Tutor a raffica. Quale il giudice competente per il ricorso?

Cassazione, sez. VI, 11 giugno 2012, n. 9486

 

L’art. 22, comma 1, della L. 24/11/81 n.689 e l’art. 204 bis del CdS dispongono che gli interessati possono proporre opposizione davanti al giudice del luogo in cui è stata commessa la violazione. Epperò, la violazione accertata con il sistema SICve (Sistema informativo controllo della velocità) c.d. “Tutor”, (come è avvenuto nel caso in esame) si distingue nettamente dai classici sistemi automatici di controllo della velocità, c.d. “Autovelox”, poiché rileva non la velocità istantanea di un veicolo in un dato momento ed in un preciso luogo, ma la velocità media di un veicolo in un certo tratto di strada, che può essere ricompreso tra due Comuni diversi. Pertanto, non potendo conoscere con precisione il punto esatto in cui il conducente di un’auto ha superato i limiti di velocità, per stabilire il giudice competente a conoscere dell’opposizione potrà utilmente farsi ricorso all’art. 9 cpc. laddove prevede che se la competenza non possa essere determinata secondo il principio generale di cui all’articolo precedente (ossia con riferimento in cui il reato è stato consumato), la competenza è del giudice dell’ultimo luogo in cui è avvenuta una parte dell’azione o dell’omissione.

Pertanto, se il veicolo percorre un tratto di strada compreso tra due Comuni limitrofi si deve ritenere che la competenza territoriale è del Giudice di Pace dove è situata la porta di uscita del sistema Sicve

 

 

Cassazione, sez. VI, 11 giugno 2012, n. 9486

(Pres. Goldoni – Rel. Scalisi)

 

Fatto e diritto

Preso atto che:

K.S.Y. con ricorso del 4.4.2008 proponeva opposizione avverso il verbale di contestazione n. … con il quale gli agenti di Polizia Stradale di Sondrio le avevano contestato la violazione dell’art. 142 comma 8 CdS, per fatto accertato il … alle ore 13.20.36 sull’autostrada A4 To-Ts nel tratto compreso fra il km 43.900 sito nel territorio del comune di … ed il km. 36.600 sito nel comune di … . La ricorrente deduceva l’emissione di altri tre verbali di infrazione nello stesso giorno e in un arco temporale limitato chiedendo in via preliminare che venisse disposta la riunione di tali opposizioni proposte rispettivamente innanzi al GdP di Rovato (BS) di Grumello del Monte (BG) e di Monza.

Nelle more del giudizio il GdP di Rovato (BS) dichiarata la connessione della causa iscritta presso di lui con quella pendente avanti al Giudice di Pace di Bergamo ne disponeva la riassunzione nel termine di tre mesi e la signora K.S.Y. procedeva come ordinato.

Con decreto n. 76/09 il Giudice di Pace Coordinatore di Bergamo rilevata la sussistenza di connessione oggettiva e soggettiva fra le cause iscritte al n. 2281/08 e n. 4560/09 assegnava entrambe la causa al GdP di Bergamo affinché procedesse alla trattazione congiunta delle stesse.

Il GdP di Bergamo esaminata la documentazione depositata, ha chiesto, a questa Corte Suprema di Cassazione,, regolamento di competenza, ai sensi dell’art. 45 cpc ritenendo che nel caso in esame non sia applicabile il principio del concorso formale far le violazioni ex artt. 8 comma 1 legge n. 689/81.

Considerato:

1.- Intanto è bene evidenziare che in tema di sanzioni amministrative, la competenza per territorio a conoscere dell’opposizione al verbale di accertamento di infrazione di norme della circolazione stradale, ha natura inderogabile, ai sensi dell’art. 204-bis C.d.S. (Cass., Sez. 2, 23 novembre 2006, n. 24876). E poiché a tali illeciti amministrativi non si applica l’istituto della continuazione cosi come disciplinato dall’art. 81 cod. pen. (Cass., Sez. 1, 16 dicembre 2005, n. 27799; Cass., Sez. 1, 11 giugno 2007, n. 13672; Cass., Sez. 2, 8 agosto 2007, n. 17347), è da escludere che la connessione derivante dalla reiterazione della condotta abbia un effetto processuale tale da determinare l’attrazione della competenza in favore del giudice di pace competente per l’opposizione avverso il verbale concernente l’accertamento della prima violazione.

