.T. propose appello avverso la sentenza del 2.10.2003, con la quale il giudice di pace di Napoli aveva rigettato la domanda dalla stessa proposta nei confronti della società Generali Assicurazioni spa, quale impresa designata per il FGVS, al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti in occasione del sinistro avvenuto il 17.7.2000 in Napoli, quando, nell’atto di attraversare la strada sulle strisce pedonali, veniva investita da un ciclomotore non identificato, fuggito via dopo l’incidente.

Il tribunale, con sentenza del 2.5.2006, rigettò l’appello.

Ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un motivo la T.

Resiste con controricorso la società Generali Assicurazioni nella qualità indicata.

Motivi della decisione

Con unico motivo la ricorrente denuncia la illegittimità della sentenza impugnata, errata ed emessa in violazione di precise norme di diritto che andrà cassata al sensi dell’art. 360 C.P.C. n. 3.

Il motivo è fondato per le ragioni che seguono.

Questa Corte ha, in più occasioni (Cass. 18.6.2012 n. 9939; Cass. 24.2.2011 n. 4480; cass. 3.9.2007 n. 18532; v. anche Cass. 18.11.2005 n. 24449), statuito che, in caso di azione proposta per il risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 19 1. n. 990 del 1969 nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di Garanzia per le vittime della strada, la prova che il danneggiato è tenuto a fornire che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato, può essere offerta mediante la denuncia o querela presentata contro ignoti alle competenti autorità; ciò, però, senza automatismi.

Il giudice di merito può, quindi, sia escludere la riconducibilità della fattispecie concreta a quella del danno cagionato da veicolo non identificato, pur in presenza di tale denuncia o querela, sia affermarla, pur in difetto di denuncia.

L’omessa od incompleta denuncia all’autorità, infatti, non è idonea, in sè, ad escludere che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato; così come l’intervenuta denuncia o querela contro ignoti non vale, di per se stessa, a dimostrare che ciò sia effettivamente accaduto. Entrambe le evenienze vanno, invece, apprezzate in relazione alle caratteristiche delle singole fattispecie, non suscettibili di tipizzazioni astratte, e considerate potenzialmente idonee a suffragare l’una o l’altra conclusione del Giudice di merito nell’ambito della ragionevole valutazione complessiva delle risultanze processuali demandata al suo prudente apprezzamento.

Apprezzamento del quale il giudice del merito è tenuto a dare conto nella motivazione della sentenza.

A nessuna delle due ipotesi (denuncia/omessa denuncia) è, quindi, consentito assegnare – salva la possibile valenza sintomatica dell’una o dell’altra in relazione alle caratteristiche del caso concreto – una sorta di efficacia probatoria automatica; nel senso che il sinistro sia sicuramente riconducibile alla fattispecie astratta di cui. alla L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 19, comma 1, lett. a), se denuncia vi sia stata; diversamente, in caso contrario.

La mancata denuncia (ovvero la denunzia incompleta) non può costituire, quindi, un elemento ostativo al risarcimento del danno, ma solo una circostanza che unita ad altri elementi consente al giudice di valutare la complessiva attendibilità dei fatti sottoposti al suo giudizio e quindi la fondatezza dell’azione.

Nella specie, il giudice del merito ha erroneamente fondato il rigetto dell’appello – con ciò confermando la sentenza di primo grado di rigetto della domanda risarcitoria – sulla circostanza che “l’appellante non ha presentato alcuna denuncia o querela relativa all’incidente…” aggiungendo che “Le dichiarazioni rese dei resti nel corso dell’ udienza istruttoria di primo grado del 17 maggio 2002 non sono assolutamente sufficienti a ritenere sussistente una responsabilità della società appellata quale responsabile per il FGVS per la regione Campania essendo, come detto, necessario in questa fattispecie compiere indagini precise attivate mediante regolare denuncia-querela ovvero dichiarazione resa al drappello PS presso il nosocomio in cui ci si reca per le cure del caso”.

Ma le considerazioni effettuate in ordine al rilievo della mancata denuncia, unitamente al difetto di motivazione, da parte del giudice d’appello, in ordine alle ragioni che rendono la dichiarazioni testimoniali “assolutamente” insufficienti ai fini dell’accoglimento della domanda – ciò che rende la valutazione del giudice di merito censurabile in sede di legittimità (Cass. ord. 2.3.2012 n. 3370; Cass. 18.3.2711 n. 6288) – conducono all’accoglimento del ricorso.

Conclusivamente, il ricorso è accolto, la sentenza cassata e la causa rinviata al tribunale di Napoli in persona di diverso magistrato.

Le spese sono rimesse al giudice del rinvio.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie il ricorso. Cassa e rinvia, anche per le spese, al tribunale di Napoli in persona dì diverso magistrato.

Un telegramma che sollecita un incontro “per il pagamento delle quote arretrate”, vale come riconoscimento di debito?

Cassazione, sez. II Civ., 13 marzo 2013, n. 6370

(Pres. Triola – Rel. Parziale)

 

 

Svolgimento del processo

1. – La società SCAI srl, quale locatrice, otteneva il decreto ingiuntivo per l’importo di Euro 1356,41 in data 1 febbraio 2003 nel confronti del conduttore C..S. (odierno ricorrente) per il pagamento di oneri condominiali. Inizialmente la richiesta della somma veniva effettuata direttamente dall’amministratore del condominio e successivamente dalla stessa locatrice con raccomandata del 28 novembre 2001. Seguiva una fitta corrispondenza tra le parti nell’ambito della quale si collocava in data 1 dicembre 2001 un telegramma inviato dal conduttore con il quale egli “sollecitava un incontro per il pagamento delle quote condominiali arretrate”. Seguiva il decreto ingiuntivo di cui sopra che veniva opposto dal conduttore il quale deduceva di aver esercitato il diritto di cui all’articolo 9 della legge 392 del 1978 (senza alcun riscontro al riguardo. La locatrice, invece, assumeva che vi era stato con il telegramma su richiamato riconoscimento del debito e deduceva che i diritti di cui all’articolo 9 erano esercitabili solo nei confronti del condominio.

2.- Il Tribunale accoglieva l’opposizione al decreto ingiuntivo.

Riteneva che il conduttore non era stato posto in condizione di esercitare le facoltà di cui all’articolo 9 della legge 392 del 1978 e che il locatore non aveva nemmeno provato i fatti costitutivi posti a fondamento della pretesa, attraverso la produzione di rendiconti e di piani di riparto approvati dall’assemblea. Né il telegramma del 1 dicembre 2001 poteva essere qualificato come riconoscimento di debito, posto che con esso veniva solo sollecitato un incontro proprio per affrontare il problema del pagamento delle quote arretrate.

3. – La Corte d’appello, adita dalla società locatrice, accoglieva l’impugnazione, qualificando il telegramma in questione come riconoscimento di debito con la conseguenza che non vi era più questione in ordine alla prova del suo credito e che, una volta riconosciuto, il credito era immediatamente esigibile.

4. Il ricorrente affida il suo ricorso a tre motivi.

Resiste con controricorso la società.

Motivi della decisione

1.1 motivi del ricorso.

1.1. Con il primo motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell’articolo 9 della legge 392 del 1978. Osserva il ricorrente che la norma in questione non disciplina l’esistenza del debito, ma regola soltanto la sua esigibilità nel senso che, finché non viene consentito al conduttore di accedere ai documenti, il credito è inesigibile.

1.2. Con il secondo motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell’articolo 1988 e 2197 cod. civ., nonché vizi di motivazione, avendo la Corte territoriale erroneamente interpretato la natura del telegramma, non qualificabile come riconoscimento di debito. In ogni caso, anche a voler aderire a tale interpretazione, il credito, una volta riconosciuto, non era comunque esigibile per l’effetto della norma speciale su richiamata.

1.3. – Col terzo motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell’articolo 2697, 1136 codice civile e 63 disposizioni di attuazione cod.civ.. Secondo il ricorrente la locatrice non aveva fornito la prova del suo credito con la produzione della documentazione necessaria. Afferma che il locatore non aveva allegato al decreto ingiuntivo le delibere di approvazione dei bilanci e che il giudice di primo grado, pur in assenza di specifica contestazione al riguardo, aveva ritenuto necessaria la prova, non fornita. La Corte non aveva tenuto conto di tale principio.

2. Il ricorso è infondato e va respinto.

2.1 La Corte di appello di Roma ha ritenuto di qualificare ricognizione di debito il telegramma in data 1 dicembre 2001 dell’odierno ricorrente, inviato all’esito di una fitta corrispondenza intercorsa tra le parti, oggetto della quale era appunto la contestazione del dovuto da parte del ricorrente, quale conduttore.

Di conseguenza il primo e il terzo motivo, che attengono al regime della prova e che presuppongono che non sia intervenuto alcun riconoscimento di debito, devono essere trattati dopo il secondo, che riguarda anche la corretta interpretazione del telegramma in questione (se esso possa costituire o meno ricognizione di debito).

Il secondo motivo va, quindi, trattato con priorità.

2.2 La censura proposta è relativa alla violazione degli articoli 1988 e 2697 c.c. con riguardo ai principi posti in materia di oneri condominiali dall’articolo 9 della legge 392 del 1978, nonché deduce vizi di motivazione. Ritiene il ricorrente che il contenuto del telegramma in questione non possa essere valutato come ricognizione di debito perché “non era stata specificata l’intensione di pagare” e “non viene indicato l’importo del debito riconosciuto”.

Trattandosi di interpretazione di atti di parte, la censura di violazione di legge doveva riguardare la violazione dei canoni di interpretazione di cui agli articoli 1362 e seguenti codice civile. La censura al riguardo è carente, risultando l’altra, relativa al vizio di motivazione, oltre che inammissibile sotto il profilo di cui all’articolo 366-bis c.p.c., perché del tutto mancante del necessario momento di sintesi, anche infondata.

Occorre osservare, infatti, che la Corte di merito sul punto ha ampiamente ed adeguatamente motivato, non solo sulla base della interpretazione letterale del telegramma, ma anche tenendo conto del comportamento delle parti. La Corte, infatti, ha rilevato che, all’esito della fitta corrispondenza intercorsa tra le parti, era intervenuto il telegramma in questione, nel quale era espressa la chiara volontà del ricorrente di fissare un incontro non per discutere della questione, ma “per il pagamento delle quote condominiali arretrate”. Di qui, la ritenuta volontà di adempiere alla propria obbligazione, derivante, nel suo importo, dal contenuto univoco della pregressa corrispondenza. Infondata è anche la censura, avanzata nella prima parte del secondo motivo, con la quale si deduce che, anche in presenza di riconoscimento di debito, quest’ultimo sarebbe inesigibile per non essere stata soddisfatta la richiesta avanzata ex articolo 9 della legge 392 del 1988. Tale ricostruzione non solo non è fondata su alcuna norma, ma appare anche contraria ai principi generali in materia. La visione degli atti posti a fondamento del debito è chiaramente funzionale al riconoscimento del debito, che, se viene comunque effettuato, non può che prescindere, nei suoi effetti, da tale verifica. Sicché, anche sul piano logico, l’inesigibilità, sotto il profilo dedotto, di un debito già riconosciuto appare del tutto estranea alla fattispecie, pure complessa, in esame.

2.3 Il rigetto del secondo motivo determina l’assorbimento (e comunque il rigetto) del primo e del terzo, che presuppongono – come si è detto – che il riconoscimento di debito non sia intervenuto, posto che tale riconoscimento determina l’inversione dell’onere della prova e rende comunque ininfluente la mancata messa a disposizione dei riparti di spesa e delle relative delibere di approvazione.

3. Le spese seguono la soccombenza.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente alle spese di giudizio, liquidate in 1.000,00 (mille) Euro per compensi e 200,00 per spese, oltre accessori di legge.

La responsabilità del mediatore ex art. 1759 c.c.

Cassazione, sez. II, 6 novembre 2012, n. 19075

Ettore William DI Mauro

Premessa

In tema di responsabilità del mediatore il dibattito, in dottrina e giurisprudenza, si è recentemente arricchito di una serie di considerazioni che hanno portato da un lato ad estendere notevolmente gli obblighi previsti a carico del mediatore e dall’altro ad individuare più specificatamente le ipotesi di responsabilità ascrivibile allo stesso. Dispone l’art. 1759, comma 1, c.c. che il mediatore deve comunicare alle parti le circostanze a lui note, relative alla valutazione e alla sicurezza dell’affare, che possono influire sulla conclusione di esso. L’obbligo di informazione contenuto nella citata disposizione è stato rivisto, da dottrina e giurisprudenza, alla luce delle legge n. 39 del 3 febbraio 1989, che ha creato la figura del mediatore professionale, e dell’art. 1176, comma 2, c.c. che, all’originario obbligo di imparzialità, tipico della figura del mediatore così come costituita dal codice civile, hanno aggiunto anche quello della diligenza qualificata, nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale.

 

Il significato dell’art. 1759, comma 1, c.c.

 

La norma ha lo scopo di evitare che il mediatore presti la propria attività per lucrare la provvigione pur sapendo che le parti concluderanno affari che non risulteranno di alcuna convenienza per loro o che verranno successivamente annullati per i loro vizi di origine.

Va perciò salvaguardato l’interesse delle parti a una vera rappresentazione della realtà. Le circostanze da comunicare alle parti, oltre ad essere note al mediatore, debbono essere relative alla valutazione e alla sicurezza dell’affare nonché idonee ad influire sulla conclusione del contratto[1]. Deve trattarsi di circostanze in base alle quali le parti decidono di concludere il contratto o di concluderlo a determinate condizioni ovvero di non concluderlo.

Così si sostiene che il dovere di informazione a carico del mediatore comprende tutte le circostanze (compreso lo stato di insolvenza dell’altra parte[2]) conoscendo le quali le parti non avrebbero dato il loro consenso e quelle che avrebbero indotto le parti a concludere quel contratto con diverse condizioni e clausole, con la conseguenza che la parte tenuta al pagamento della provvigione può far valere, secondo i principi di cui all’art. 1218 c.c., l’inadempimento del mediatore rispetto a tali obblighi per sottrarsi al pagamento della stessa provvigione[3].

Quanto al fatto che le suddette circostanze debbano essere note al mediatore, la Cassazione ha ripetutamente affermato che la coordinata lettura dell’art. 1759, comma 1, c.c. in riferimento agli artt. 1175 e 1176 c.c., impone di ravvisare un obbligo di corretta informazione secondo il criterio della media diligenza professionale che si richiede al mediatore in quanto figura professionale disciplinata dal codice civile nonché dalle disposizioni specifiche della materia, a partire dalla Legge n. 39 del 3 febbraio 1989 fino al recente D.Lgs. n. 59 del 26 marzo 2010, che hanno dato particolare risalto alla natura professionale dell’attività del mediatore, subordinandone l’esercizio all’iscrizione nel registro delle imprese o nel repertorio delle notizie economiche e amministrative, (c.d. R.E.A.), che richiede determinati requisiti di cultura e competenza e che è condizione per la stessa spettanza del compenso[4].

Si ritengono ricomprese nel contenuto dell’obbligo informativo non solo le circostanze accertate, ma anche tutte quelle in cui il mediatore abbia avuto semplice notizia[5]; non, invece, le valutazioni e le considerazioni soggettive, fra cui, in particolare, sarebbe ricompresa la mancanza di un serio intento di contrattare di una parte. È tuttavia consolidato, in giurisprudenza, l’essenzialità della verifica del titolo di provenienza dell’immobile prima di proporre un affare come fattibile[6].

 

La sentenza della Cassazione n. 16382 del 14 luglio 2009.

 

Quanto sopra enunciato è stato confermato anche dalla Corte di Cassazione nella sentenza n.16382/2009, ossia da quella parte di giurisprudenza di legittimità che aderisce senza riserve alla tesi secondo cui la mediazione c.d. ordinaria o tipica di cui all’art. 1754 c.c. non costituirebbe un’attività negoziale, bensì un’attività giuridica in senso stretto, in quanto la “messa in relazione” delle parti ai fini della conclusione di un affare prescinde da un sottostante obbligo a carico del mediatore, in quanto posta in essere “in mancanza di un apposito titolo”, con la conseguenza che gli effetti giuridici che l’attività del mediatore produce risultano predeterminati dallo stesso legislatore e non già da un regolamento di interessi regolato dalle parti in sede contrattuale[7]. 

Per gli ermellini, infatti, oltre alla mediazione ordinaria ex art. 1754 c.c. è configurabile anche una mediazione di tipo contrattuale riconducibile, più che ad una mediazione negoziale tipica, al contratto di mandato.

La qualificazione giuridica dell’attività del mediatore è duplice nell’ordinamento nazionale e tanto si rileva non solo nella disciplina codicistica[8], ma anche in quella dettata dalla legge n. 39 del 3 febbraio 1989, recante modificazioni alla legge n. 253/1998 concernente la disciplina della professione di mediatore.

Proprio questa norma istitutiva del ruolo professionale degli agenti di affari in mediazione lo suddivide in tre sezioni: agenti immobiliari, agenti merceologici, agenti muniti di mandato a titolo oneroso.

In sostanza per la Corte il mediatore che agisce senza mandato, sulla base della previsione dell’art. 1754 c.c., è tenuto agli obblighi di imparzialità e buona fede previsti dall’art. 1175 c.c., estensibile a tutte le fonti dell’obbligazioni ai sensi dell’art. 1173 c.c., ivi compreso anche l’atto giuridico non negoziale[9].

La corretta informazione delle parti rappresenta il parametro fondamentale di verifica della diligenza professionale dell’agente, da valutarsi nei termini più stringenti dettati dall’art. 1176, comma 2, c.c.

La citata sentenza segue un orientamento consolidato che ammette che il mediatore professionale dovrà, pertanto, sempre comunicare alle parti l’eventuale stato di insolvenza di una di esse, l’esistenza di iscrizioni o pignoramenti sul bene oggetto dell’affare, la presenza di prelazioni, opzioni o qualsivoglia ulteriore circostanza di fatto o diritto a sua conoscenza ostativa dell’affare[10].

In quest’ottica, l’attività di mediazione viene svolta dall’intermediario in via del tutto autonoma, senza alcun incarico di una parte interessata all’affare: non costituirebbe cioè un negozio giuridico, ma un’attività materiale del mediatore (la messa in relazione di due o più parti) da cui la legge ex art. 1755 c.c. fa scaturire il suo diritto alla provvigione (a condizione della conclusione dell’affare) nei confronti “di ciascuna delle parti” e solo “per effetto del suo intervento”, quale appunto consequenziale alla sua neutralità ed imparzialità nel metterle in relazione.

Il mediatore ordinario, diversamente dal mediatore che assume la veste di mandatario, si caratterizza perciò per la mancanza di un rapporto di collaborazione, di dipendenza, o di rappresentanza con tutte le parti interessate alla conclusione dell’affare; per questo motivo, è vincolato ad un dovere di imparzialità nei confronti di tutti, non potendo curare gli interessi di uno solo di essi ed ha soltanto l’onere di appianare le eventuali divergenze tra dei contraenti e di farli pervenire alla conclusione dell’affare, a cui è subordinato il suo diritto al compenso[11].

L’indipendenza e l’imparzialità del mediatore vengono quindi intese come assenza di ogni vincolo di mandato, di preposizione institoria e di qualsiasi altro rapporto che renda riferibile alle parti l’attività dell’intermediario.

Allo stesso tempo, però, il rapporto di mediazione non è incompatibile con la sussistenza di un rapporto contrattuale di altro tipo tra il mediatore ed uno dei soggetti messi in contatto, come accade quando lo stesso mediatore si sia attivato per espresso incarico di una della parti[12], il che trova conferma, oltre che nella prassi di molti operatori[13], anche nell’art. 2, comma 4, legge n. 39 del 3 febbraio 1989, che disciplina ipotesi anche atipiche di mediatori[14].

In tal caso, in presenza dell’incarico di una parte ad un mediatore professionale di reperire un acquirente on un venditore (c.d. mediazione “atipica”), si perfezionerebbe in realtà un vero e proprio mandato e non una mediazione, essendo tale ultima fattispecie del tutto incompatibile con qualsiasi vincolo tra mediatore ed entrambe le parti.

Il mero conferimento ad una persona dell’incarico di compiere uno o più affari, coma la vendita di un immobile, non comporta dunque che l’incaricato divenga automaticamente un mediatore, proprio in quanto le parti possono aver regolato i propri rapporti in base ad un contratto di mandato; in tale ipotesi il mediatore sarà soggetto ai relativi obblighi espressamente regolati dagli artt. 1710-1718 c.c.

Per stabilire se un contratto sia un mandato, oltre alla natura dell’incarico, occorre prendere in considerazione il carattere vincolante o meno dell’attività richiesta. il mandatario ha infatti l’obbligo di eseguire l’incarico, mentre il mediatore ha la mera facoltà di attivarsi per mettere in relazione le parti[15].

Ciò posto è evidente, sempre secondo tale interpretazione, che a seconda se il mediatore agisca senza mandato oppure quale incaricato-mandatario, muti anche il regime della responsabilità.

 

Il regime della responsabilità nella mediazione ordinaria ex art. 1754 c.c.

 

In questo caso il mediatore, pur compiendo un’attività giuridica in senso stretto, è comunque tenuto all’obbligo di comportarsi in buona fede, in virtù della clausola generale di correttezza di cui all’art. 1175 c.c., estrinsecantesi, in specie, nell’obbligo di una corretta informazione, tra cui la comunicazione di tutte le circostanze a lui note o conoscibili sulla base della diligenza qualificata di cui all’art. 1176, comma 2, c.c. vertendosi senz’altro in tema di attività professionale per come ulteriormente ribadito dalla citata legge n. 39 del 1989. Tale obbligo di correttezza sussiste a favore di entrambe le parti, messe in contatto ai fini della conclusione dell’affare, quale comprensivo di qualunque operazione di tipo economico – giuridico[16].

In particolare egli è tenuto a comunicare: l’eventuale stato di insolvenza di una delle parti, l’esistenza di iscrizioni o pignoramenti sul bene, oggetto della conclusione dell’affare, la sussistenza di circostanze in base alle quali le parti avrebbero concluso il contratto con un diverso contenuto, l’esistenza di prelazioni ed opzioni[17].

Inoltre se, prima facie, la responsabilità del mediatore non mandatario appare agevolmente di natura extracontrattuale, risulta preferibile, riguardando la stessa una figura professionale, applicare la più recente previsione giurisprudenziale di legittimità della responsabilità da contatto sociale[18]; infatti, tale situazione è riscontrabile nei confronti dell’operatore di una professione sottoposta a specifici requisiti formali ed abitativi, come nel caso di specie in cui è prevista l’iscrizione ad un apposito ruolo, ed a favore di quanti, utenti – consumatori, fanno particolare affidamento nella stessa per le sue caratteristiche[19].

Da tale configurazione di responsabilità a carico del mediatore, che opera ai sensi dell’art. 1754 c.c., deriva il suo onere della prova nel dimostrare di aver fatto tutto il possibile, in base alla richiamata diligenza ex art. 1176, comma 2, c.c. nell’adempimento degli obblighi di correttezza ed informazione a suo carico (mentre spetta alle parti fornire prova esclusivamente dell’avvenuto contatto ai fini della conclusione dell’affare), sia che il termine di prescrizione per far valere in giudizio detta responsabilità del mediatore è quello ordinario decennale (e non quello quinquennale della responsabilità ex art. 2043 c.c.). E’ evidente inoltre che l’attore che agisce per ottenere la provvigione di un mediazione da lui effettuata ha l’onere di dimostrare di non aver agito in posizione di mandatario di una delle parti.

 

Il regime della responsabilità nella mediazione contrattuale od atipica.

 

In questo caso, vale a dire dell’attribuzione al professionista – mediatore di un incarico, e quindi, per quanto esposto, della sussistenza di un mandato, anche eventualmente con poteri rappresentativi mediante procura in ordine alla spendita del nome[20], le conseguenze sul piano giuridico sono ben diverse rispetto alla figura, tipica, ordinaria o tradizionale che dir si voglia, della mediazione ex art. 1754 c.c.

Ed infatti: il mediatore è in realtà un mandatario poiché assume essenzialmente, sulla base della causa in concreto del contratto posto in essere, quale derivante dalla sintesi degli interessi regolamentati, l’incarico, di solito, di reperire un acquirente (oppure un venditore) o un locatario (oppure un locatore) di un immobile, con “ulteriori compiti” (di consulenza anche fiscale, di assistenza nelle trattative e sino al momento del rogito etc…), in molti casi con la fissazione di un termine, con la previsione del c.d. diritto di esclusiva all’incaricato nonché del diritto di recesso per entrambi i contraenti; a fronte di dette prestazioni riceve un corrispettivo, nella percentuale convenuta sul prezzo di compravendita, con pagamento sospensivamente condizionato (in modo esplicito o implicito) alla conclusione dell’affare (generalmente all’accettazione della proposta).

È di tutta evidenza che siamo ben al di fuori della previsione codicistica della mediazione per svariati motivi: la posizione del mandatario è inconciliabile ed ostativa rispetto alla mediazione tradizionale[21]; il diritto al relativo compenso, sempre condizionato all’iscrizione nel ruolo professionale ai sensi della legge n. 39 del 3 febbraio 1989, sorge non più, ex art. 1755 c.c., nei confronti di “ciascuna delle parti” e solo “ per effetto del suo intervento”, quale appunto consequenziale alla sua neutralità ed imparzialità nel metterle in relazione, bensì è a carico del solo mandante, per quanto previsto agli artt. 1709 e 1720 c.c., (così come avviene, ad esempio, nel contratto di agenzia, ove sussiste l’obbligo di corrispondere le provvigioni a carico del solo proponente) rispetto al quale è, a sua volta, contrattualmente vincolato, nell’espletamento dell’incarico (di fiducia o intuitu personae) e delle connesse prestazioni, pur sempre con la diligenza ex art. 1176, comma 2, c.c., stante la sua natura professionale, in deroga a quanto stabilito all’art. 1710 c.c.; ancora, il mandatario in esame, oltre ad essere obbligato ai sensi dell’art. 1711 c.c. e ss., è tenuto all’osservanza della normativa in tema di contratti di consumo di cui al D. Lgs. n. 206 del 2005, con particolare riferimento ad un generale dovere di informazione ex art. 5, alla disciplina delle clausole vessatorie ex art. 33 e ss ed in specie, alla connessa azione inibitoria ex art. 37; ferma restando, ovviamente, l’applicazione della disciplina generale dei contratti in tema di onere della prova a prescrizione.

Tra l’altro, sul carattere essenziale della figura giuridica del mediatore, ai sensi dell’art. 1754 c.c., quale collegato all’assenza di ogni vincolo di mandato, di prestazione d’opera, di preposizione institoria e di qualsiasi altro rapporto, carattere non configurabile in caso di soggetto munito di mandato (con rappresentanza o meno) per la stipulazione di un contratto con un terzo, si è da tempo pronunciata la Suprema Corte[22].

Pertanto nel caso in cui il mediatore agisca come mandatario, assume su di sé i relativi obblighi e, qualora si comporti illecitamente ricadono danni a terzi, è tenuto a favore di quest’ultimi al risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. (non escludendosi in proposito un’eventuale corresponsabilità del mandante).

 

La attuale posizione della Suprema Corte.

 

Alla luce di quanto esposto si può affermare che la sentenza n. 16382/2009 della Corte di Cassazione ha confermato il trend di una progressiva evoluzione nella determinazione dei confini della responsabilità originata dalla violazione di quanto disposto dall’art. 1759 c.c., nel senso che la responsabilità del mediatore sembra vada arricchendosi di contenuti sempre più nuovi.

La giurisprudenza, infatti, dopo aver tratto, dall’obbligo di comportarsi in buona fede fondato sulla clausola generale di correttezza ex art. 1175 c.c., il dovere di una corretta informazione nei confronti delle parti implicante la comunicazione non soltanto delle circostanze note al mediatore, ma anche di quelle da lui conoscibili sulla base della diligenza qualificata di cui all’art. 1176, comma 2, c.c., pare individuare in modo sempre più stringente e specifico le regole “tecniche” che l’intermediario deve conoscere ed applicare per poter eseguire esattamente la prestazione oggetto dell’attività di mediazione.

In particolare, si afferma che il dovere di diligenza professionale assume intensità crescente in ragione di un duplice parametro: le caratteristiche dell’affare, da una parte, ed il livello di organizzazione del mediatore, dall’altra parte, nel senso che quanto più è complesso o peculiare l’affare e quanto più è organizzata la struttura facente capo al mediatore, tanto più breve deve essere elevato lo standard di diligenza riservato alle circostanze conoscibili[23].

Pertanto la sentenza della Suprema Corte n. 19075/2012 in commento anche se confermata da altri precedenti[24] rischia di rimanere una pronuncia contra una tendenza che si va affermando da diversi anni.

Infatti il mediatore, pur non essendo tenuto, in difetto di un incarico specifico, a svolgere, nell’adempimento della sua prestazione particolari indagini di natura tecnico – giuridica (come l’accertamento della libertà da pesi dell’immobile oggetto del trasferimento, mediante le c.d. visure catastali ed ipotecarie), al fine di individuare fatti rilevanti per la conclusione dell’affare, è pur tuttavia gravato, in positivo, dall’obbligo di comunicare le circostanze a lui note o comunque conoscibili con la comune diligenza che è richiesta in relazione al tipo di prestazione, nonché, in negativo, dal divieto di fornire non solo informazioni non veritiere ma anche informazioni su fatti dei quali non abbia consapevolezza e che non abbia controllato, poiché il dovere di correttezza e quello di diligenza gli imporrebbero di astenersi dal darle. Ne consegue che, qualora il mediatore infranga tali regole di condotta, è legittimamente configurabile una sua responsabilità per i danni sofferti, per l’effetto, dal cliente.