2.- E di più, le violazioni rilevate a distanza di diversi minuti e chilometri non possono integrare un unico accertamento di violazione in quanto non è ravvisabile alcun vincolo di continuità e/o di unicità nella commissione delle violazione contestate come prevista invece dall’art. 198 comma 1 CdS. Come correttamente ha evidenziato il GdP di Bergamo le violazioni sebbene commesse nello stesso giorno ed in rapida successione risultano rilevati in tratti autostradali ben determinati da specifica chilometrica, in orari e località diverse così come verbalizzate dalle diverse sezioni di Polizia Stradale e ritenuto di conseguenza che le violazioni sono corrispondenti alle rilevazioni effettuate (il corsivo, per errore materiale di battitura non era stato riportato nella relazione originale).

3.- Va altresì osservato che l’art. 22, comma 1, della L. 24/11/81 n.689 e l’art. 204 bis del CdS dispongono che gli interessati possono proporre opposizione davanti al giudice del luogo in cui è stata commessa la violazione. Epperò, la violazione accertata con il sistema SICve (Sistema informativo controllo della velocità) c.d. “Tutor”, (come è avvenuto nel caso in esame) si distingue nettamente dai classici sistemi automatici di controllo della velocità, c.d. “Autovelox”, poiché rileva non la velocità istantanea di un veicolo in un dato momento ed in un preciso luogo, ma la velocità media di un veicolo in un certo tratto di strada, che può essere ricompreso tra due Comuni diversi. Pertanto, non potendo conoscere con precisione il punto esatto in cui il conducente di un’auto ha superato i limiti di velocità, per stabilire il giudice competente a conoscere dell’opposizione potrà utilmente farsi ricorso all’art. 9 cpc. laddove prevede che se la competenza non possa essere determinata secondo il principio generale di cui all’articolo precedente (ossia con riferimento in cui il reato è stato consumato), la competenza è del giudice dell’ultimo luogo in cui è avvenuta una parte dell’azione o dell’omissione.

4.- Pertanto, se il veicolo percorre un tratto di strada compreso tra due Comuni limitrofi (come nel caso in esame) si deve ritenere che la competenza territoriale è del Giudice di Pace dove è situata la porta di uscita del sistema Sicve. Nel caso in esame la competenza a conoscere dell’opposizione relativo al verbale emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale avvenuto nel territorio del Comune di Rovato sarà il Gdp di Rovato mentre a conoscere dell’opposizione al verbale n. … emesso a seguito di accertamento della Polizia Stradale di Sondrio avvenuto sull’autostrada A4 To-Ts nel tratto compreso fra il km 43.900 sito nel territorio del comune di … ed il km. 36.600 sito nel comune di … il GdP competente è il Giudice di Bergamo considerato che il Comune di Filago, ricade nel territorio di competenza del Giudice di Pace di Bergamo.

PQM Si propone ai sensi dell’art. 360 bis di dichiarare la competenza del Giudice di Pace di Bergamo a conoscere dell’opposizione al verbale n. SCV0000295239 emesso a seguito di accertamento della Polizia Stradale di Sondrio avvenuto sull’autostrada A4 To-Ts nel tratto compreso fra il km 43.900 sito nel territorio del comune di … ed il km. 36.600 sito nel comune di … e, la competenza del GdP di Rovato a conoscere dell’opposizione al verbale emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale avvenuto nel territorio del Comune di Rovato.

Tale relazione veniva comunicata al PM e ai difensori delle parti costituite.