Sicché, a fronte della sempre maggior valorizzazione del suo ruolo di professionista dotato di particolari requisiti di cultura e competenza, che lo stesso legislatore ha inteso assegnargli sin dal 1989 e che avvicinano la sua figura al prestatore d’opera intellettuale piuttosto che al procacciatore, pare ormai imprescindibile per il mediatore esaminare almeno il titolo di provenienza al fine di verificare l’effettiva titolarità del bene oggetto dell’affare, essendo dal pari opportuno, se vuole scongiurare il rischio di un addebito di responsabilità, che egli si prodighi in ulteriori indagini attinenti alla libertà del bene da iscrizioni, trascrizioni o comunque vincoli pregiudizievoli (estraendo le c.d. visure castali e quelle ipotecarie), nonché alla solvibilità delle parti (consultando altresì il registro informatico dei protesti).

Tuttavia è da aggiungere che il principio assunto dalla sentenza in esame sembra applicabile solo se si fa riferimento alla diligenza ordinaria ex art. 1176, comma 1, c.c.  e non a quella qualificata ex art. 1176, comma 2, c.c., pertanto l’interprete dovrà commisurare l’attività del mediatore alla natura dell’adempimento della sua prestazione ed alla natura dell’affare. In tale ottica si comprende il significato del principio di diritto assunto dalla Corte di Cassazione il quale precisa che: “in tema di responsabilità del mediatore, non rientra nella comune ordinaria diligenza, alla quale il mediatore deve conformarsi nell’adempimento della prestazione ai sensi dell’art. 1176 c.c. lo svolgimento, in difetto di particolare incarico, di specifiche indagini di tipo tecnico-giuridico, dovendosi ritenere pertanto che in caso di intermediazione in compravendita immobiliare, non può configurarsi compreso nella prestazione professionale del mediatore l’obbligo di accertare, previo esame dei registri immobiliari, la libertà dell’immobile oggetto della trattativa da trascrizioni ed iscrizioni pregiudizievoli”.

Il legislatore, con la legge 39 del 1989, ha riconosciuto la attività del mediatore come professionale, subordinandone l’esercizio al possesso di specifici requisiti di capacità professionale, pertanto così come confermato da giurisprudenza costante, sembra preferibile aderire alla tesi che considera la diligenza del mediatore come qualificata e dunque applicando, alla sua attività, l’art. 1176, comma 2, c.c.

Sia nel caso in cui il mediatore abbia agito in modo autonomo (c.d. mediazione ordinaria) sia quando abbia agito su incarico di una delle parti (c.d. mediazione atipica, la quale costituisce in realtà un mandato), egli ha l’obbligo di comportarsi con correttezza e buona fede, e riferire alle parti le circostanze dell’affare a sua conoscenza, ovvero che avrebbe dovuto conoscere con l’uso della diligenza da lui esigibile. Tra queste ultime rientrano necessariamente, nel caso di mediazione immobiliare, le informazioni sulla eventuale con titolarità del diritto di proprietà in capo a più persone, sull’insolvenza di una delle parti, sull’esistenza di iscrizioni o trascrizioni pregiudizievoli, sull’esistenza di prelazioni concernenti il bene oggetto della mediazione[25].

 

 

 

 

 

[1] Cass. n.19951/2008, la quale ritiene inoltre che il mediatore ha, nei confronti dell’intermediato, il duplice obbligo di dichiarare le circostanze rilevanti dell’affare delle quali sia a conoscenza, e di tacere le circostanze delle quali egli  non abbia sicura contezza. Ad esempio viene meno a tali obblighi il mediatore che, richiesto dal venditore, dichiari la sicura affidabilità del compratore pur non avendolo mai conosciuto.

[2] Si è ritenuto che il mediatore ha l’obbligo di comunicare anche tale circostanza in quanto a lui nota (Cass. n. 5777/2006; Cass. n. 5938/1993; Trib. Torino 13.1.2000; Trib. Genova 29.1.1992). Si è altresì affermato che il mediatore incorre in responsabilità se fornisca ad una delle parti delle false informazioni circa la solvibilità dell’altra parte (Trib. Como 7.8.1989); v. Cass. n. 6389/2001 con riferimento a fattispecie di grave situazione debitoria (e l’esistenza di numerose procedure esecutive pendenti) a carico del venditore di un immobile che “non poteva sfuggire al mediatore sol che questi avesse esaminato i libri contabili della società di pertinenza del predetto venditore ed avesse consultato altresì il bollettino dei protesti, nell’ambito di una elementare attività di conoscenza indispensabili per svolgere correttamente il ruolo di intermediario professionale”.

[3] Caputi, nota a Cass. n. 19009 del 24 ottobre 2003, in Foro It., 2004, I, p. 334: l’autore sostiene che “è possibile sanzionare (sempre e comunque) il comportamento scorretto con l’inesigibilità della provvigione (se il contratto non si può concludere a causa della non disclosure), ovvero condannando il mediatore al risarcimento del danno patito dal contraente inciso dalla misrepresentation (nel caso che il contratto si sia concluso a condizioni diverse)”; v. Cass. n. 5777/2006, Cass. n. 2277/1984 e Cass n. 16623/2010.

[4] Cass. n. 16623/2010 cit.; Cass. n. 822/2006; Cass. n. 16009/2003; Cass. n. 6389/2001; Cass. n. 5107/1999.

[5] Cass. n. 6219/1993

[6] Cass. n. 6389/2001 cit.; v. anche il Trib. Padova 12 aprile 2010 che ha affermato la responsabilità ed il conseguente onere risarcitorio del mediatore per non aver provveduto ad informare il promissario acquirente, pur essendone a conoscenza, della provenienza del bene oggetto della proposta irrevocabile di acquisto da donazione, essendo fatto notorio che siffatta provenienza è, nella prassi bancaria, ostativa alla concessione di finanziamenti ipotecari poiché concreta la possibilità, anche a distanza di molti anni dal finanziamento, della perdita della proprietà da parte dell’acquirente in conseguenza dell’azione di riduzione da parte di eredi pretermessi.

[7] L’appiglio normativo viene individuato nell’ultima parte dell’art. 1173 c.c.: l’obbligazione deriverebbe cioè da attività riconducibile alla locuzione ogni altro fatto idoneo a produrla in conformità dell’ordinamento giuridico.

[8] Art. 1754 c.c. diritto al rimborso delle spese nei confronti della persona per “incarico” della quale sono state eseguite anche se l’affare non è concluso e art. 1756 c.c. incarico al mediatore da una della parti di rappresentarla negli atti relativi all’esecuzione del contratto concluso con il suo intervento.

[9] Cass. n. 5140/2005.

[10] Cass. n. 5938/1993; Cass. n. 6219/1993; Cass. n. 2277/1984; Cass. n. 5777/2006 cit.

[11] Cass. n. 7251/2005

[12] Cass. n. 24333/2008.

[13] La Corte sottolinea che, nella maggior parte dei contratti standard predisposti nel campo della mediazione immobiliare, viene esplicitamente contemplato un “mandato” od un “incarico” a vendere o ad acquistare, dal che dovrebbe desumersi che il mediatore in molti casi agisca non sulla base di un comportamento di mera messa in contatto tra due o più soggetti per la conclusione di un affare (attività giuridica in senso stretto che prescinde da un sottostante titolo giuridico) ma proprio perché “incaricato” da una o più parti ai fini della conclusione dell’affare […]; in tal caso risulta evidente che l’attività del mediatore-madatario è consequenziale all’adempimento di un obbligo di tipo contrattuale (e dunque, ex art. 1173 c.c., questa volta riconducibile al contratto come fonte di obbligazioni”).

[14] La legge citata che ha istituito il ruolo professionale degli agenti di affari in mediazione, distingue all’art. 2, comma 2, tra agenti immobiliari, agenti merceologici, agenti muniti di mandato a titolo oneroso, stabilisce inoltre all’art. 2, comma 4, che l’iscrizione al ruolo deve essere richiesta anche se l’attività viene esercitata in modo occasionale o discontinuo, da coloro che svolgono, su mandato a titolo oneroso, attività per la conclusione di affari relativi ad immobili o ad aziende, prevede infine all’art. 5, comma 4, che  il mediatore che per l’esercizio della propria attività si avvalga di moduli o formulari, nei quali sono indicate le condizioni del contratto, deve preventivamente depositare copia presso la Commissione di cui all’art.7.

[15] Cass. n. 24333/2008 cit.

[16] Sulla posizione di neutralità ed imparzialità nei confronti delle parti che concludono l’affare, tra le altre, Cass. n. 12106/2003; Cass. n. 13184/2007, sottolinea la posizione di terzietà del mediatore rispetto ai contraenti posti in contratto in ciò differenziandolo dall’agente di commercio, nonché Cass. n. 6959/2000, che sottolinea come carattere essenziale della figura giuridica del mediatore, ai sensi dell’art. 1754 c.c., è appunto la sua imparzialità, intesa come assenza di ogni vincolo di mandato, di prestazione d’opera, di preposizione institoria e di qualsiasi altro rapporto che renda riferibile al dominus l’attività dell’intermediario, per cui nel caso di specie la Suprema Corte ha escluso il requisito dell’imparzialità ritenendo sussistente un mandato costituito dall’affidamento dell’incarico di trattare la vendita dell’immobile in nome e per conto del preponente.

[17] Cass. n. 5938/1993 cit.

[18] Cass., Sez. Un., n. 577/2008; Cass. n . 12362/2006 cit.; Cass. n. 9085/2006, con specifico riferimento al medico ed alle sue prestazioni prescindenti da un rapporto contrattuale.

[19] Si pensi, per esempio, alle c.d. agenzie immobiliari dalle particolari connotazioni professionali ed imprenditoriali.

[20] Mediante sottoscrizione dei relativi moduli di contratto standard in uso presso i mediatori o le c.d. agenzie immobiliari a veste societaria, erroneamente qualificati come “contratto di mediazione” o “ conferimento incarico di mediazione per la vendita di un immobile”.

[21] In cui come detto il mediatore, senza preliminare assunzione di obblighi, compie l’attività di messa in contatto tra due soggetti che concludono quindi contrattualmente, e non solo, mediante l’assunzione di vincoli giuridici, un’operazione di natura economica – sul punto Cass. n. 2200/2007.

[22] Cass. n. 1995/1987; Cass. n. 4340/1980.

[23] Cass. n. 4126/2001

[24] v. Cass. n. 15274/2006; Cass. n. 822/2006; Cass. n. 4791/1999.

[25] Cass. n. 16382/2009 cit.; Cass. n.16623/2010; Cass. n.16009/2003; Cass. n. 4126/2001; Cass. n.6389/2001; Cass. n. 5107/1999

Preliminare firmato, ma la casa è ipotecata, il mediatore è responsabile?

Cassazione, sez. II, 6 novembre 2012, n. 19075

 

In tema di responsabilità del mediatore, non rientra nella comune ordinaria diligenza, alla quale il mediatore deve conformarsi nell’adempimento della prestazione ai sensi dell’art. 1176 cod. civ., lo svolgimento, in difetto di particolare incarico, di specifiche indagini di tipo tecnico giuridico, dovendosi ritenere pertanto che in caso di intermediazione in compravendita immobiliare, non può considerarsi compreso nella prestazione professionale del mediatore l’obbligo di accertare, previo esame dei registri immobiliari, la libertà dell’immobile oggetto della trattativa da trascrizioni ed iscrizioni pregiudizievoli

 

Cassazione, sez. II, 6 novembre 2012, n. 19075

(Pres. Schettino – Rel. San Giorgio)

 

Svolgimento del processo

 

1. – Con atto di citazione notificato in data 4 aprile 2004, T.D.D. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Novara – Sez. distaccata di Borgomanero, la Immobiliare Marini s.a.s. di Ginobile Patrizia, esponendo che, insieme al defunto marito, aveva stipulato un contratto preliminare di compravendita immobiliare relativo ad una villetta con relativo terreno pertinenziale in (omissis) , di proprietà di V..M. , versando a titolo di caparra confirmatoria la somma di lire 10.000.000, contestualmente alla sottoscrizione del preliminare, in data 5 agosto 2000, la somma di lire 40.000.000 l’8 agosto 2000, la somma di lire 100.000.000 il 24 agosto 2000, e che a detta stipulazione le parti erano giunte per effetto della mediazione della convenuta, cui avevano versato lire 9.000.000 a titolo di compenso; che il contratto preliminare dava atto dell’esistenza di una ipoteca a favore del Mediocredito s.p.a., prevedendo che l’immobile, al momento della stipulazione del contratto definitivo, avrebbe dovuto essere libero da pesi; che successivamente al pagamento degli indicati acconti, i promissari acquirenti avevano scoperto che l’immobile era gravato da ulteriori ipoteche giudiziali, che successivamente all’incontro dinanzi al notaio essi avevano versato ulteriori acconti sino alla complessiva somma di lire 290.000.000 senza che i venditori estinguessero i debiti di cui alle iscrizioni ipotecarie, sicché il contratto definitivo non si era potuto stipulare.

Pertanto l’attrice, ritenendo che sussistesse una responsabilità contrattuale dell’agenzia per omessa informazione su dati essenziali ai fini della fattibilità dell’affare, chiese la condanna della convenuta al pagamento, a titolo di risarcimento del danno, di quanto versato in esecuzione del preliminare.

2. – Il Tribunale adito limitò la pretesa risarcitoria di parte attrice al danno emergente conseguito al versamento degli acconti effettuati alla promittente venditrice sino all’incontro del 23 gennaio 2001 presso il notaio, e, quindi, alla somma di lire 150.000.000, con rivalutazione monetaria ed interessi legali, considerando innegabile un difetto di diligenza del mediatore per non aver fornito al cliente le informazioni conoscibili con l’ordinaria diligenza, ed accogliendo altresì la domanda di manleva nei confronti dei terzi chiamati, i venditori, sulla base del rilievo che il soggetto interessato a proporre la vendita di un proprio immobile non può tacere circostanze di estremo rilievo quale la presenza di ipoteche.

3. – La Immobiliare Marini propose appello nei confronti di tale sentenza.

La Corte d’appello di Torino, con sentenza depositata il 14 aprile 2010, rigettò il gravame.

Rilevò la Corte di merito che il mediatore, secondo il principio di buona fede e diligenza in concreto esigibile da un professionista, ha l’obbligo di acquisire concretamente le informazioni ordinariamente accessibili con la diligenza propria del professionista che dispone di strumenti adeguati, e soprattutto di verificare la fondatezza delle informazioni in suo possesso, fra cui la informazione circa la iscrizione ipotecaria dal venditore data alla mediatrice.

4. Per la cassazione di tale sentenza ricorre la Immobiliare Marini s.a.s. di Ginobile Patrizia affidandosi ad un unico motivo. Resiste con controricorso D.D..T. , che ha anche depositato memoria.