Il collegio condivide argomenti e proposte contenute nella relazione ex art. 380 bis cpc. alla quale non sono stati mossi rilievi critici.

 

P.Q.M.

 

La Corte dichiara la competenza del Giudice di Pace di Bergamo a conoscere dell’opposizione al verbale n. … emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale di Sondrio avvenuto sull’autostrada A4 TO.TS nel tratto compreso fra il Km. 43.900 sito nel territorio del Comune di: … ed il Km. 36.600 sito nel Comune di … e, la competenza del GdP. Di Rovato a conoscere dell’opposizione al verbale emesso a seguito di accertamento della Polizia stradale avvenuto nel territorio del Comune di Rovato.

Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada: l’omessa denuncia può bloccare la richiesta di risarcimento?

Cassazione, sez. III, 26 febbraio 2013, n. 4784

 

 

  • In caso di azione proposta per il risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 19 1. n. 990 del 1969 nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di Garanzia per le vittime della strada, la prova che il danneggiato è tenuto a fornire che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato, può essere offerta mediante la denuncia o querela presentata contro ignoti alle competenti autorità; ciò, però, senza automatismi.
  • Il giudice di merito può, quindi, sia escludere la riconducibilità della fattispecie concreta a quella del danno cagionato da veicolo non identificato, pur in presenza di tale denuncia o querela, sia affermarla, pur in difetto di denuncia.
  • L’omessa od incompleta denuncia all’autorità, infatti, non è idonea, in sè, ad escludere che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato; così come l’intervenuta denuncia o querela contro ignoti non vale, di per se stessa, a dimostrare che ciò sia effettivamente accaduto. Entrambe le evenienze vanno, invece, apprezzate in relazione alle caratteristiche delle singole fattispecie, non suscettibili di tipizzazioni astratte, e considerate potenzialmente idonee a suffragare l’una o l’altra conclusione del Giudice di merito nell’ambito della ragionevole valutazione complessiva delle risultanze processuali demandata al suo prudente apprezzamento.
  • A nessuna delle due ipotesi (denuncia/omessa denuncia) è, quindi, consentito assegnare – salva la possibile valenza sintomatica dell’una o dell’altra in relazione alle caratteristiche del caso concreto – una sorta di efficacia probatoria automatica; nel senso che il sinistro sia sicuramente riconducibile alla fattispecie astratta di cui. alla L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 19, comma 1, lett. a), se denuncia vi sia stata; diversamente, in caso contrario.
  • La mancata denuncia (ovvero la denunzia incompleta) non può costituire, quindi, un elemento ostativo al risarcimento del danno, ma solo una circostanza che unita ad altri elementi consente al giudice di valutare la complessiva attendibilità dei fatti sottoposti al suo giudizio e quindi la fondatezza dell’azione.

 

 

 

Cassazione, sez. III, 26 febbraio 2013, n. 4784

(Pres. Segreto – Rel. Vivaldi)

 

Svolgimento del processo

G.T. propose appello avverso la sentenza del 2.10.2003, con la quale il giudice di pace di Napoli aveva rigettato la domanda dalla stessa proposta nei confronti della società Generali Assicurazioni spa, quale impresa designata per il FGVS, al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti in occasione del sinistro avvenuto il 17.7.2000 in Napoli, quando, nell’atto di attraversare la strada sulle strisce pedonali, veniva investita da un ciclomotore non identificato, fuggito via dopo l’incidente.

Il tribunale, con sentenza del 2.5.2006, rigettò l’appello.

Ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un motivo la T.

Resiste con controricorso la società Generali Assicurazioni nella qualità indicata.

Motivi della decisione

Con unico motivo la ricorrente denuncia la illegittimità della sentenza impugnata, errata ed emessa in violazione di precise norme di diritto che andrà cassata al sensi dell’art. 360 C.P.C. n. 3.

Il motivo è fondato per le ragioni che seguono.

Questa Corte ha, in più occasioni (Cass. 18.6.2012 n. 9939; Cass. 24.2.2011 n. 4480; cass. 3.9.2007 n. 18532; v. anche Cass. 18.11.2005 n. 24449), statuito che, in caso di azione proposta per il risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 19 1. n. 990 del 1969 nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di Garanzia per le vittime della strada, la prova che il danneggiato è tenuto a fornire che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato, può essere offerta mediante la denuncia o querela presentata contro ignoti alle competenti autorità; ciò, però, senza automatismi.

Il giudice di merito può, quindi, sia escludere la riconducibilità della fattispecie concreta a quella del danno cagionato da veicolo non identificato, pur in presenza di tale denuncia o querela, sia affermarla, pur in difetto di denuncia.

L’omessa od incompleta denuncia all’autorità, infatti, non è idonea, in sè, ad escludere che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato; così come l’intervenuta denuncia o querela contro ignoti non vale, di per se stessa, a dimostrare che ciò sia effettivamente accaduto. Entrambe le evenienze vanno, invece, apprezzate in relazione alle caratteristiche delle singole fattispecie, non suscettibili di tipizzazioni astratte, e considerate potenzialmente idonee a suffragare l’una o l’altra conclusione del Giudice di merito nell’ambito della ragionevole valutazione complessiva delle risultanze processuali demandata al suo prudente apprezzamento.

Apprezzamento del quale il giudice del merito è tenuto a dare conto nella motivazione della sentenza.

A nessuna delle due ipotesi (denuncia/omessa denuncia) è, quindi, consentito assegnare – salva la possibile valenza sintomatica dell’una o dell’altra in relazione alle caratteristiche del caso concreto – una sorta di efficacia probatoria automatica; nel senso che il sinistro sia sicuramente riconducibile alla fattispecie astratta di cui. alla L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 19, comma 1, lett. a), se denuncia vi sia stata; diversamente, in caso contrario.

La mancata denuncia (ovvero la denunzia incompleta) non può costituire, quindi, un elemento ostativo al risarcimento del danno, ma solo una circostanza che unita ad altri elementi consente al giudice di valutare la complessiva attendibilità dei fatti sottoposti al suo giudizio e quindi la fondatezza dell’azione.

Nella specie, il giudice del merito ha erroneamente fondato il rigetto dell’appello – con ciò confermando la sentenza di primo grado di rigetto della domanda risarcitoria – sulla circostanza che “l’appellante non ha presentato alcuna denuncia o querela relativa all’incidente…” aggiungendo che “Le dichiarazioni rese dei resti nel corso dell’ udienza istruttoria di primo grado del 17 maggio 2002 non sono assolutamente sufficienti a ritenere sussistente una responsabilità della società appellata quale responsabile per il FGVS per la regione Campania essendo, come detto, necessario in questa fattispecie compiere indagini precise attivate mediante regolare denuncia-querela ovvero dichiarazione resa al drappello PS presso il nosocomio in cui ci si reca per le cure del caso”.

Ma le considerazioni effettuate in ordine al rilievo della mancata denuncia, unitamente al difetto di motivazione, da parte del giudice d’appello, in ordine alle ragioni che rendono la dichiarazioni testimoniali “assolutamente” insufficienti ai fini dell’accoglimento della domanda – ciò che rende la valutazione del giudice di merito censurabile in sede di legittimità (Cass. ord. 2.3.2012 n. 3370; Cass. 18.3.2711 n. 6288) – conducono all’accoglimento del ricorso.

Conclusivamente, il ricorso è accolto, la sentenza cassata e la causa rinviata al tribunale di Napoli in persona di diverso magistrato.

Le spese sono rimesse al giudice del rinvio.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie il ricorso. Cassa e rinvia, anche per le spese, al tribunale di Napoli in persona dì diverso magistrato.

SINISTRO STRADALE E FATTO COLPOSO EX 1227 CC: È ANCHE QUELLO DEL MINORE O DELL’INCAPACE?