 

Motivi della decisione

 

1. – Con l’unico motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 1759 cod.civ., relativo agli obblighi gravanti sul mediatore. Avrebbe errato la Corte di merito nell’affermare la responsabilità per difetto di informazione del mediatore che non abbia acquisito e, comunque, comunicato, circostanze che egli avrebbe dovuto e potuto conoscere con l’ordinaria diligenza, quali le iscrizioni ipotecarie. Si richiama il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità che assegna un contenuto meno gravoso al dovere di diligenza posto a carico del mediatore, escludendo che nello stesso rientri, in mancanza di conferimento di uno specifico incarico in tal senso, rientri anche l’obbligo di provvedere allo svolgimento di specifiche indagini di carattere tecnico-giuridico, quali sono quelle volte all’accertamento di iscrizioni o trascrizioni pregiudizievoli sull’immobile oggetto di compravendita.

2.1. – La censura merita accoglimento.

2.2. – Secondo l’orientamento dominante nella giurisprudenza di questa Corte, che il Collegio intende ribadire, poiché la legge n. 39 del 1989 subordina l’esercizio dell’attività di mediazione al possesso di specifici requisiti di capacità professionale, configurandola come attività professionale, l’obbligo di informazione gravante sul mediatore a norma dell’art. 1759 cod. civ., va commisurato alla normale diligenza alla quale è tenuto a conformarsi nell’adempimento della sua prestazione il mediatore di media capacità, e pertanto deve ritenersi che il suddetto obbligo deve riguardare non solo le circostanze note, ma tutte le circostanze la cui conoscenza, in relazione all’ambito territoriale in cui opera il mediatore, al settore in cui svolge la sua attività ed ad ogni altro ulteriore utile parametro sia acquisibile da parte di un mediatore dotato di media capacità professionale con l’uso della normale diligenza.

Tuttavia, secondo il richiamato orientamento giurisprudenziale, non rientra nella comune ordinaria diligenza, alla quale il mediatore deve conformarsi nell’adempimento della prestazione ai sensi dell’art. 1176 cod. civ., lo svolgimento, in difetto di particolare incarico, di specifiche indagini di tipo tecnico giuridico, quale, con riguardo al caso di intermediazione in compravendita immobiliare, quella relativa all’accertamento, previo esame dei registri immobiliari, della libertà dell’immobile oggetto della trattativa, le trascrizioni ed iscrizioni pregiudizievoli (v., tra le altre, Cass., sentt. n. 15926 del 2009, 15274 e n. 822 del 2006, n. 16009 del 2003, n. 6389 del 2001, n. 4791 del 1999. Per un caso in cui si è ritenuto che l’obbligo del mediatore di riferire alle parti le circostanze dell’affare a sua conoscenza, ovvero che avrebbe dovuto conoscere con l’uso della diligenza da lui esigibile, ricomprenda, nel caso di mediazione immobiliare, le informazioni sulla esistenza di iscrizioni o trascrizioni pregiudizievoli, v. Cass., sent. n. 16382 del 2009). 2.3. – Nella specie, dunque, la Immobiliare Marini correttamente, sulla base del riportato orientamento giurisprudenziale, ritenne che l’incarico ricevuto non comportasse, in assenza di una previsione diversa, l’obbligo di svolgere approfondite indagini in ordine alla sussistenza di iscrizioni o trascrizioni pregiudizievoli sull’immobile di cui si tratta.

3. – Il ricorso de quo va, quindi, accolto. La sentenza impugnata va, di conseguenza, cassata e la causa rinviata ad un diverso giudice – che viene designato in altra sezione della Corte d’appello di Palermo, cui è demandato altresì il regolamento delle spese del presente giudizio – che riesaminerà la controversia attenendosi al seguente principio di diritto: “In tema di responsabilità del mediatore, non rientra nella comune ordinaria diligenza, alla quale il mediatore deve conformarsi nell’adempimento della prestazione ai sensi dell’art. 1176 cod. civ., lo svolgimento, in difetto di particolare incarico, di specifiche indagini di tipo tecnico giuridico, dovendosi ritenere pertanto che in caso di intermediazione in compravendita immobiliare, non può considerarsi compreso nella prestazione professionale del mediatore l’obbligo di accertare, previo esame dei registri immobiliari, la libertà dell’immobile oggetto della trattativa da trascrizioni ed iscrizioni pregiudizievoli”.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte d’appello di Torino.

  

Condominio, il decreto ingiuntivo condominiale emesso sull abase di una delibera annullabile è valido?

CONDOMINIO. IL DECRETO INGIUNTIVO CONDOMINIALE EMESSO SULLA BASE DI UNA DELIBERA ANNULLABILE È VALIDO?

Cassazione, sez. II, 12 novembre 2012, n. 19605

 

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo emesso ai sensi dell’art. 63 disp. att. cod. civ. per la riscossione dei contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea, il condomino opponente non può far valere questioni attinenti alla validità della delibera condominiale ma solo questioni riguardanti l’efficacia della medesima. Tale delibera infatti costituisce titolo di credito del condominio e, di per sé, prova l’esistenza di tale credito e legittima non solo la concessione del decreto ingiuntivo, ma anche la condanna del condomino a pagare le somme nel giudizio di opposizione che quest’ultimo proponga contro tale decreto, ed il cui ambito è dunque ristretto alla sola verifica della esistenza e della efficacia della deliberazione assembleare di approvazione della spesa e di ripartizione del relativo onere.

D’altra parte, debbono qualificarsi nulle le delibere dell’assemblea condominiale prive degli elementi essenziali, le delibere con oggetto impossibile o illecito (contrario all’ordine pubblico, alla morale o al buon costume), le delibere con oggetto che non rientra nella competenza dell’assemblea, le delibere che incidono sui diritti individuali sulle cose o servizi comuni o sulla proprietà esclusiva di ognuno dei condomini, le delibere comunque invalide in relazione all’oggetto; debbono, invece, qualificarsi annullabili le delibere con vizi relativi alla regolare costituzione dell’assemblea, quelle adottate con maggioranza inferiore a quella prescritta dalla legge o dal regolamento condominiale, quelle affette da vizi formali, in violazione di prescrizioni legali, convenzionali, regolamentari, attinenti al procedimento di convocazione o di informazione dell’assemblea, quelle genericamente affette da irregolarità nel procedimento di convocazione, quelle che violano norme richiedenti qualificate maggioranze in relazione all’oggetto.

Pertanto, una volta accertata la immediata esecutività della delibera, in base alla quale era stato legittimamente emesso il decreto, non potevano essere invocati nel giudizio di opposizione eventuali vizi invalidanti la predetta delibera che avrebbero dovuti essere fatti valere nel giudizi di impugnazione, atteso che il Giudice dell’opposizione al decreto non avrebbe potuto, neppure incidenter tantum, rilevare l’invalidità delle delibere impugnate.

 

 

Cassazione, sez. II, 12 novembre 2012, n. 19605

(Pres. Triola – Rel. Migliucci)

 

Svolgimento del processo

1.- Il Condominio sito in (omissis) chiedeva e otteneva decreto ingiuntivo nei confronti dei condomini P.F. , P.P. e P.L.R. , comproprietari di un appartamento sito nel condominio, per il pagamento di quote condominiali scadute per lire 6.945.332, come da verbale d’assemblea 30 settembre 1993 che aveva approvato il rendiconto ’92/’93 e il preventivo ’93/’94.

Avverso tale decreto gli ingiunti proponevano opposizione, deducendo: che l’avviso di convocazione dell’assemblea del 30 settembre 1993 non era mai stato loro comunicato; che non era stato mai inviato loro un conteggio particolare di quanto dovuto; che i 2/3 della spesa del lastrico solare, di uso esclusivo del proprietario dell’ultimo piano, era stato ripartito tra tutti i condomini; che la spesa per il portone d’ingresso non era stata mai approvata dall’assemblea; che la spesa per la pulizia delle scale era stata deliberata senza che l’argomento fosse all’ordine del giorno; che la spesa relativa all’ascensore doveva essere ripartita esclusivamente tra i condomini che l’avevano installato senza preventiva deliberazione assembleare;che all’amministratore, peraltro non iscritto nell’albo di categoria, era stato riconosciuto un compenso eccessivo; che erano stati addebitati interessi con decorrenza anteriore a quella dovuta; che erano state richieste con decreto ingiuntivo anche le rate non scadute dell’esercizio 1993/94.

Il Condominio chiedeva il rigetto dell’opposizione.

Con sentenza del 30 settembre 2001 il Tribunale di Perugia accoglieva l’opposizione, ritenendo che il Condominio non avesse dato la prova della regolare convocazione degli opponenti all’assemblea del 30 settembre 1993, sicché le deliberazioni assunte da quel consesso dovevano ritenersi nulle, e conseguentemente infondata l’ingiunzione che sulla base di quei deliberati era stata emessa.

Con sentenza dep. il 24 febbraio 2006 la Corte di appello di Perugia, in riforma della decisione impugnata dal Condominio, rigettava l’opposizione al decreto che confermava.

Dopo avere rilevato che non era chiaro se gli opponenti fossero stati o meno convocati all’assemblea del 30 settembre 19993 anche se la spedizione delle raccomandate da parte dell’amministratore lo avrebbe lascato supporre, i Giudici osservavano che la questione non era decisiva posto che si il difetto di convocazione del condomino all’assemblea condominiale è causa di annullabilità e non di nullità della relativa delibera: posto che i predetti erano a conoscenza del verbale di assemblea già in epoca prossima all’ottobre 1993 il termine per impugnare era scaduto.

Ritenevano che potevano prendersi in considerazione soltanto i motivi eventuali di nullità della delibera ed escludevano che quelli con l’opposizione invocati potessero integrare alcuna nullità.

In relazione agli altri motivi, i Giudici osservavano che era legittima la ripartizione delle spese relative al lastrico solare ex art. 1126; la spesa per il portone di ingresso era stata ratificata con l’approvazione del rendiconto ; l’installazione dell’ascensore non poteva considerarsi innovazione gravosa o voluttuaria; la nomina dell’amministratore può avvenire anche fra professionisti non inscritti al relativo albo e la determinazione del compenso è rimessa alla libera contrattazione.

Per quel che riguardava la decorrenza degli interessi e delle rate scadute, la sentenza rilevava la genericità della doglianza e comunque la esattezza della decorrenza degli interessi dal 30-9-1993, posto che il l’esercizio ‘92-‘93 era terminato e quello ‘93-‘94 era iniziato da tre mesi, senza che gli opponenti avessero pagato alcunché ed erano stati oggetto di due esecuzioni, mentre per le rate non ancora scadute era ritenuta, ai sensi dell’art. 1186 cod. civ., la decadenza dal beneficio del termine.

2.- Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione P.F. , P.P. e P.L.R. sulla base di cinque motivi illustrati da memoria. Resiste con controricorso l’intimato.

Motivi della decisione

Preliminarmente va rilevato che la presente controversia, avendo a oggetto il pagamento dei contributi condominali richiesti con l’opposto decreto ingiuntivo, rientra, ai sensi dell’art. 1130 n. 3 cod. civ. e 63 disp. att. cod. civ., nelle attribuzioni dell’amministratore il quale in tale ipotesi è legittimato ad agire (art. 1131 primo comma cod. civ.) senza che sia necessaria l’autorizzazione dell’assemblea che invece è richiesta quando la controversia esorbita dalle sue attribuzioni (S.U. 18331/2010): pertanto, va disattesa la richiesta del Procuratore Generale di assegnazione di un termine per la regolarizzazione della costituzione del Condominio nel giudizio di cassazione.

1.1. – Il primo motivo, lamentando violazione degli artt. 1136, 1137, 2697, 2727 e 2729 cod. civ. nonché, 115, 116 cod.proc. civ., deduce che la sentenza, discostandosi da quanto aveva ritenuto il tribunale e ritenendo annullabile e non nulla la delibera del 30 settembre 1993, aveva da un lato considerato non perfezionato il procedimento di comunicazione della convocazione di cui non era stata provata la ricezione della relativa raccomandata e poi aveva invece ritenuto il medesimo procedimento perfezionato quando erroneamente aveva affermato che gli opponenti avevano avuto conoscenza del verbale di assemblea senza che il Condominio avesse offerto la prova, al medesimo incombente, dell’avvenuta ricezione della raccomandata relativa alla comunicazione del predetto verbale: la delibera era stata tempestivamente impugnata con l’atto di opposizione.

1.2. – Il secondo motivo, lamentando violazione degli artt. 1120, 1121, 1136, 1105, 1126, 1123, 1185, 1186, 2697, 2727 e 2729 cod. civ. nonché 112, 115, 116, 342, 346, 132 n. 4 cod.proc., censura la sentenza che era andata oltre il devolutimi, posto che con il gravame il Condominio si era limitato al solo fatto della nullità e/o annullabilità della delibera del 30 settembre 1993 e alla relativa convocazione senza richiamare specificamente le altre questioni.

Anche nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo per oneri condominiali il Condominio, essendo attore, deve fornire la prova del suo diritto che nella specie non era stato dimostrato, posto che: a) non vi era stata la previa deliberazione dell’assemblea in ordine alla spesa relativa al portone di ingresso dello stabile e, contrariamente a quanto affermato dalla Corte di appello, non poteva ritenersi la ratifica con la delibera del 30-9-1993, non essendovi in essa alcuna traccia; b) ugualmente doveva dirsi a proposito delle spese relative al lastrico solare di uso esclusivo, i cui 2/3 non potevano essere ripartiti anche a carico del proprietario del lastrico solare sul quale la spesa già gravava per un terzo; c) ugualmente doveva dirsi per la installazione dell’ascensore che non era stata mai deliberata dai condomini e, trattandosi di innovazione, doveva essere approvata con la maggioranza qualificata di cui all’art. 1120 cod. civ.; d) analogamente era avvenuto per la nomina dell’amministratore non iscritto alla relativa associazione e alla determinazione in misura eccessiva del suo compenso. Per quel che riguardava gli interessi, infondata era la ritenuta genericità della doglianza, essendo stato dedotto dagli opponenti che la quantificazione dei pretesi interessi era erronea, poiché si richiedevano interessi dalla data dell’assemblea 30/9/93, quando era evidente che tali interessi potevano essere dovuti solo per le rate scadute e approvate in quella sede e non per il preventivo ‘94 e per i pagamenti la cui scadenza era fissata per il 30/11/1993: risultava dallo stesso preventivo ’94 prodotto dal Condominio che i pagamenti per le spese straordinarie dovevano essere eseguiti entro il 30/10/93 ed entro il 30/11/93, per cui non poteva il Condominio pretendere gli interessi dal 30/9/1993, mentre quanto alle spese ordinarie, queste erano suddivise in dodici mensilità a partire dal 30/10/1993 di L. 195.400, delle quali, ovviamente, erano scadute solo le prime quattro mensilità. Censura ancora l’applicazione dell’art. 1186 cod. civ. che di ufficio e senza che ne ricorressero i presupposti era stata compiuta dai Giudici.

Il Giudice aveva omesso ogni pronuncia sulla questione relativa alla pulizia delle scale.

1.3. – I motivi, involgendo questioni che appaiono strettamente connesse, vanno esaminati congiuntamente.

In primo luogo, deve escludersi il denunciato vizio di ultrapetizione, posto che, nel censurare la sentenza del Tribunale che aveva dichiarato la nullità della delibera sulla quale si era fondata l’ingiunzione opposta, il Condominio non si era limitato a impugnare la declaratoria di nullità della delibera de qua ma aveva chiesto il rigetto dell’opposizione e la conferma del decreto, così instando per l’accoglimento della domanda proposta con la richiesta del decreto, che costituiva l’oggetto del giudizio, mentre l’efficacia della delibera su cui il decreto si fondava ne rappresentava la necessaria premessa. Ed invero,il decreto ingiuntivo si basava sulla delibera con la quale erano stati approvati il rendiconto delle spese dell’esercizio ‘92-‘93 e il preventivo ’93-’94 che peraltro era limitato ai primi quattro mesi: tale delibera è stata ritenuta annullabile e non nulla, tenuto conto che il denunciato difetto di convocazione dell’assemblea non può comportare nullità, così come sarebbero affetti da ragioni di annullabilità e non da nullità i vizi lamentati e riproposti con il ricorso per cassazione.

Orbene, in tema di opposizione a decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo emesso ai sensi dell’art. 63 disp. att. cod. civ. per la riscossione dei contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea, il condomino opponente non può far valere questioni attinenti alla validità della delibera condominiale ma solo questioni riguardanti l’efficacia della medesima. Tale delibera infatti costituisce titolo di credito del condominio e, di per sé, prova l’esistenza di tale credito e legittima non solo la concessione del decreto ingiuntivo, ma anche la condanna del condomino a pagare le somme nel giudizio di opposizione che quest’ultimo proponga contro tale decreto, ed il cui ambito è dunque ristretto alla sola verifica della esistenza e della efficacia della deliberazione assembleare di approvazione della spesa e di ripartizione del relativo onere (Cass. 2387/2003; 7261/2002; 11515/1999; 3302/1993). D’altra parte, debbono qualificarsi nulle le delibere dell’assemblea condominiale prive degli elementi essenziali, le delibere con oggetto impossibile o illecito (contrario all’ordine pubblico, alla morale o al buon costume), le delibere con oggetto che non rientra nella competenza dell’assemblea, le delibere che incidono sui diritti individuali sulle cose o servizi comuni o sulla proprietà esclusiva di ognuno dei condomini, le delibere comunque invalide in relazione all’oggetto; debbono, invece, qualificarsi annullabili le delibere con vizi relativi alla regolare costituzione dell’assemblea, quelle adottate con maggioranza inferiore a quella prescritta dalla legge o dal regolamento condominiale, quelle affette da vizi formali, in violazione di prescrizioni legali, convenzionali, regolamentari, attinenti al procedimento di convocazione o di informazione dell’assemblea, quelle genericamente affette da irregolarità nel procedimento di convocazione, quelle che violano norme richiedenti qualificate maggioranze in relazione all’oggetto (S.U. 4806/2005). Pertanto, una volta accertata la immediata esecutività della delibera, in base alla quale era stato legittimamente emesso il decreto, non potevano essere invocati nel giudizio di opposizione eventuali vizi invalidanti la predetta delibera che avrebbero dovuti essere fatti valere nel giudizi di impugnazione, atteso che il Giudice dell’opposizione al decreto non avrebbe potuto, neppure incidenter tantum, rilevare l’invalidità delle delibere impugnate.

Va ancora considerato che l’assemblea, che nell’ambito dei poteri di gestione del condominio, approva il rendiconto ai sensi dell’art. 1135 cod. civ., in tal modo ratifica con efficacia ex tunc le spese per lavori anche se non siano stati deliberati, salvo evidentemente i vizi invalidanti tale delibera da fare valere nei modi di legge. Ciò posto, va osservato che: a) la tempestività o meno dell’impugnativa prevista dall’art. 1137 cod. civ. in tema di delibere annullabili ovvero la conoscenza del verbale di assemblea (oggetto del primo motivo di ricorso) sono del tutto ininfluenti nella presente sede, che non ha a oggetto la impugnazione principaliter della delibera; b) la denuncia circa la ripartizione della spesa relativa al lastrico solare o la maggioranza con la quale era stata approvata l’installazione dell’ascensore sono ragioni di annullabilità della delibera, cosi come non sono comunque ragioni che possono configurare invalidità la scelta della persona dell’amministratore o la determinazione del suo compenso. Per quel che concerne la spesa relativa al portone di ingresso che secondo i ricorrenti – a differenza di quanto affermato dai Giudici non sarebbero state neppure menzionate nel verbale di assemblea, la censura si risolve nella denuncia di un travisamento o di un errore revocatorio che non può essere denunciato in sede di legittimità. Per quel che concerne la pulizia delle scale – contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti – i Giudici hanno esaminato la questione, affermando che la relativa spesa era stata comunque ratificata con l’approvazione del rendiconto.

Il motivo merita invece accoglimento per quel che concerne la censura relativa alla decorrenza degli interessi e alle rate non ancora scadute del preventivo, laddove i Giudici – dopo avere considerato generica la censura sollevata dagli opponenti – l’hanno comunque esaminata nel merito e, nel ritenere dovute le somme di cui al decreto, hanno applicato, d’ufficio, l’art. 1186 cod. civ., considerando immediatamente esigibili le rate non scadute del preventivo e, di conseguenza, dovuti gli interessi con decorrenza dal 30-9-1993 su tali somme.

In primo luogo, deve ritenersi che con l’opposizione – che peraltro non è un mezzo di gravame – erano state formulate contestazioni in merito alla debenza degli interessi e delle rate non ancora scadute del preventivo ‘93-‘94 (ai quali soltanto si fa riferimento con le censure sollevate con il ricorso per cassazione), per cui l’affermata genericità era da considerarsi del tutto fuori luogo. Ciò posto, va osservato che la richiesta di decadenza dal beneficio del termine previsto dalla norma citata è evidentemente riservata al potere dispositivo della parte che, da un lato, è il soggetto interessato a fare valere l’immediata esigibilità della prestazione e, dall’altro, deve invocare (e dimostrare) i presupposti al riguardo previsti dalla norma citata (insolvenza o diminuzione o mancata prestazione delle garanzie). Ed invero, con il ricorso per decreto ingiuntivo non era stata chiesta la decadenza dal beneficio del termine e non erano state neppure allegate le circostanze al riguardo previste l’art. 1186 cod. civ..

Pertanto, il primo motivo va rigettato, il secondo motivo va accolto nei limiti in cui si è detto (cioè per quel che concerne gli interessi e le rate non ancora scadute con riferimento al preventivo ’93-‘94); la sentenza va cassata relativamente e limitatamente a quanto si è detto a proposito del secondo motivo con rinvio, anche per le spese della presente fase, alla Corte di appello di Roma.

 

P.Q.M.

 

Accoglie il secondo motivo del ricorso nei limiti di quanto in motivazione rigetta il primo motivo cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese della presente fase, alla Corte di appello di Roma.

SINISTRO STRADALE E FATTO COLPOSO EX 1227 CC: È ANCHE QUELLO DEL MINORE O DELL’INCAPACE?

Cassazione, sez. III, 13 febbraio 2013, n. 3542

 

 

  • Il comportamento del danneggiato, incapace di intendere e di volere, concorrente nella produzione dell’evento dannoso, può integrare il fatto colposo del danneggiato – creditore previsto dall’art. 1227 cod.civ., comma 1, applicabile in tema di responsabilità extracontrattuale per il richiamo contenuto nell’art. 2056 cod.civ. – che il giudice deve valutare anche d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, e peraltro oggetto di motivo di appello da parte dei coniugi M. – B. – al fine di stabilire il concorso delle colpe e la loro compensazione (Cass. n. 6529/2011; 23734/2009; 1213/2006; 5127/2004) – con la conseguente riduzione proporzionale del danno da risarcire – in quanto l’espressione “fatto colposo” che compare nell’art. 1227 cod. civ., deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, e non quale sinonimo di comportamento colposo.
  • Va ribadito, in materia di investimento di pedone, che non è sufficiente l’automobilista provi che l’attraversamento è avvenuto mentre il veicolo procedeva alla velocità consentita nel centro abitato in condizioni ottimali in cui non sono ipotizzabili situazioni di pericolo, ma, dovendo invece la velocità esser costantemente adeguata alle circostanze del caso concreto onde prevenire una situazione di eventuale pericolo, deve anche dimostrare che il pedone non aveva tenuto un comportamento che denunciasse il suo intento di attraversamento della strada nonostante il divieto

 

 

 

Cassazione, sez. III, 13 febbraio 2013, n. 3542

(Pres. Petti – Rel. Chiarini)

 

Svolgimento del processo

Con sentenza del 26 novembre 2008 la Corte di appello di Venezia accoglieva parzialmente gli appelli dei coniugi M. – B. e di M.C..T. e della Compagnia Tirrena di Assicurazioni s.p.a. sulla responsabilità per la morte di M.A. – stabilita dal giudice di primo grado nella misura del 40% a carico della T. – sulle seguenti considerazioni: 1) questi, all’epoca – (OMISSIS) – bimbo di tre anni, sceso dalla bicicletta della nonna Gi..Ma. , svincolatosi dalle sue mani per correre dietro al cugino che aveva attraversato la strada (…), nel centro abitato di (…), mentre anche lui l’attraversava, da destra verso sinistra rispetto alla direzione di marcia tenuta dall’auto di M.C..T. , era investito da costei e a causa delle lesioni riportate moriva dopo sei giorni; 2) la responsabilità della T. era dimostrata perché se avesse tenuto una velocità inferiore a 40 km/h, adeguata alle circostanze di tempo e luogo, l’investimento si sarebbe potuto evitare in quanto al momento dell’inizio dell’attraversamento del bimbo, come accertato nella perizia, aveva 27,75 mt. a disposizione e quindi avrebbe potuto arrestare l’auto prima dell’urto, ed infatti il G. , che guidava dietro la T. , lo aveva visto dapprima sul marciapiede, insieme alla nonna, e poi, svincolatosi dalla stessa, mentre attraversava, a distanza di circa due metri dall’auto della T. ; 3) la responsabilità di quest’ultima era tuttavia quantificabile nel 15% dovendo la maggiore responsabilità attribuirsi al piccolo ai sensi dell’art. 1227 cod. civ., incidente anche sul danno iure proprio dei suoi genitori M. e B. , avendo egli attraversato la strada a distanza di più di venti metri dalle strisce pedonali e di corsa; 4) non era riconoscibile il danno patrimoniale di costoro non essendo note le loro condizioni sociali, economiche e lavorative né le potenzialità reddituali del bambino ed il contributo che avrebbe potuto dare ai genitori.

Ricorrono per cassazione M.L. e G..B. cui resiste la s.p.a. Tirrena Assicurazioni in l.c.a. che ha depositato memoria.

Motivi della decisione

1.- Con il primo motivo i ricorrenti deducono: “Violazione e i falsa applicazione di norme di diritto. Artt. 1227 primo comma e 2055 c.c. (art. 3 60 n. 3 c.p.c.)” e concludono con il seguente quesito di diritto: “Se in tema di responsabilità aguiliana, segnatamente di risarcimento dei danni da sinistro stradale, l’art. 1227 primo comma c.c. si applichi anche nei confronti della persona incapace di intendere e di volere, quindi non imputabile, che con il proprio fatto abbia concorso a cagionare il danno da lei medesima riportato, con conseguente diminuzione del risarcimento del danno, a ciò non ostando né che la norma richieda un fatto colposo del creditore danneggiato, né che la diminuzione del risarcimento debba essere commisurata alla gravità della colpa del creditore danneggiato; in caso di risposta affermativa se nella medesima ipotesi l’art. 1227 primo comma, contrariamente a quanto ritenuto dalla corte territoriale, tuttavia non si applica nei confronti dei prossimi congiunti della persona incapace per i danni da essi subiti in conseguenza della morte di cui la persona incapace sia rimasta vittima, di talché non si deve operare alcuna riduzione del risarcimento loro spettante iure proprio, atteso la loro qualità di terzi danneggiati che non hanno posto in essere il fatto concorrente a cagionare l’evento di danno nonché di titolari di autonomo diritto al risarcimento”.

Il motivo è infondato.

i Correttamente la Corte di merito ha ritenuto l’apporto causale del bambino, ritenendo operante il limite costituito dal concorso colposo del soggetto danneggiato, per quanto minore, a norma dell’art. 1227 cod.civ., comma 1, indipendentemente se tale comportamento anomalo fosse nella fattispecie ascrivibile alla omessa vigilanza della nonna nell’ambito del distinto rapporto tra costei ed il minore.

Infatti il comportamento del danneggiato, incapace di intendere e di volere, concorrente nella produzione dell’evento dannoso, può integrare il fatto colposo del danneggiato – creditore previsto dall’art. 1227 cod.civ., comma 1, applicabile in tema di responsabilità extracontrattuale per il richiamo contenuto nell’art. 2056 cod.civ. – che il giudice deve valutare anche d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, e peraltro oggetto di motivo di appello da parte dei coniugi M. – B. – al fine di stabilire il concorso delle colpe e la loro compensazione (Cass. n. 6529/2011; 23734/2009; 1213/2006; 5127/2004) – con la conseguente riduzione proporzionale del danno da risarcire – in quanto l’espressione “fatto colposo” che compare nell’art. 1227 cod. civ., deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, e non quale sinonimo di comportamento colposo (così specificamente, Cass. n. 14548/2009; 4332/1994).

La tesi opposta si fonda su una lontana pronuncia di questa Corte Suprema (n. 1650 del 1959) con la quale si affermò il principio contrario che non poteva cioè il risarcimento essere diminuito a causa del comportamento del danneggiato incapace, per minore età o per altra causa, di intendere e di volere. Tale decisione fu però superata dalla sentenza delle Sezioni Unite del 17 febbraio 1964 n. 351 la quale stabilì che quando un soggetto incapace per minore età o per altra causa subisce un evento di danno in conseguenza di fatto illecito altrui in concorso col proprio fatto colposo, l’indagine deve essere limitata all’esistenza della causa concorrente, prescindendo dall’imputabilità del fatto all’incapace e dalla responsabilità di chi era tenuto a sorvegliarlo, ed il risarcimento è dovuto dal terzo danneggiato solo nella misura in cui l’evento possa farsi risalire a colpa di lui.

Questo orientamento è ormai consolidato e va ribadito, essendo coerente col principio che non può attribuirsi al colpevole una responsabilità maggiore di quella derivante dalla obbiettiva efficienza causale del suo comportamento allorché questo concorra con quello egualmente eziologicamente efficiente del danneggiato.

Né vale, per sostenere l’opposto principio, rilevare che l’art. 1227 cod.civ., comma 1, prevede l’atto colposo del creditore, per cui la disposizione non dovrebbe essere applicata ogni qual volta non si possa parlare di colpa, come nel caso dell’incapace. È stato in proposito osservato che l’espressione non va intesa come riferentesi all’elemento psicologico della colpa che ha rilevanza esclusivamente ai fini di una affermazione di responsabilità, la quale presuppone l’imputabilità. Per fatto colposo, ai fini che qui rilevano, deve intendersi il comportamento umano, obiettivamente in contrasto con norme positive o di comune prudenza tenuto dal soggetto, come se esso fosse capace (Cass. 14548 del 2009).

Inoltre va osservato che i genitori non hanno chiesto il risarcimento del danno alla convenuta T. a norma dell’art. 2055 cod.civ. e, quindi, per l’intero (Cass. n. 4633/1997), nella qualità di condebitrice solidale (salvo la sua rivalsa nei confronti della nonna del piccolo), né sotto tale profilo è stata impugnata la sentenza, ma sotto il diverso profilo che non sia stata affermata l’esclusiva responsabilità della T. , con condanna della stessa al risarcimento dell’intero danno da essa causato.

2.- Con il secondo motivo deducono: “Contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo per il giudizio; motivazione insufficiente (art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c.)” e così sintetizzano i fatti controversi in relazione ai quali la motivazione è contraddittoria: “La velocità tenuta dalla T. conforme o meno al disposto dell’art. 102 previgente là dove prescrive che la velocità fosse particolarmente moderata nell’attraversamento dei centri abitati nonché alle condizioni (precedente attraversamento della strada da parte di altro bambino, presenza sul marciapiede del piccolo Andrea in evidente procinto di attraversare dopo essersi svincolato dalla mano della nonna, etc.); la distanza a cui avvenne la turbativa (inizio dell’attraversamento), conseguentemente l’inevitabilità; (se vi fosse stata, come sostenuto dalla difesa), pronta, adeguata reazione (che avrebbe consentito di arrestarsi, pur tenendo una velocità imprudente). La contraddittorietà è che, sebbene la sentenza accerti che tali fatti sono tutti contrari alla T. , ne trae l’illogica e contraddittoria conseguenza decisoria di un minimo, residuale e quasi irrisorio concorso della stessa T. (in relazione alla larghissima prevalenza attribuita alla condotta colposa del piccolo bambino). La motivazione è insufficiente poiché in essa non è indicato né si può evincere alcunché che consenta di ricostruire l’iter logico seguito dal giudice per pervenire a siffatta

valutazione di decisione in ordine alla ripartizione di responsabilità”.

Il motivo è fondato.

L’art. 102, secondo e terzo comma del D.P.R. 393 del 1959, applicabile ratione temporis, dispone: “La velocità deve essere particolarmente moderata… nell’attraversamento degli abitati o comunque di tratti di strada fiancheggiati da case.

Ogni veicolo deve altresì rallentare la velocità, e occorrendo, anche fermarsi, quando i pedoni che si trovino sul percorso tardino a scansarsi..”.

Quindi l’accertamento del comportamento colposo del pedone, investito da un veicolo a cui ha omesso di dare la precedenza (art. 134, sesto comma, stesso codice), non esime il conducente, nelle circostanze di luogo prescritte dal precitato art. 102 del c.d.s., dall’obbligo di rallentare adeguatamente l’andatura rispetto al limite di velocità consentito nel tratto di strada percorso – nella specie centro abitato – e di arrestarsi se le circostanze lo impongono, come nella fattispecie, avuto riguardo alla presenza di bambini su di essa e sul latistante marciapiede.

Perciò va ribadito, in materia di investimento di pedone, che non è sufficiente l’automobilista provi che l’attraversamento è avvenuto mentre il veicolo procedeva alla velocità consentita nel centro abitato in condizioni ottimali in cui non sono ipotizzabili situazioni di pericolo, ma, dovendo invece la velocità esser costantemente adeguata alle circostanze del caso concreto onde prevenire una situazione di eventuale pericolo, deve anche dimostrare che il pedone non aveva tenuto un comportamento che denunciasse il suo intento di attraversamento della strada nonostante il divieto (Cass. 6395 del 1994). La Corte di merito ha violato questi principi nell’accertare la colpa concreta della T. ed è incorsa nel vizio logico denunciato perché, pur avendo evidenziato nelle premesse che “per evitare l’evento, secondo il C.T.U. la T. avrebbe dovuto marciare a meno di 40Km/h” e che “al momento dell’insorgenza della turbativa la medesima aveva a disposizione uno spazio di almeno mt. 27,75 e che vi era la possibilità, sia in ipotesi dei 40 kmh. che dei 50kmh. dell’utile arresto, e cioè prima che la vettura potesse giungere sul punto d’urto”, e che la T. aveva visto “il bambino che correndo dal marciapiede fece due o tre passi”, ed il G. , che era dietro di lei con l’auto, aveva visto “il bambino prima sul marciapiede vicino alla nonna e poi quando si è svincolato e ha attraversato la strada”, non ha poi tratto la logica conseguenza che se la T. avesse tenuto una condotta di guida adeguata alle circostanze di luogo e concrete – presenza di bambino molto piccolo sul marciapiede, avvistabile a distanza tale da consentire un adeguato rallentamento della marcia, probabile inseguimento da parte dello stesso del cuginetto che aveva già attraversato la strada – avrebbe potuto fermarsi o comunque adottare tempestive manovre idonee ad evitare l’investimento.

Pertanto la censura va accolta.

3.- Con il terzo motivo deduce: “Violazione di norme di diritto, artt. 2043, 1223, e 1226 c.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.)”, e conclude con il seguente quesito di diritto:” se, ai sensi degli artt. 2043, 1223 e 1226 c.c., nel caso di morte, causata dall’altrui fatto illecito, del figlio in età puerile, anche in assenza di specifici elementi circa le condizioni economico-sociali dei genitori e circa le potenzialità reddituali e contributive del figlio, vada presuntivamente riconosciuta l’esistenza di un danno patrimoniale futuro dei genitori, da liquidarsi in via equitativa, per la perdita dell’apporto in denaro e/o prestazioni personali che avrebbero ricevuto dal figlio”.

Il motivo è infondato.

Ed infatti va ribadito (Cass. 8333 del 2004) che i genitori di persona minore d’età, deceduta in conseguenza dell’altrui atto illecito, ai fini della liquidazione del danno patrimoniale futuro provocato dalla perdita di quei contributi patrimoniali o di quelle utilità economiche che – sia in relazione a precetti normativi (artt. 315, 433, 230 bis cod. civ.) che per la pratica di vita, improntata a regole etico – sociali di solidarietà familiare e di costume – presumibilmente e secondo un criterio di normalità, il minore avrebbe potuto erogare in loro favore devono provare, anche mediante presunzioni e dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, ma con riguardo a tutte le circostanze del caso concreto (Cass. 2869 del 2003), secondo criteri ragionevolmente probabilistici, che considerata la condizione economica di essi genitori sopravvissuti, la loro aspettativa ad un trattamento pensionistico, la loro età e quella del figlio deceduto, la prevedibile entità del futuro reddito del medesimo, avrebbero ricevuto una contribuzione economica. Ne consegue che, in via generale è insufficiente a giustificarne la previsione – e, dunque, la ricorrenza di un danno patrimoniale dei genitori sopravvissuti – la sola “presunzione” astratta di “un apporto in danaro e/o prestazioni personali che avrebbero ricevuto dal figlio”, come concludono nella censura i ricorrenti. Pertanto va respinta.

4.- Concludendo va accolto il secondo motivo di ricorso e respinti il primo e il terzo. La sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e rinviata per nuovo esame alla luce dei principi richiamati.

Il giudice di rinvio provvederà altresì a liquidare le spese, anche del giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, rigetta il primo e il terzo. Cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Venezia, in altra composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione.

  

 

Diffida ad adempiere e contrattazione preliminare: 7 giorni sono troppo pochi se cerca un notaio

Cassazione, sez. II, 6 novembre 2012, n. 19105

 

Il termine concesso al debitore con la diffida ad adempiere, cui è strumentalmente collegata la risoluzione di diritto del contratto, non può essere inferiore a quindici giorni, non è assoluta, potendosi assegnare, a norma dell’art. 1454 comma secondo c.c., un termine inferiore ritenuto congruo per la natura del contratto e per gli usi. L’accertamento della congruità dei termine costituisce un giudizio di fatto di competenza del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità se esente da errori logici e giuridici.

 

 

Cassazione, sez. II, 6 novembre 2012, n. 19105

(Pres. Mazzacane – Rel. Matera)

 

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 30-7-2000 S.P. conveniva dinanzi al Tribunale di Lucca, Sezione Distaccata di Viareggio, V..F. , assumendo di avere stipulato con quest’ultimo, in data 23-10-1999, un contratto preliminare di compravendita di un immobile in Viareggio, per il prezzo di lire 120.000.000, di cui lire 20.000.000 corrisposte a titolo di caparra. Il preliminare prevedeva che il contratto definitivo dovesse essere stipulato entro il 31-12-1999, ma tale termine era stato successivamente consensualmente prorogato dalle parti. L’attore affermava che il 5-2-2000 aveva ricevuto una diffida ad adempiere il preliminare entro cinque giorni, sottoscritta da un legale; ma che tale diffida era inidonea a raggiungere lo scopo, in quanto proveniente da soggetto non titolare del diritto sostanziale ed indicante un termine inferiore a quello di legge. Ciò posto e atteso che il promittente venditore, invitato a comparire avanti ad un notaio il giorno 13-4-2000, non si era presentato, il S. , offrendo di pagare il residuo prezzo, chiedeva la pronuncia di sentenza che tenesse luogo del contratto non concluso.

Il F. , nel costituirsi, negava che vi fosse stata una proroga del termine previsto nel contratto e sosteneva che la diffida inviata al S. era pienamente valida ed efficace. Egli, pertanto, chiedeva la risoluzione del contratto per inadempimento del promittente acquirente.

Con sentenza depositata in data 5-2-2003 il Tribunale, ritenuto che non era stata dimostrata l’asserita modifica del termine per la stipula del contratto definitivo, e che la diffida ad adempiere era rituale, accoglieva la domanda riconvenzionale, dichiarando risolto il contratto per inadempimento del promittente acquirente.

Avverso la predetta decisione proponeva appello il S. .

Con sentenza depositata il 19-10-2005 la Corte di Appello di Firenze, in accoglimento del gravame, trasferiva al S. l’immobile in questione, previo pagamento del prezzo residuo entro il termine di sessanta giorni dal passaggio in giudicato della decisione. In particolare, la Corte territoriale rilevava che la lettera del 3-2-2000 non aveva i requisiti di una diffida ad adempiere ex art. 1454 c.c., data l’incongruità del termine assegnato alla controparte; e che, al contrario, non avendo il F. contestato l’affermazione contenuta nell’atto di citazione, secondo cui il S. lo aveva inutilmente invitato alla stipula del contratto definitivo dinanzi ad un notaio per il 13-4-2000, doveva ritenersi l’inadempienza del convenuto, il quale non si era presentato davanti al pubblico ufficiale.

Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso il F. , sulla base di tre motivi.

Il S. ha resistito con controricorso.

In prossimità dell’udienza il ricorrente ha depositato una memoria.

Motivi della decisione

1) Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218 e 1454 c.c., nonché l’erronea e contraddittoria motivazione, in relazione all’affermazione secondo cui la lettera del 3-2-2000 non aveva i requisiti della diffida ad adempiere. Deduce, in particolare, che la Corte di Appello ha ritenuto l’incongruità del termine muovendo dalla natura dell’adempimento richiesto al promittente acquirente anziché far riferimento alla natura del contratto o ad eventuali usi, come stabilito dall’art. 1454 c.c.; e che è stata omessa qualsiasi indagine sul comportamento tenuto in epoca anteriore alla diffida dal promissario acquirente, il quale, nonostante il considerevole lasso di tempo già inutilmente trascorso dalla stipula del preliminare, non aveva assunto alcuna iniziativa volta alla conclusione del definitivo. La decisione impugnata, inoltre, è contraddittoria nella parte in cui, dopo aver dato atto che spettava al promittente acquirente la scelta del notaio, ha affermato che “nulla impediva comunque al F. di rendersi parte diligente fissando egli stesso l’incontro con il notaio”.

Il motivo è infondato.

È noto che la regola secondo cui il termine concesso al debitore con la diffida ad adempiere, cui è strumentalmente collegata la risoluzione di diritto del contratto, non può essere inferiore a quindici giorni, non è assoluta, potendosi assegnare, a norma dell’art. 1454 comma secondo c.c., un termine inferiore ritenuto congruo per la natura del contratto e per gli usi. L’accertamento della congruità dei termine costituisce un giudizio di fatto di competenza del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità se esente da errori logici e giuridici (Cass. 1-9-1990 n. 9085).

Nella specie, la Corte territoriale ha ritenuto eccessivamente breve il termine di sette giorni assegnato dal F. al S. con la lettera del 3-2-2000, sul rilievo che, gravando sul promittente acquirente la scelta del notaio, la condotta adempiente pretesa con la diffida doveva comprendere anche l’ottenimento di un appuntamento con il professionista per la predisposizione e la firma del rogito.

Si tratta di un’argomentazione immune da vizi logici e giuridici, ancorando correttamente la valutazione della congruità del termine alla natura delle attività da compiersi dal promittente acquirente in base al contratto preliminare. L’apprezzamento espresso in proposito dal giudice di merito, pertanto, non è sindacabile in questa sede.

L’ulteriore affermazione contenuta in sentenza, secondo cui “nulla impediva comunque al F. di rendersi parte diligente fissando egli stesso l’incontro presso il notaio”, costituisce a tutta evidenza un’argomentazione svolta ad abundantiam, che non incide sull’effettiva ratio decidendi, rappresentata dalla rilevata inadeguatezza del termine assegnato con Patto di diffida in rapporto alla natura della prestazione richiesta alla controparte. La censura mossa al riguardo dal ricorrente, pertanto, deve considerarsi inammissibile.

Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, infatti, è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione che censuri una argomentazione della sentenza impugnata svolta ad abundantiam e che, pertanto, non costituisce una ratio decidendi della medesima (tra le tante v. Cass. 22-11-2010 n. 23635; 19-2-2009 n. 4053; Cass. 5-6-2007 n. 13068; Cass. 14-11- 2006 n. 24209; Cass. 23-11-2005 n. 24591).

2) Con il secondo motivo il ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., nonché dell’erronea ed omessa motivazione. Rileva che la Corte di Appello ha erroneamente ritenuto la mancanza di contestazione, da parte del convenuto, della convocazione dinanzi ad un notaio operata dal S. per il 13-4-2000, deducendo da ciò solo il comportamento inadempiente del F. . Sostiene che, al contrario, la circostanza dedotta dalla controparte era stata contestata dal convenuto sin dalla comparsa di costituzione di primo grado, nella quale si legge testualmente:

“ricevuta la lettera di diffida, scaduto il termine per la stipulazione del definitivo, il S. non si è mai attivato in senso contrario convocando il sig. F. per la stipula del rogito, presso un notaio…”. Rileva che, non potendo il fatto dedotto in citazione ritenersi pacifico, gravava sull’attore, ai sensi dell’art. 2697 c.c., l’onere di provare il suo assunto; il che nella specie non è avvenuto.

Il motivo è inammissibile, in quanto, così come prospettato, si risolve nella denuncia di un mero errore di percezione, consistente nell’affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, di una realtà fattuale processuale in manifesto contrasto con quella effettiva. L’errore denunciato, pertanto, essendo avulso da qualsiasi attività valutativa del giudice di merito diretta a fornire dimostrazione del proprio assunto, si sostanzia in un vizio revocatorio, che avrebbe dovuto essere fatto valere con il rimedio previsto dall’art. 395 n. 4 c.p.c..

3) Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2932 c.c. e l’erronea motivazione. Sostiene che la Corte di Appello ha disposto il trasferimento dell’immobile oggetto del preliminare di vendita in mancanza dell’indispensabile presupposto dell’adempimento del promittente acquirente, non sussistendo alcuna prova che il S. avesse convocato il F. davanti al notaio per il 13-4-2000.

Il motivo rimane assorbito dal rigetto del secondo, partendo dal presupposto – non verificabile in questa sede per le ragioni innanzi esposte – dell’avvenuta contestazione, da parte del S. , dell’asserita convocazione davanti al notaio per il 13-4-2000, e della conseguente necessità, per il F. , di dare prova del suo assunto.

4) Per le ragioni esposte il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese sostenute dal resistente nel presente grado di giudizio, liquidate come da dispositivo.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

 

Mano stradale insidioso, il Comune risarcisce i danni derivanti dalla caduta in motorino?

Cassazione, sez. III, 28 settembre 2012, n. 16540

 

 

  • Il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. deve individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l’impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all’uso generale e diretto da parte dei terzi, da considerarsi meri indici di tale impossibilità, ma all’esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo, che tenga in debito conto innanzitutto gli indici suddetti.
  •  In questa direzione si è orientata negli ultimi anni la giurisprudenza di questa Corte, i cui più recenti arresti (v. Cass. 18.10.2011 n. 21508) hanno segnalato, con particolare riguardo al demanio stradale, la necessità che la configurabilità della possibilità in concreto della custodia debba essere indagata non soltanto con riguardo all’estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all’interno della perimetrazione del centro abitato (v. Cass. n. 21328 e 21329/10; 12695/10; 24529/09; 9546/09; 15384/06; 3651/06).
  • Se si tratta di strada comunale all’interno della perimetrazione del centro abitato (L. n. 1150 del 1942, art. 41 quinquies e succ. mod.), la localizzazione della strada è indice della possibilità di vigilanza e controllo costante da parte del Comune.

 

 

 

Cassazione, sez. III, 28 settembre 2012, n. 16540

(Pres. Petti – Rel. Giacalone)

 

In fatto e in diritto

1. B.N. convenne in giudizio davanti al Giudice di Pace di Cagliari il Comune di Cagliari, esponendo che l’11.6.2001, mentre alla guida del proprio ciclomotore stava percorrendo il (OMISSIS) , a causa della presenza di ghiaia sull’asfalto, aveva perso il controllo del mezzo ed era caduto al suolo, riportando danni al ciclomotore e lesioni personali; chiese, pertanto, la condanna del Comune al risarcimento di tutti i danni subiti. Il Comune di Cagliari, costituitosi, contestò il fondamento delle pretese ed eccepì il proprio difetto di legittimazione passiva, deducendo che nel luogo del sinistro si stavano svolgendo lavori di miglioramento della viabilità, commessi in appalto alla Saromar s.r.l., contrattualmente responsabile per eventuali danni cagionati a terzi. L’Amministrazione comunale chiese, pertanto, il rigetto della domanda e l’autorizzazione alla chiamata in giudizio della Saromar, al fine di essere tenuta indenne in caso di accoglimento delle domande dell’attore. La Saromar s.r.l., costituitasi, contestò il fondamento delle domande e chiese, comunque, l’autorizzazione alla chiamata in giudizio della Società Cattolica di Assicurazione cooperativa a r.l., con la quale aveva stipulato un contratto di assicurazione per danni a terzi. La predetta compagnia assicuratrice, costituitasi, chiese il rigetto delle domande proposte nei suoi confronti e delle domande proposte dall’at. Il Giudice di Pace condannò il Comune al pagamento, in favore dell’attore, della somma di 6 609,15 e rigettò la domanda proposta dal Comune nei confronti della Saromar.

2. Con la sentenza oggetto della presente impugnazione, depositata il 15 febbraio 2006, il Tribunale di Cagliari ha accolto l’appello del Comune e rigettato la domanda del B. , sul presupposto che, nella specie, secondo il consolidato orientamento della Suprema Corte, nel caso di specie non trovava applicazione la presunzione di responsabilità per danni cagionati da cose in custodia ex art. 2051 c.c., dovendosi ritenere le strade beni che, per la loro estensione e per l’uso generale e diretto da parte dei cittadini, non consentono una vigilanza ed un controllo idonei ad evitare l’insorgenza di situazioni di pericolo. La responsabilità della p.a. per danni conseguenti a difetto di manutenzione delle strade era dunque configurabile quando fosse risultato violato il principio generale del neminem laedere ex art. 2043 c.c. e, particolarmente, quando le strade, per le condizioni in cui erano state tenute, presentassero per l’utente che fa ragionevole affidamento sulla loro apparente regolarità una situazione di pericolo occulto (c.d. insidia o trabocchetto), caratterizzata congiuntamente dall’elemento oggettivo della non visibilità del pericolo e da quello soggettivo della non prevedibilità, ovvero dell’impossibilità di avvistarlo tempestivamente per poterlo evitare (Cass. n. 366/2000; Cass. 5772/98; Cass. n. 340196). Il danneggiato, pertanto, può agire per il risarcimento soltanto in base all’art. 2043 c.c., per cui gli incombe il relativo onere probatorio, anche in relazione all’esistenza della situazione di pericolo occulto. Dalle deposizioni dei testi escussi nel primo grado del giudizio, era emerso che in prossimità del punto ove il B. perse il controllo del ciclomotore vi era un cantiere aperto dallo Saromar, ove per le lavorazioni si utilizzava sabbia, ghiaia e calcestruzzo, e che nella zona nello stesso periodo vi erano altri lavori in corso, relativi al rifacimento di fognature, nonché un transito di autocarri e betoniere con materiali diversi. Il teste Solla, poi, aveva precisato che i detriti sulla strada erano formati da pietre, ghiaia e cemento, che si sbriciolavano al passaggio delle autovetture; auto che, al momento del sinistro, procedevano incolonnate. Avuto riguardo alle predette risultanze, il Tribunale riteneva che la presenza sulla sede stradale di detriti frantumati, non era chiaro se in tutto o in parte, fosse pienamente visibile, anche a distanza, considerato altresì che il sinistro avvenne in ora diurna. Invero, proprio perché si trattava di residui di lavorazioni stradali, non pareva che gli stessi fossero di minima ed insidiosa quantità, nascosta alla vista dell’utente della strada; né poteva sostenersi che la presenza di ghiaia fosse occultata dalla presenza, davanti al B. , di auto incolonnate, in quanto sarebbe stato sufficiente tenere la distanza di sicurezza per poter avere una chiara visione delle condizioni della strada davanti a sé. Per altro verso, non era condivisibile l’argomentazione del primo giudice, secondo il quale la ghiaia, se non costituisce una situazione di pericolo per un’autovettura, ha la caratteristica di insidia per il ciclomotore, che passando sopra la stessa perde aderenza; infatti, la c.d. insidia stradale non muta la sua natura secondo il mezzo che percorre la strada, ma, come sopra rilevato, consiste in una situazione di pericolo oggettiva, laddove non visibile ed evitabile. Di conseguenza, ogni utente di comune diligenza avrebbe ben potuto tempestivamente avvistare la situazione dei luoghi e, quindi, procedervi sopra con prudenza ovvero evitare il transito il quel tratto della strada.

3. Il B. propone ricorso per cassazione sula base dei seguenti motivi; resiste il Comune con controricorso e chiede dichiararsi inammissibile e, comunque, rigettarsi il ricorso; gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

3.1. – Violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., per aver ritenuto non applicabile al caso di specie l’art. 2051 c.c. – che prevede la responsabilità del custode per i danni cagionati dalle cose che egli ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito – richiamando un orientamento di questa Corte (n. 5990/98, 921/88) relativo a fattispecie diverse da quella da decidere (strade di difficile controllo – autostrade – strade statali di notevole estensione), nonché basandosi su decisioni ormai datate. La più recente giurisprudenza della Corte ha precisato che l’art. 2051 c.c. è applicabile anche alla P.A. nei casi in cui è possibile “un concreto esercizio del potere di controllo e di vigilanza sulla res” e cioè sulla strada che, nel caso di specie è inserita nella rete urbana dei Comune di Cagliari e non è di notevole estensione (Cass. Civ. sez. III, 23.7.2003 n. 11446).

Secondo Cass. 13 gennaio 2003 n. 298 e 15 gennaio 2003 n. 488, l’esclusione dell’applicazione dell’art. 2051 c.c. trova il proprio fondamento soltanto nella impossibilità, per l’ente proprietario della strada pubblica, di evitare l’insorgenza di situazioni di pericolo derivanti dal bene, e quindi non già nella sola natura demaniale del bene, soggetto all’uso diretto da parte della generalità degli utenti, ma anche nella coesistenza dell’altro elemento di fatto della notevole estensione del bene stesso. Tale orientamento è conforme a quello espresso in motivazione dalla sentenza Corte Cost. 10.5.1999 n. 156). Nel caso di specie, la strada ove si è verificato l’incidente, e cioè il (OMISSIS) , è notoriamente inserita nella rete urbana di Cagliari, ha uno sviluppo di pochi chilometri, è soggetta al limite di velocità di 50 Km, è percorsa giornalmente dai mezzi adibiti al trasporto pubblico, dai mezzi della Nettezza urbana, dai mezzi dei Comune di Cagliari addetti al Controllo del traffico e da quelli incaricati della cura del verde pubblico. Non avrebbe potuto certo ritenersi unM’impossibilità” del Comune di evitare l’insorgenza di situazioni di pericolo derivanti dal bene. Per di più i lavori stradali all’origine dei detriti, causa della caduta della B. , erano stati commissionati proprio dal Comune, che avrebbe in ogni caso dovuto e potuto eliminare tempestivamente ogni situazione di potenziale pericolo, per lo meno segnalando, con opportuni cartelli, i lavori in corso, trattandosi di elementi che avrebbero dovuto essere accertati e valutati dal Giudice di merito, a cui spetta di motivatamente stabilire se sussisteva o meno la possibilità oggetti va del Comune di esercitare un potere continuo di controllo sulle condizioni della strada (Cass. 23.7.2003 n. 11446). Ma il Tribunale di Cagliari non si sarebbe posto alcun problema ed avrebbe deciso in base ad un principio di diritto astratto, palesemente superato ed errato, se riferito alla fattispecie, ignorando che questa Corte di Cassazione, in funzione della estensione delle strade e della concreta possibilità che abbia a P.A. di effettuare la vigilanza e il controllo sul bene in custodia, ha stabilito, invece, che l’art. 2051 e. e. non è applicabile nel caso di danni cagionati da, una strada pubblica solo quando sia oggettivamente impossibile la parte dell’ente pubblico che ne è proprietario, l’esercizio di un continuo ed efficace controllo idoneo ad impedire situazioni di pericolo per gli utenti” (Cass. 23.7.2003 n. 11446; Cass. 13.1.2003 n. 298; Cass. 15.1.2003 n. 488).

3.2. – Motivazione insufficiente e non coerente, illogicità consistente nell’attribuire agli elementi di giudizio significati estranei al senso comune; in relazione alla applicabilità al caso concreto dell’art. 2043 c.c. e 149 Codice della Strada. Dopo avere escluso che al caso di specie fosse applicabile l’art. 2051 c.c. il Giudice dell’appello ha argomentato avverso la decisione del giudice di Pace, escludendo qualunque responsabilità del Comune di Cagliari ex art. 2043 c.c. per l’assenza della così detta “insidia stradale”; in definitiva affermando che l’incidente era addebitabile esclusivamente al comportamento del B. . Per motivare e giustificare la sua tesi il giudice attribuisce agli elementi di giudizio significati estranei al senso comune e rende incoerenti le varie ragioni esposte. Ipotizza che al B. sarebbe stato sufficiente tenere “la distanza di sicurezza” per poter avere una chiara visione delle condizioni della strada davanti a sé ed evitare la caduta. L’art. 149 del Codice della Strada dispone che “Durante la marcia i veicoli devono tenere, rispetto al veicolo che precede, una distanza tale, che sia garantita in ogni caso l’arresto tempestivo e siano evitate collisioni con i veicoli che precedono”. Nel caso di specie, nessuna infrazione è stata contestata al B. , né è avvenuta alcuna collisione con i veicoli che lo precedevano, perciò l’affermazione del Giudice appare inconferente, capziosa e priva di qualunque riscontro con la realtà dei fatti. I convincimenti del giudice d’appello sarebbero illogici e irrazionali; contrasterebbero con il comune buon senso e con la quotidiana esperienza di chi circola su uno scooter e con le oggettive ed indiscutibili differenze tecniche e fisiche che deve affrontare chi viaggia su due ruote rispetto all’utente delle quattro ruote o al pedone. Dalla sentenza non emergerebbe attraverso quali elementi di giudizio sia stato possibile determinare la quantità e la visibilità dei detriti stradali, in essa difetterebbe totalmente ogni specifica analisi delle pur acquisite risultanze probatorie, alla cui disamina il giudice non può sottrarsi allorché ritenga che esse valgono a giustificare l’accoglimento della pretesa fatta valere in giudizio, risultando altrimenti impossibile il controllo logico della decisione.

4. – Il primo motivo è fondato, sussistendo l’error in indicando con esso dedotto, ed il suo accoglimento assorbe ogni decisione in ordine al secondo, stante il nuovo motivato esame che il giudice di rinvio dovrà condurre alla luce dei principi che si ribadiscono qui di seguito.

4.1. – Erroneamente la Corte territoriale ha fatto discendere l’inapplicabilità dell’art. 2051 ex. in modo automatico dall’estensione della rete viaria e dall’uso di essa da parte della collettività. Infatti, secondo la più recente ed ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte (Cass. 1.10.2004, n. 19653; Cass. 13.1.2003, n. 298, entrambe in motivazione), che si condivide e si riallaccia alla sentenza 10.5.1999, n. 156, della Corte Costituzionale, un tale effetto non costituisce riflesso incondizionato ed automatico delle indicate caratteristiche della strada, le quali rappresentano meri indizi dell’impossibilità di un concreto esercizio del potere di controllo e di vigilanza sulla strada; impossibilità che può essere ritenuta non già in virtù del semplice riferimento alla natura demaniale ed all’estensione della strada, ma a seguito di un’indagine condotta dal giudice con riferimento al caso concreto. In definitiva, l’estensione della strada e l’uso generale di essa da parte della collettività rilevano nell’indagine che il giudice è tenuto a compiere caso per caso per verificare se l’esercizio del potere di controllo e di vigilanza della strada da parte dell’ente che ne è proprietario sia risultato in concreto possibile, dovendo altrimenti escludersi il rapporto di custodia e ritenersi non configurabile la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c..

4.2. – Questa Corte ha anche precisato il concetto di custode, quale titolare del potere di custodia (di diritto, ma anche come disponibilità di fatto), che è potere funzionale, potere esigibile; ma tale funzione ed esigibilità deve essere valutata in concreto, e non tradursi in un principio astratto di esenzione di una parte forte (concessionario di autostrada, ente pubblico territoriale con gestione della rete stradale di appartenenza, o di altro servizio pubblico o di bene demaniale). Questo potere di accertamento della qualità e quantità di custodia, appartiene alla cognizione del giudice che deve applicare la norma ed il suo ambito, senza creare posizioni di vantaggio per la parte danneggiante, ma secondo un prudente apprezzamento delle circostanze e tenendo conto che la norma pone un rilevante onere della prova a carico della parte che risponde della responsabilità oggettiva (Cass. 2.3.2007 n. 4962; Cass. 26.9.2006 n. 20823; Cass. 6.7.2006 n. 15383).

4.3. – Pertanto, il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. deve individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l’impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all’uso generale e diretto da parte dei terzi, da considerarsi meri indici di tale impossibilità, ma all’esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo, che tenga in debito conto innanzitutto gli indici suddetti. In questa direzione si è orientata negli ultimi anni la giurisprudenza di questa Corte, i cui più recenti arresti (v. Cass. 18.10.2011 n. 21508) hanno segnalato, con particolare riguardo al demanio stradale, la necessità che la configurabilità della possibilità in concreto della custodia debba essere indagata non soltanto con riguardo all’estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all’interno della perimetrazione del centro abitato (v. Cass. n. 21328 e 21329/10; 12695/10; 24529/09; 9546/09; 15384/06; 3651/06). Occorre, invero, avvertire che, se si tratta di strada comunale all’interno della perimetrazione del centro abitato (L. n. 1150 del 1942, art. 41 quinquies e succ. mod.), la localizzazione della strada è indice della possibilità di vigilanza e controllo costante da parte del Comune.

4.4. – La sentenza d’appello va cassata perché non conforme agli indicati principi. Il Tribunale di Cagliari, in diversa composizione, procederà a nuovo motivato esame, alla luce di tali principi, e provvederà sulle spese, anche in relazione a quelle del presente giudizio.

 

P.Q.M.

 

Accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, al Tribunale di Cagliari in diversa composizione.

  

I parametri per i compensi agli Avvocati sono retroattivi

Cassazione, sez. Unite Civili, 12 ottobre 2012, n. 17406

 

A norma dell’art. 41 del d.m. 20 luglio 2012, n. 140, che ha dato attuazione alla prescrizione contenuta nell’art. 9, 2 comma, del d. l. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito dalla legge 24 marzo 2012, n. 271, le disposizioni con cui detto decreto ha determinato i parametri ai quali devono esser commisurati i compensi dei professionisti, in luogo delle abrogate tariffe professionali, sono destinate a trovare applicazione quando, come nella specie, la liquidazione sia operata da un organo giurisdizionale in epoca successiva all’entrata in vigore del medesimo decreto.

Reputa il collegio che, per ragioni di ordine sistematico e dovendosi dare al citato art. 41 del decreto ministeriale un’interpretazione il più possibile coerente con i principi generali cui è ispirato l’ordinamento, la citata disposizione debba essere letta nel senso che i nuovi parametri siano da applicare ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta in epoca precedente, quando ancora erano in vigore le tariffe professionali abrogate.

 

 

Cassazione, sez. Unite Civili, 12 ottobre 2012, n. 17406

(Pres. Preden – Rel. Rordorf)

 

Svolgimento del processo

L’occupazione nel 1981 di alcune aree appartenenti alla Spaz Suardi Società Grandi Alberghi s.p.a. (poi divenuta Pucci Via Veneto s.p.a. e che in prosieguo verrà indicata sempre come Pucci) ad opera del Comune di Montecatini Terme, che intendeva costruirvi parcheggi pubblici, dette origine ad un complesso contenzioso, in parte afferente alla determinazione dell’indennità di occupazione ed in parte al risarcimento del danno per l’intervenuta trasformazione di dette aree e per la loro mancata restituzione, pur dopo la scadenza del termine di durata dell’occupazione, senza che fosse stato emanato alcun provvedimento espropriativo.

Con riferimento a quest’ultimo profilo, nel maggio del 2004, la società Pucci ricorse al Tribunale amministrativo regionale della Toscana, il quale però – dopo che le sezioni unite di questa corte ne ebbero confermato la giurisdizione, pronunciandosi sull’istanza di regolamento preventivo proposta dalla medesima società (ordinanze nn. 19608 ed 19609 del 2008) – rigettò la domanda in quanto ritenne che il diritto dell’attrice al risarcimento del danno fosse prescritto.

Della questione fu investito il Consiglio di Stato, che, con sentenza depositata il 29 agosto 2011, riformò la decisione di primo grado, poiché, anche alla luce della sopravvenuta giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, reputò che l’irreversibile trasformazione delle aree occupate non ne avesse implicato l’acquisizione in proprietà da parte della pubblica amministrazione, potendo ciò avvenire solo in forza di un accordo negoziale col proprietario di dette aree o dell’emanazione di un regolare provvedimento espropriativo (non realizzabile nelle forme accelerate previste dall’art. 43 del d. lgs. n. 327 dei 2001, frattanto dichiarato incostituzionale). Pertanto, il Consiglio di Stato ritenne che il diritto della società proprietaria al risarcimento del danno fosse da correlare al mancato godimento delle aree indebitamente occupate, a partire dal momento di scadenza del termine di occupazione legittima sino a quando, in difetto di eventuale restituzione nel pristino stato, la proprietà non fosse passata in capo all’amministrazione in uno o nell’altro dei modi di acquisto sopra richiamati. Donde il carattere permanente dell’illecito imputato alla pubblica amministrazione, la conseguente impossibilità di considerare prescritto il diritto al risarcimento del danno di cui s’è detto, e la quantificazione di tale danno in misura corrispondente agli interessi moratori, da calcolare annualmente sul valore del bene nell’arco di tempo considerato, con maggiorazione di interessi e rivalutazione monetaria.

Avverso questa sentenza il Comune di Montecatini Terme ha proposto ricorso per cassazione, assumendo che il Consiglio di Stato avrebbe travalicato i limiti della propria giurisdizione.

La società Pucci si è difesa con controricorso, chiedendo la condanna della controparte al risarcimento dei danni per responsabilità processuale aggravata.

Entrambe le parti hanno depositato memorie.

Motivi della decisione

1. L’eccezione d’inammissibilità del ricorso, prospettata in via preliminare dalla difesa della società controricorrente, non è fondata.

Al contrario di quanto affermato da detta controricorrente, infatti, da alcun documento prodotto in causa è dato evincere che la sentenza impugnata con il ricorso qui in esame – ossia la sentenza del Consiglio di Stato n. 4834/2011 – era stata notificata al difensore del Comune di Montecatini Terme. Ne consegue che, essendo stata detta sentenza depositata in cancelleria il 29 agosto 2011, il ricorso per cassazione, inviato per la notifica il 24 febbraio 2012, non può dirsi affatto tardivo.

2. Il comune ricorrente lamenta il superamento, nell’impugnata pronuncia, dei limiti esterni della giurisdizione amministrativa, limiti che non avrebbero consentito al Consiglio di Stato di affermare – come ha fatto – che la proprietà delle aree di cui si discute nel caso in esame non è stata acquisita dalla pubblica amministrazione e che una tale acquisizione può avvenire solo per effetto di un accordo negoziale da stipulare con la società Pucci o all’esito di un regolare procedimento espropriativo. Così decidendo il giudice amministrativo avrebbe, per un verso, inteso colmare la lacuna normativa verificatasi a seguito della declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 43 del d. lgs. n. 327 del 2001, pronunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 293 del 2010, interferendo però in tal modo indebitamente con la sfera delle attribuzioni proprie del legislatore, e, per altro verso, avrebbe invaso la sfera di competenza giurisdizionale del giudice ordinario, cui spetterebbe valutare l’eventualità dell’acquisto della proprietà delle aree da parte del comune per effetto di usucapione.

3. Il ricorso non è fondato.

Giova anzitutto ricordare che non è più possibile mettere in discussione la competenza giurisdizionale del giudice amministrativo a conoscere della domanda di risarcimento del danno proposta dalla società Pucci nella presente causa, essendo stata tale questione già risolta dalle ordinanze (n. 19608 ed 19609 del 2008) con le quali questa corte si è pronunciata in sede di regolamento preventivo.

Ciò premesso, è agevole rilevare come l’impugnata sentenza del Consiglio di Stato, nel riformare la decisione del Tribunale amministrativo che aveva rigettato la domanda di risarcimento del danno per intervenuta prescrizione e nell’accogliere invece siffatta domanda, determinando il criterio di liquidazione del danno da risarcire, si è mossa nel medesimo alveo giurisdizionale nel quale era precedentemente intervenuta la riformata pronuncia di primo grado. In entrambi i casi il giudizio ha avuto ad oggetto il diritto della società Pucci di ottenere il risarcimento del danno subito in conseguenza dell’illegittimo protrarsi dell’occupazione di aree di sua proprietà senza l’intervento di alcun successivo provvedimento espropriativo (quella che un tempo si era soliti definire “occupazione acquisitiva”): diritto che il primo giudice ha reputato fosse ormai estinto e che, viceversa, il giudice d’appello ha considerato ancora in vita, procedendo perciò a definire i criteri di liquidazione del danno.

Gli argomenti che il Consiglio di Stato ha adoperato per giustificare tale decisione – in particolare quelli concernenti le diverse possibili modalità di acquisto legittimo della proprietà delle aree in contestazione da parte della pubblica amministrazione, su cui si appuntano le censure del comune ricorrente – sono null’altro che passaggi motivazionali, volti a chiarire come il giudice di secondo grado ha individuato gli estremi del danno risarcibile, a spiegare la ragione per la quale egli ha reputato quel danno permanente ed il relativo diritto non ancora prescritto ed a definire i criteri in base ai quali il medesimo danno è destinato ad essere liquidato.

Anche a voler ammettere, per mera esigenza dialettica, che quegli argomenti siano errati e che, come il comune ricorrente insiste nel sostenere, si sarebbe dovuto tener conto della possibilità che le aree delle quali si parla fossero state già da alcun tempo usucapite dall’amministrazione che le aveva occupate per realizzarvi dei parcheggi pubblici, si tratterebbe di eventuali errores in iudicando, ma non certo di uno sconfinamento dai limiti della giurisdizione del giudice amministrativo, quali già accertati nelle precedenti ordinanze di questa corte sopra citate. Né altrimenti è a dirsi per il fatto che il Consiglio di Stato, formulando le argomentazioni cui s’è fatto cenno, non abbia tenuto conto della sopravvenuta emanazione da parte del legislatore, dopo la declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 43 del d. lgs. n. 327 del 2001, di un novello art. 42-bis del medesimo decreto (articolo introdotto dal d.l. 6 luglio 2011, n. 98, convertito nella legge 15 luglio 2011, n. Ili, nell’intervallo di tempo compreso tra la data della decisione in camera di consiglio e quella della pubblicazione della sentenza qui impugnata); circostanza, questa, che, a tutto concedere, potrebbe assumere rilievo in termini di eventuale violazione di legge, ma non vale certo a configurare un’indebita invasione del giudice nella sfera riservata al legislatore.

4. Il comune ricorrente, essendo rimasto soccombente, dovrà però rifondere alla controparte le spese del giudizio di legittimità, che vengono liquidate come in dispositivo, in applicazione dei criteri stabiliti d.m. 20 luglio 2012, n, 140.

A tale ultimo riguardo giova ricordare che, a norma dell’art. 41 del d.m. 20 luglio 2012, n. 140, che ha dato attuazione alla prescrizione contenuta nell’art. 9, 2 comma, del d. l. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito dalla legge 24 marzo 2012, n. 271, le disposizioni con cui detto decreto ha determinato i parametri ai quali devono esser commisurati i compensi dei professionisti, in luogo delle abrogate tariffe professionali, sono destinate a trovare applicazione quando, come nella specie, la liquidazione sia operata da un organo giurisdizionale in epoca successiva all’entrata in vigore del medesimo decreto.

Reputa il collegio che, per ragioni di ordine sistematico e dovendosi dare al citato art. 41 del decreto ministeriale un’interpretazione il più possibile coerente con i principi generali cui è ispirato l’ordinamento, la citata disposizione debba essere letta nel senso che i nuovi parametri siano da applicare ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta in epoca precedente, quando ancora erano in vigore le tariffe professionali abrogate.

Vero è che il terzo comma del citato art. 9 del d.l. n. 1/12 stabilisce che le abrogate tariffe continuano ad applicarsi, limitatamente alla liquidazione delle spese giudiziali, sino all’entrata in vigore del decreto ministeriale contemplato nel comma precedente; ma da ciò si può trarre argomento per sostenere che sono quelle tariffe – e non i parametri introdotti dal nuovo decreto – a dover trovare ancora applicazione qualora la prestazione professionale di cui si tratta si sia completamente esaurita sotto il vigore delle precedenti tariffe. Non potrebbe invece condividersi l’opinione di chi, con riferimento a prestazioni professionali (iniziatesi prima, ma) ancora in corso quando detto decreto è entrato in vigore ed il giudice deve procedere alla liquidazione del compenso, pretendesse di segmentare le medesime prestazioni nei singoli atti compiuti in causa dal difensore, oppure di distinguere tra loro le diverse fasi di tali prestazioni, per applicare in modo frazionato in parte la precedente ed in parte la nuova regolazione. Osta ad una tale impostazione il rilievo secondo cui – come anche nella relazione accompagnatoria del più volte citato decreto ministeriale non si manca di sottolineare – il compenso evoca la nozione di un corrispettivo unitario, che ha riguardo all’opera professionale complessivamente prestata; e di ciò non si è mai in passato dubitato, quando si è trattato di liquidare onorari maturati all’esito di cause durante le quali si erano succedute nel tempo tariffe professionali diverse, giacché sempre in siffatti casi si è fatto riferimento alla tariffa vigente al momento in cui la prestazione professionale si è esaurita (cfr., ad esempio, Cass. n. 5426 del 2005, e Cass. n. 8160 del 2001).

L’attuale unificazione di diritti ed onorari nella nuova accezione omnicomprensiva di “compenso” non può non implicare l’adozione del medesimo principio alla liquidazione di quest’ultimo, tanto più che alcuni degli elementi dei quali l’art. 4 del decreto ministeriale impone di tener conto nella liquidazione (complessità delle questioni, pregio dell’opera, risultati conseguiti, ecc.) sarebbero difficilmente apprezzabili ove il compenso dovesse esser riferito a singoli atti o a singole fasi, anziché alla prestazione professionale nella sua interezza. Né varrebbe obiettare che detti elementi di valutazione attengono alla liquidazione del compenso dovuto al professionista dal proprio cliente, sembrando inevitabile che essi siano destinati a riflettersi anche sulla liquidazione giudiziale effettuata per determinare il quantum delle spese processuali di cui la parte vittoriosa può pretendere il rimborso nei confronti di quella soccombente.

 

P.Q.M.

 

La corte rigetta ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre agli accessori di legge.