Cassazione, sez. III, 13 febbraio 2013, n. 3542

 

 

  • Il comportamento del danneggiato, incapace di intendere e di volere, concorrente nella produzione dell’evento dannoso, può integrare il fatto colposo del danneggiato – creditore previsto dall’art. 1227 cod.civ., comma 1, applicabile in tema di responsabilità extracontrattuale per il richiamo contenuto nell’art. 2056 cod.civ. – che il giudice deve valutare anche d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, e peraltro oggetto di motivo di appello da parte dei coniugi M. – B. – al fine di stabilire il concorso delle colpe e la loro compensazione (Cass. n. 6529/2011; 23734/2009; 1213/2006; 5127/2004) – con la conseguente riduzione proporzionale del danno da risarcire – in quanto l’espressione “fatto colposo” che compare nell’art. 1227 cod. civ., deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, e non quale sinonimo di comportamento colposo.
  • Va ribadito, in materia di investimento di pedone, che non è sufficiente l’automobilista provi che l’attraversamento è avvenuto mentre il veicolo procedeva alla velocità consentita nel centro abitato in condizioni ottimali in cui non sono ipotizzabili situazioni di pericolo, ma, dovendo invece la velocità esser costantemente adeguata alle circostanze del caso concreto onde prevenire una situazione di eventuale pericolo, deve anche dimostrare che il pedone non aveva tenuto un comportamento che denunciasse il suo intento di attraversamento della strada nonostante il divieto

 

 

 

Cassazione, sez. III, 13 febbraio 2013, n. 3542

(Pres. Petti – Rel. Chiarini)

 

Svolgimento del processo

Con sentenza del 26 novembre 2008 la Corte di appello di Venezia accoglieva parzialmente gli appelli dei coniugi M. – B. e di M.C..T. e della Compagnia Tirrena di Assicurazioni s.p.a. sulla responsabilità per la morte di M.A. – stabilita dal giudice di primo grado nella misura del 40% a carico della T. – sulle seguenti considerazioni: 1) questi, all’epoca – (OMISSIS) – bimbo di tre anni, sceso dalla bicicletta della nonna Gi..Ma. , svincolatosi dalle sue mani per correre dietro al cugino che aveva attraversato la strada (…), nel centro abitato di (…), mentre anche lui l’attraversava, da destra verso sinistra rispetto alla direzione di marcia tenuta dall’auto di M.C..T. , era investito da costei e a causa delle lesioni riportate moriva dopo sei giorni; 2) la responsabilità della T. era dimostrata perché se avesse tenuto una velocità inferiore a 40 km/h, adeguata alle circostanze di tempo e luogo, l’investimento si sarebbe potuto evitare in quanto al momento dell’inizio dell’attraversamento del bimbo, come accertato nella perizia, aveva 27,75 mt. a disposizione e quindi avrebbe potuto arrestare l’auto prima dell’urto, ed infatti il G. , che guidava dietro la T. , lo aveva visto dapprima sul marciapiede, insieme alla nonna, e poi, svincolatosi dalla stessa, mentre attraversava, a distanza di circa due metri dall’auto della T. ; 3) la responsabilità di quest’ultima era tuttavia quantificabile nel 15% dovendo la maggiore responsabilità attribuirsi al piccolo ai sensi dell’art. 1227 cod. civ., incidente anche sul danno iure proprio dei suoi genitori M. e B. , avendo egli attraversato la strada a distanza di più di venti metri dalle strisce pedonali e di corsa; 4) non era riconoscibile il danno patrimoniale di costoro non essendo note le loro condizioni sociali, economiche e lavorative né le potenzialità reddituali del bambino ed il contributo che avrebbe potuto dare ai genitori.

Ricorrono per cassazione M.L. e G..B. cui resiste la s.p.a. Tirrena Assicurazioni in l.c.a. che ha depositato memoria.

Motivi della decisione

1.- Con il primo motivo i ricorrenti deducono: “Violazione e i falsa applicazione di norme di diritto. Artt. 1227 primo comma e 2055 c.c. (art. 3 60 n. 3 c.p.c.)” e concludono con il seguente quesito di diritto: “Se in tema di responsabilità aguiliana, segnatamente di risarcimento dei danni da sinistro stradale, l’art. 1227 primo comma c.c. si applichi anche nei confronti della persona incapace di intendere e di volere, quindi non imputabile, che con il proprio fatto abbia concorso a cagionare il danno da lei medesima riportato, con conseguente diminuzione del risarcimento del danno, a ciò non ostando né che la norma richieda un fatto colposo del creditore danneggiato, né che la diminuzione del risarcimento debba essere commisurata alla gravità della colpa del creditore danneggiato; in caso di risposta affermativa se nella medesima ipotesi l’art. 1227 primo comma, contrariamente a quanto ritenuto dalla corte territoriale, tuttavia non si applica nei confronti dei prossimi congiunti della persona incapace per i danni da essi subiti in conseguenza della morte di cui la persona incapace sia rimasta vittima, di talché non si deve operare alcuna riduzione del risarcimento loro spettante iure proprio, atteso la loro qualità di terzi danneggiati che non hanno posto in essere il fatto concorrente a cagionare l’evento di danno nonché di titolari di autonomo diritto al risarcimento”.

Il motivo è infondato.

i Correttamente la Corte di merito ha ritenuto l’apporto causale del bambino, ritenendo operante il limite costituito dal concorso colposo del soggetto danneggiato, per quanto minore, a norma dell’art. 1227 cod.civ., comma 1, indipendentemente se tale comportamento anomalo fosse nella fattispecie ascrivibile alla omessa vigilanza della nonna nell’ambito del distinto rapporto tra costei ed il minore.

Infatti il comportamento del danneggiato, incapace di intendere e di volere, concorrente nella produzione dell’evento dannoso, può integrare il fatto colposo del danneggiato – creditore previsto dall’art. 1227 cod.civ., comma 1, applicabile in tema di responsabilità extracontrattuale per il richiamo contenuto nell’art. 2056 cod.civ. – che il giudice deve valutare anche d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, e peraltro oggetto di motivo di appello da parte dei coniugi M. – B. – al fine di stabilire il concorso delle colpe e la loro compensazione (Cass. n. 6529/2011; 23734/2009; 1213/2006; 5127/2004) – con la conseguente riduzione proporzionale del danno da risarcire – in quanto l’espressione “fatto colposo” che compare nell’art. 1227 cod. civ., deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, e non quale sinonimo di comportamento colposo (così specificamente, Cass. n. 14548/2009; 4332/1994).

La tesi opposta si fonda su una lontana pronuncia di questa Corte Suprema (n. 1650 del 1959) con la quale si affermò il principio contrario che non poteva cioè il risarcimento essere diminuito a causa del comportamento del danneggiato incapace, per minore età o per altra causa, di intendere e di volere. Tale decisione fu però superata dalla sentenza delle Sezioni Unite del 17 febbraio 1964 n. 351 la quale stabilì che quando un soggetto incapace per minore età o per altra causa subisce un evento di danno in conseguenza di fatto illecito altrui in concorso col proprio fatto colposo, l’indagine deve essere limitata all’esistenza della causa concorrente, prescindendo dall’imputabilità del fatto all’incapace e dalla responsabilità di chi era tenuto a sorvegliarlo, ed il risarcimento è dovuto dal terzo danneggiato solo nella misura in cui l’evento possa farsi risalire a colpa di lui.

Questo orientamento è ormai consolidato e va ribadito, essendo coerente col principio che non può attribuirsi al colpevole una responsabilità maggiore di quella derivante dalla obbiettiva efficienza causale del suo comportamento allorché questo concorra con quello egualmente eziologicamente efficiente del danneggiato.

Né vale, per sostenere l’opposto principio, rilevare che l’art. 1227 cod.civ., comma 1, prevede l’atto colposo del creditore, per cui la disposizione non dovrebbe essere applicata ogni qual volta non si possa parlare di colpa, come nel caso dell’incapace. È stato in proposito osservato che l’espressione non va intesa come riferentesi all’elemento psicologico della colpa che ha rilevanza esclusivamente ai fini di una affermazione di responsabilità, la quale presuppone l’imputabilità. Per fatto colposo, ai fini che qui rilevano, deve intendersi il comportamento umano, obiettivamente in contrasto con norme positive o di comune prudenza tenuto dal soggetto, come se esso fosse capace (Cass. 14548 del 2009).

Inoltre va osservato che i genitori non hanno chiesto il risarcimento del danno alla convenuta T. a norma dell’art. 2055 cod.civ. e, quindi, per l’intero (Cass. n. 4633/1997), nella qualità di condebitrice solidale (salvo la sua rivalsa nei confronti della nonna del piccolo), né sotto tale profilo è stata impugnata la sentenza, ma sotto il diverso profilo che non sia stata affermata l’esclusiva responsabilità della T. , con condanna della stessa al risarcimento dell’intero danno da essa causato.

2.- Con il secondo motivo deducono: “Contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo per il giudizio; motivazione insufficiente (art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c.)” e così sintetizzano i fatti controversi in relazione ai quali la motivazione è contraddittoria: “La velocità tenuta dalla T. conforme o meno al disposto dell’art. 102 previgente là dove prescrive che la velocità fosse particolarmente moderata nell’attraversamento dei centri abitati nonché alle condizioni (precedente attraversamento della strada da parte di altro bambino, presenza sul marciapiede del piccolo Andrea in evidente procinto di attraversare dopo essersi svincolato dalla mano della nonna, etc.); la distanza a cui avvenne la turbativa (inizio dell’attraversamento), conseguentemente l’inevitabilità; (se vi fosse stata, come sostenuto dalla difesa), pronta, adeguata reazione (che avrebbe consentito di arrestarsi, pur tenendo una velocità imprudente). La contraddittorietà è che, sebbene la sentenza accerti che tali fatti sono tutti contrari alla T. , ne trae l’illogica e contraddittoria conseguenza decisoria di un minimo, residuale e quasi irrisorio concorso della stessa T. (in relazione alla larghissima prevalenza attribuita alla condotta colposa del piccolo bambino). La motivazione è insufficiente poiché in essa non è indicato né si può evincere alcunché che consenta di ricostruire l’iter logico seguito dal giudice per pervenire a siffatta

valutazione di decisione in ordine alla ripartizione di responsabilità”.

Il motivo è fondato.

L’art. 102, secondo e terzo comma del D.P.R. 393 del 1959, applicabile ratione temporis, dispone: “La velocità deve essere particolarmente moderata… nell’attraversamento degli abitati o comunque di tratti di strada fiancheggiati da case.

Ogni veicolo deve altresì rallentare la velocità, e occorrendo, anche fermarsi, quando i pedoni che si trovino sul percorso tardino a scansarsi..”.

Quindi l’accertamento del comportamento colposo del pedone, investito da un veicolo a cui ha omesso di dare la precedenza (art. 134, sesto comma, stesso codice), non esime il conducente, nelle circostanze di luogo prescritte dal precitato art. 102 del c.d.s., dall’obbligo di rallentare adeguatamente l’andatura rispetto al limite di velocità consentito nel tratto di strada percorso – nella specie centro abitato – e di arrestarsi se le circostanze lo impongono, come nella fattispecie, avuto riguardo alla presenza di bambini su di essa e sul latistante marciapiede.

Perciò va ribadito, in materia di investimento di pedone, che non è sufficiente l’automobilista provi che l’attraversamento è avvenuto mentre il veicolo procedeva alla velocità consentita nel centro abitato in condizioni ottimali in cui non sono ipotizzabili situazioni di pericolo, ma, dovendo invece la velocità esser costantemente adeguata alle circostanze del caso concreto onde prevenire una situazione di eventuale pericolo, deve anche dimostrare che il pedone non aveva tenuto un comportamento che denunciasse il suo intento di attraversamento della strada nonostante il divieto (Cass. 6395 del 1994). La Corte di merito ha violato questi principi nell’accertare la colpa concreta della T. ed è incorsa nel vizio logico denunciato perché, pur avendo evidenziato nelle premesse che “per evitare l’evento, secondo il C.T.U. la T. avrebbe dovuto marciare a meno di 40Km/h” e che “al momento dell’insorgenza della turbativa la medesima aveva a disposizione uno spazio di almeno mt. 27,75 e che vi era la possibilità, sia in ipotesi dei 40 kmh. che dei 50kmh. dell’utile arresto, e cioè prima che la vettura potesse giungere sul punto d’urto”, e che la T. aveva visto “il bambino che correndo dal marciapiede fece due o tre passi”, ed il G. , che era dietro di lei con l’auto, aveva visto “il bambino prima sul marciapiede vicino alla nonna e poi quando si è svincolato e ha attraversato la strada”, non ha poi tratto la logica conseguenza che se la T. avesse tenuto una condotta di guida adeguata alle circostanze di luogo e concrete – presenza di bambino molto piccolo sul marciapiede, avvistabile a distanza tale da consentire un adeguato rallentamento della marcia, probabile inseguimento da parte dello stesso del cuginetto che aveva già attraversato la strada – avrebbe potuto fermarsi o comunque adottare tempestive manovre idonee ad evitare l’investimento.

Pertanto la censura va accolta.

3.- Con il terzo motivo deduce: “Violazione di norme di diritto, artt. 2043, 1223, e 1226 c.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.)”, e conclude con il seguente quesito di diritto:” se, ai sensi degli artt. 2043, 1223 e 1226 c.c., nel caso di morte, causata dall’altrui fatto illecito, del figlio in età puerile, anche in assenza di specifici elementi circa le condizioni economico-sociali dei genitori e circa le potenzialità reddituali e contributive del figlio, vada presuntivamente riconosciuta l’esistenza di un danno patrimoniale futuro dei genitori, da liquidarsi in via equitativa, per la perdita dell’apporto in denaro e/o prestazioni personali che avrebbero ricevuto dal figlio”.

Il motivo è infondato.

Ed infatti va ribadito (Cass. 8333 del 2004) che i genitori di persona minore d’età, deceduta in conseguenza dell’altrui atto illecito, ai fini della liquidazione del danno patrimoniale futuro provocato dalla perdita di quei contributi patrimoniali o di quelle utilità economiche che – sia in relazione a precetti normativi (artt. 315, 433, 230 bis cod. civ.) che per la pratica di vita, improntata a regole etico – sociali di solidarietà familiare e di costume – presumibilmente e secondo un criterio di normalità, il minore avrebbe potuto erogare in loro favore devono provare, anche mediante presunzioni e dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, ma con riguardo a tutte le circostanze del caso concreto (Cass. 2869 del 2003), secondo criteri ragionevolmente probabilistici, che considerata la condizione economica di essi genitori sopravvissuti, la loro aspettativa ad un trattamento pensionistico, la loro età e quella del figlio deceduto, la prevedibile entità del futuro reddito del medesimo, avrebbero ricevuto una contribuzione economica. Ne consegue che, in via generale è insufficiente a giustificarne la previsione – e, dunque, la ricorrenza di un danno patrimoniale dei genitori sopravvissuti – la sola “presunzione” astratta di “un apporto in danaro e/o prestazioni personali che avrebbero ricevuto dal figlio”, come concludono nella censura i ricorrenti. Pertanto va respinta.

4.- Concludendo va accolto il secondo motivo di ricorso e respinti il primo e il terzo. La sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e rinviata per nuovo esame alla luce dei principi richiamati.

Il giudice di rinvio provvederà altresì a liquidare le spese, anche del giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, rigetta il primo e il terzo. Cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Venezia, in altra composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione.