Diffida ad adempiere e contrattazione preliminare: 7 giorni sono troppo pochi se cerca un notaio

Cassazione, sez. II, 6 novembre 2012, n. 19105

 

Il termine concesso al debitore con la diffida ad adempiere, cui è strumentalmente collegata la risoluzione di diritto del contratto, non può essere inferiore a quindici giorni, non è assoluta, potendosi assegnare, a norma dell’art. 1454 comma secondo c.c., un termine inferiore ritenuto congruo per la natura del contratto e per gli usi. L’accertamento della congruità dei termine costituisce un giudizio di fatto di competenza del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità se esente da errori logici e giuridici.

 

 

Cassazione, sez. II, 6 novembre 2012, n. 19105

(Pres. Mazzacane – Rel. Matera)

 

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 30-7-2000 S.P. conveniva dinanzi al Tribunale di Lucca, Sezione Distaccata di Viareggio, V..F. , assumendo di avere stipulato con quest’ultimo, in data 23-10-1999, un contratto preliminare di compravendita di un immobile in Viareggio, per il prezzo di lire 120.000.000, di cui lire 20.000.000 corrisposte a titolo di caparra. Il preliminare prevedeva che il contratto definitivo dovesse essere stipulato entro il 31-12-1999, ma tale termine era stato successivamente consensualmente prorogato dalle parti. L’attore affermava che il 5-2-2000 aveva ricevuto una diffida ad adempiere il preliminare entro cinque giorni, sottoscritta da un legale; ma che tale diffida era inidonea a raggiungere lo scopo, in quanto proveniente da soggetto non titolare del diritto sostanziale ed indicante un termine inferiore a quello di legge. Ciò posto e atteso che il promittente venditore, invitato a comparire avanti ad un notaio il giorno 13-4-2000, non si era presentato, il S. , offrendo di pagare il residuo prezzo, chiedeva la pronuncia di sentenza che tenesse luogo del contratto non concluso.

Il F. , nel costituirsi, negava che vi fosse stata una proroga del termine previsto nel contratto e sosteneva che la diffida inviata al S. era pienamente valida ed efficace. Egli, pertanto, chiedeva la risoluzione del contratto per inadempimento del promittente acquirente.

Con sentenza depositata in data 5-2-2003 il Tribunale, ritenuto che non era stata dimostrata l’asserita modifica del termine per la stipula del contratto definitivo, e che la diffida ad adempiere era rituale, accoglieva la domanda riconvenzionale, dichiarando risolto il contratto per inadempimento del promittente acquirente.

Avverso la predetta decisione proponeva appello il S. .

Con sentenza depositata il 19-10-2005 la Corte di Appello di Firenze, in accoglimento del gravame, trasferiva al S. l’immobile in questione, previo pagamento del prezzo residuo entro il termine di sessanta giorni dal passaggio in giudicato della decisione. In particolare, la Corte territoriale rilevava che la lettera del 3-2-2000 non aveva i requisiti di una diffida ad adempiere ex art. 1454 c.c., data l’incongruità del termine assegnato alla controparte; e che, al contrario, non avendo il F. contestato l’affermazione contenuta nell’atto di citazione, secondo cui il S. lo aveva inutilmente invitato alla stipula del contratto definitivo dinanzi ad un notaio per il 13-4-2000, doveva ritenersi l’inadempienza del convenuto, il quale non si era presentato davanti al pubblico ufficiale.

Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso il F. , sulla base di tre motivi.

Il S. ha resistito con controricorso.

In prossimità dell’udienza il ricorrente ha depositato una memoria.

Motivi della decisione

1) Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218 e 1454 c.c., nonché l’erronea e contraddittoria motivazione, in relazione all’affermazione secondo cui la lettera del 3-2-2000 non aveva i requisiti della diffida ad adempiere. Deduce, in particolare, che la Corte di Appello ha ritenuto l’incongruità del termine muovendo dalla natura dell’adempimento richiesto al promittente acquirente anziché far riferimento alla natura del contratto o ad eventuali usi, come stabilito dall’art. 1454 c.c.; e che è stata omessa qualsiasi indagine sul comportamento tenuto in epoca anteriore alla diffida dal promissario acquirente, il quale, nonostante il considerevole lasso di tempo già inutilmente trascorso dalla stipula del preliminare, non aveva assunto alcuna iniziativa volta alla conclusione del definitivo. La decisione impugnata, inoltre, è contraddittoria nella parte in cui, dopo aver dato atto che spettava al promittente acquirente la scelta del notaio, ha affermato che “nulla impediva comunque al F. di rendersi parte diligente fissando egli stesso l’incontro con il notaio”.

Il motivo è infondato.

È noto che la regola secondo cui il termine concesso al debitore con la diffida ad adempiere, cui è strumentalmente collegata la risoluzione di diritto del contratto, non può essere inferiore a quindici giorni, non è assoluta, potendosi assegnare, a norma dell’art. 1454 comma secondo c.c., un termine inferiore ritenuto congruo per la natura del contratto e per gli usi. L’accertamento della congruità dei termine costituisce un giudizio di fatto di competenza del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità se esente da errori logici e giuridici (Cass. 1-9-1990 n. 9085).

Nella specie, la Corte territoriale ha ritenuto eccessivamente breve il termine di sette giorni assegnato dal F. al S. con la lettera del 3-2-2000, sul rilievo che, gravando sul promittente acquirente la scelta del notaio, la condotta adempiente pretesa con la diffida doveva comprendere anche l’ottenimento di un appuntamento con il professionista per la predisposizione e la firma del rogito.

Si tratta di un’argomentazione immune da vizi logici e giuridici, ancorando correttamente la valutazione della congruità del termine alla natura delle attività da compiersi dal promittente acquirente in base al contratto preliminare. L’apprezzamento espresso in proposito dal giudice di merito, pertanto, non è sindacabile in questa sede.

L’ulteriore affermazione contenuta in sentenza, secondo cui “nulla impediva comunque al F. di rendersi parte diligente fissando egli stesso l’incontro presso il notaio”, costituisce a tutta evidenza un’argomentazione svolta ad abundantiam, che non incide sull’effettiva ratio decidendi, rappresentata dalla rilevata inadeguatezza del termine assegnato con Patto di diffida in rapporto alla natura della prestazione richiesta alla controparte. La censura mossa al riguardo dal ricorrente, pertanto, deve considerarsi inammissibile.

Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, infatti, è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione che censuri una argomentazione della sentenza impugnata svolta ad abundantiam e che, pertanto, non costituisce una ratio decidendi della medesima (tra le tante v. Cass. 22-11-2010 n. 23635; 19-2-2009 n. 4053; Cass. 5-6-2007 n. 13068; Cass. 14-11- 2006 n. 24209; Cass. 23-11-2005 n. 24591).

2) Con il secondo motivo il ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., nonché dell’erronea ed omessa motivazione. Rileva che la Corte di Appello ha erroneamente ritenuto la mancanza di contestazione, da parte del convenuto, della convocazione dinanzi ad un notaio operata dal S. per il 13-4-2000, deducendo da ciò solo il comportamento inadempiente del F. . Sostiene che, al contrario, la circostanza dedotta dalla controparte era stata contestata dal convenuto sin dalla comparsa di costituzione di primo grado, nella quale si legge testualmente:

“ricevuta la lettera di diffida, scaduto il termine per la stipulazione del definitivo, il S. non si è mai attivato in senso contrario convocando il sig. F. per la stipula del rogito, presso un notaio…”. Rileva che, non potendo il fatto dedotto in citazione ritenersi pacifico, gravava sull’attore, ai sensi dell’art. 2697 c.c., l’onere di provare il suo assunto; il che nella specie non è avvenuto.

Il motivo è inammissibile, in quanto, così come prospettato, si risolve nella denuncia di un mero errore di percezione, consistente nell’affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, di una realtà fattuale processuale in manifesto contrasto con quella effettiva. L’errore denunciato, pertanto, essendo avulso da qualsiasi attività valutativa del giudice di merito diretta a fornire dimostrazione del proprio assunto, si sostanzia in un vizio revocatorio, che avrebbe dovuto essere fatto valere con il rimedio previsto dall’art. 395 n. 4 c.p.c..

3) Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2932 c.c. e l’erronea motivazione. Sostiene che la Corte di Appello ha disposto il trasferimento dell’immobile oggetto del preliminare di vendita in mancanza dell’indispensabile presupposto dell’adempimento del promittente acquirente, non sussistendo alcuna prova che il S. avesse convocato il F. davanti al notaio per il 13-4-2000.

Il motivo rimane assorbito dal rigetto del secondo, partendo dal presupposto – non verificabile in questa sede per le ragioni innanzi esposte – dell’avvenuta contestazione, da parte del S. , dell’asserita convocazione davanti al notaio per il 13-4-2000, e della conseguente necessità, per il F. , di dare prova del suo assunto.

4) Per le ragioni esposte il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese sostenute dal resistente nel presente grado di giudizio, liquidate come da dispositivo.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

 

Mano stradale insidioso, il Comune risarcisce i danni derivanti dalla caduta in motorino?

Cassazione, sez. III, 28 settembre 2012, n. 16540

 

 

  • Il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. deve individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l’impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all’uso generale e diretto da parte dei terzi, da considerarsi meri indici di tale impossibilità, ma all’esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo, che tenga in debito conto innanzitutto gli indici suddetti.
  •  In questa direzione si è orientata negli ultimi anni la giurisprudenza di questa Corte, i cui più recenti arresti (v. Cass. 18.10.2011 n. 21508) hanno segnalato, con particolare riguardo al demanio stradale, la necessità che la configurabilità della possibilità in concreto della custodia debba essere indagata non soltanto con riguardo all’estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all’interno della perimetrazione del centro abitato (v. Cass. n. 21328 e 21329/10; 12695/10; 24529/09; 9546/09; 15384/06; 3651/06).
  • Se si tratta di strada comunale all’interno della perimetrazione del centro abitato (L. n. 1150 del 1942, art. 41 quinquies e succ. mod.), la localizzazione della strada è indice della possibilità di vigilanza e controllo costante da parte del Comune.

 

 

 

Cassazione, sez. III, 28 settembre 2012, n. 16540

(Pres. Petti – Rel. Giacalone)

 

In fatto e in diritto

1. B.N. convenne in giudizio davanti al Giudice di Pace di Cagliari il Comune di Cagliari, esponendo che l’11.6.2001, mentre alla guida del proprio ciclomotore stava percorrendo il (OMISSIS) , a causa della presenza di ghiaia sull’asfalto, aveva perso il controllo del mezzo ed era caduto al suolo, riportando danni al ciclomotore e lesioni personali; chiese, pertanto, la condanna del Comune al risarcimento di tutti i danni subiti. Il Comune di Cagliari, costituitosi, contestò il fondamento delle pretese ed eccepì il proprio difetto di legittimazione passiva, deducendo che nel luogo del sinistro si stavano svolgendo lavori di miglioramento della viabilità, commessi in appalto alla Saromar s.r.l., contrattualmente responsabile per eventuali danni cagionati a terzi. L’Amministrazione comunale chiese, pertanto, il rigetto della domanda e l’autorizzazione alla chiamata in giudizio della Saromar, al fine di essere tenuta indenne in caso di accoglimento delle domande dell’attore. La Saromar s.r.l., costituitasi, contestò il fondamento delle domande e chiese, comunque, l’autorizzazione alla chiamata in giudizio della Società Cattolica di Assicurazione cooperativa a r.l., con la quale aveva stipulato un contratto di assicurazione per danni a terzi. La predetta compagnia assicuratrice, costituitasi, chiese il rigetto delle domande proposte nei suoi confronti e delle domande proposte dall’at. Il Giudice di Pace condannò il Comune al pagamento, in favore dell’attore, della somma di 6 609,15 e rigettò la domanda proposta dal Comune nei confronti della Saromar.

2. Con la sentenza oggetto della presente impugnazione, depositata il 15 febbraio 2006, il Tribunale di Cagliari ha accolto l’appello del Comune e rigettato la domanda del B. , sul presupposto che, nella specie, secondo il consolidato orientamento della Suprema Corte, nel caso di specie non trovava applicazione la presunzione di responsabilità per danni cagionati da cose in custodia ex art. 2051 c.c., dovendosi ritenere le strade beni che, per la loro estensione e per l’uso generale e diretto da parte dei cittadini, non consentono una vigilanza ed un controllo idonei ad evitare l’insorgenza di situazioni di pericolo. La responsabilità della p.a. per danni conseguenti a difetto di manutenzione delle strade era dunque configurabile quando fosse risultato violato il principio generale del neminem laedere ex art. 2043 c.c. e, particolarmente, quando le strade, per le condizioni in cui erano state tenute, presentassero per l’utente che fa ragionevole affidamento sulla loro apparente regolarità una situazione di pericolo occulto (c.d. insidia o trabocchetto), caratterizzata congiuntamente dall’elemento oggettivo della non visibilità del pericolo e da quello soggettivo della non prevedibilità, ovvero dell’impossibilità di avvistarlo tempestivamente per poterlo evitare (Cass. n. 366/2000; Cass. 5772/98; Cass. n. 340196). Il danneggiato, pertanto, può agire per il risarcimento soltanto in base all’art. 2043 c.c., per cui gli incombe il relativo onere probatorio, anche in relazione all’esistenza della situazione di pericolo occulto. Dalle deposizioni dei testi escussi nel primo grado del giudizio, era emerso che in prossimità del punto ove il B. perse il controllo del ciclomotore vi era un cantiere aperto dallo Saromar, ove per le lavorazioni si utilizzava sabbia, ghiaia e calcestruzzo, e che nella zona nello stesso periodo vi erano altri lavori in corso, relativi al rifacimento di fognature, nonché un transito di autocarri e betoniere con materiali diversi. Il teste Solla, poi, aveva precisato che i detriti sulla strada erano formati da pietre, ghiaia e cemento, che si sbriciolavano al passaggio delle autovetture; auto che, al momento del sinistro, procedevano incolonnate. Avuto riguardo alle predette risultanze, il Tribunale riteneva che la presenza sulla sede stradale di detriti frantumati, non era chiaro se in tutto o in parte, fosse pienamente visibile, anche a distanza, considerato altresì che il sinistro avvenne in ora diurna. Invero, proprio perché si trattava di residui di lavorazioni stradali, non pareva che gli stessi fossero di minima ed insidiosa quantità, nascosta alla vista dell’utente della strada; né poteva sostenersi che la presenza di ghiaia fosse occultata dalla presenza, davanti al B. , di auto incolonnate, in quanto sarebbe stato sufficiente tenere la distanza di sicurezza per poter avere una chiara visione delle condizioni della strada davanti a sé. Per altro verso, non era condivisibile l’argomentazione del primo giudice, secondo il quale la ghiaia, se non costituisce una situazione di pericolo per un’autovettura, ha la caratteristica di insidia per il ciclomotore, che passando sopra la stessa perde aderenza; infatti, la c.d. insidia stradale non muta la sua natura secondo il mezzo che percorre la strada, ma, come sopra rilevato, consiste in una situazione di pericolo oggettiva, laddove non visibile ed evitabile. Di conseguenza, ogni utente di comune diligenza avrebbe ben potuto tempestivamente avvistare la situazione dei luoghi e, quindi, procedervi sopra con prudenza ovvero evitare il transito il quel tratto della strada.

3. Il B. propone ricorso per cassazione sula base dei seguenti motivi; resiste il Comune con controricorso e chiede dichiararsi inammissibile e, comunque, rigettarsi il ricorso; gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

3.1. – Violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., per aver ritenuto non applicabile al caso di specie l’art. 2051 c.c. – che prevede la responsabilità del custode per i danni cagionati dalle cose che egli ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito – richiamando un orientamento di questa Corte (n. 5990/98, 921/88) relativo a fattispecie diverse da quella da decidere (strade di difficile controllo – autostrade – strade statali di notevole estensione), nonché basandosi su decisioni ormai datate. La più recente giurisprudenza della Corte ha precisato che l’art. 2051 c.c. è applicabile anche alla P.A. nei casi in cui è possibile “un concreto esercizio del potere di controllo e di vigilanza sulla res” e cioè sulla strada che, nel caso di specie è inserita nella rete urbana dei Comune di Cagliari e non è di notevole estensione (Cass. Civ. sez. III, 23.7.2003 n. 11446).

Secondo Cass. 13 gennaio 2003 n. 298 e 15 gennaio 2003 n. 488, l’esclusione dell’applicazione dell’art. 2051 c.c. trova il proprio fondamento soltanto nella impossibilità, per l’ente proprietario della strada pubblica, di evitare l’insorgenza di situazioni di pericolo derivanti dal bene, e quindi non già nella sola natura demaniale del bene, soggetto all’uso diretto da parte della generalità degli utenti, ma anche nella coesistenza dell’altro elemento di fatto della notevole estensione del bene stesso. Tale orientamento è conforme a quello espresso in motivazione dalla sentenza Corte Cost. 10.5.1999 n. 156). Nel caso di specie, la strada ove si è verificato l’incidente, e cioè il (OMISSIS) , è notoriamente inserita nella rete urbana di Cagliari, ha uno sviluppo di pochi chilometri, è soggetta al limite di velocità di 50 Km, è percorsa giornalmente dai mezzi adibiti al trasporto pubblico, dai mezzi della Nettezza urbana, dai mezzi dei Comune di Cagliari addetti al Controllo del traffico e da quelli incaricati della cura del verde pubblico. Non avrebbe potuto certo ritenersi unM’impossibilità” del Comune di evitare l’insorgenza di situazioni di pericolo derivanti dal bene. Per di più i lavori stradali all’origine dei detriti, causa della caduta della B. , erano stati commissionati proprio dal Comune, che avrebbe in ogni caso dovuto e potuto eliminare tempestivamente ogni situazione di potenziale pericolo, per lo meno segnalando, con opportuni cartelli, i lavori in corso, trattandosi di elementi che avrebbero dovuto essere accertati e valutati dal Giudice di merito, a cui spetta di motivatamente stabilire se sussisteva o meno la possibilità oggetti va del Comune di esercitare un potere continuo di controllo sulle condizioni della strada (Cass. 23.7.2003 n. 11446). Ma il Tribunale di Cagliari non si sarebbe posto alcun problema ed avrebbe deciso in base ad un principio di diritto astratto, palesemente superato ed errato, se riferito alla fattispecie, ignorando che questa Corte di Cassazione, in funzione della estensione delle strade e della concreta possibilità che abbia a P.A. di effettuare la vigilanza e il controllo sul bene in custodia, ha stabilito, invece, che l’art. 2051 e. e. non è applicabile nel caso di danni cagionati da, una strada pubblica solo quando sia oggettivamente impossibile la parte dell’ente pubblico che ne è proprietario, l’esercizio di un continuo ed efficace controllo idoneo ad impedire situazioni di pericolo per gli utenti” (Cass. 23.7.2003 n. 11446; Cass. 13.1.2003 n. 298; Cass. 15.1.2003 n. 488).

3.2. – Motivazione insufficiente e non coerente, illogicità consistente nell’attribuire agli elementi di giudizio significati estranei al senso comune; in relazione alla applicabilità al caso concreto dell’art. 2043 c.c. e 149 Codice della Strada. Dopo avere escluso che al caso di specie fosse applicabile l’art. 2051 c.c. il Giudice dell’appello ha argomentato avverso la decisione del giudice di Pace, escludendo qualunque responsabilità del Comune di Cagliari ex art. 2043 c.c. per l’assenza della così detta “insidia stradale”; in definitiva affermando che l’incidente era addebitabile esclusivamente al comportamento del B. . Per motivare e giustificare la sua tesi il giudice attribuisce agli elementi di giudizio significati estranei al senso comune e rende incoerenti le varie ragioni esposte. Ipotizza che al B. sarebbe stato sufficiente tenere “la distanza di sicurezza” per poter avere una chiara visione delle condizioni della strada davanti a sé ed evitare la caduta. L’art. 149 del Codice della Strada dispone che “Durante la marcia i veicoli devono tenere, rispetto al veicolo che precede, una distanza tale, che sia garantita in ogni caso l’arresto tempestivo e siano evitate collisioni con i veicoli che precedono”. Nel caso di specie, nessuna infrazione è stata contestata al B. , né è avvenuta alcuna collisione con i veicoli che lo precedevano, perciò l’affermazione del Giudice appare inconferente, capziosa e priva di qualunque riscontro con la realtà dei fatti. I convincimenti del giudice d’appello sarebbero illogici e irrazionali; contrasterebbero con il comune buon senso e con la quotidiana esperienza di chi circola su uno scooter e con le oggettive ed indiscutibili differenze tecniche e fisiche che deve affrontare chi viaggia su due ruote rispetto all’utente delle quattro ruote o al pedone. Dalla sentenza non emergerebbe attraverso quali elementi di giudizio sia stato possibile determinare la quantità e la visibilità dei detriti stradali, in essa difetterebbe totalmente ogni specifica analisi delle pur acquisite risultanze probatorie, alla cui disamina il giudice non può sottrarsi allorché ritenga che esse valgono a giustificare l’accoglimento della pretesa fatta valere in giudizio, risultando altrimenti impossibile il controllo logico della decisione.

4. – Il primo motivo è fondato, sussistendo l’error in indicando con esso dedotto, ed il suo accoglimento assorbe ogni decisione in ordine al secondo, stante il nuovo motivato esame che il giudice di rinvio dovrà condurre alla luce dei principi che si ribadiscono qui di seguito.

4.1. – Erroneamente la Corte territoriale ha fatto discendere l’inapplicabilità dell’art. 2051 ex. in modo automatico dall’estensione della rete viaria e dall’uso di essa da parte della collettività. Infatti, secondo la più recente ed ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte (Cass. 1.10.2004, n. 19653; Cass. 13.1.2003, n. 298, entrambe in motivazione), che si condivide e si riallaccia alla sentenza 10.5.1999, n. 156, della Corte Costituzionale, un tale effetto non costituisce riflesso incondizionato ed automatico delle indicate caratteristiche della strada, le quali rappresentano meri indizi dell’impossibilità di un concreto esercizio del potere di controllo e di vigilanza sulla strada; impossibilità che può essere ritenuta non già in virtù del semplice riferimento alla natura demaniale ed all’estensione della strada, ma a seguito di un’indagine condotta dal giudice con riferimento al caso concreto. In definitiva, l’estensione della strada e l’uso generale di essa da parte della collettività rilevano nell’indagine che il giudice è tenuto a compiere caso per caso per verificare se l’esercizio del potere di controllo e di vigilanza della strada da parte dell’ente che ne è proprietario sia risultato in concreto possibile, dovendo altrimenti escludersi il rapporto di custodia e ritenersi non configurabile la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c..

4.2. – Questa Corte ha anche precisato il concetto di custode, quale titolare del potere di custodia (di diritto, ma anche come disponibilità di fatto), che è potere funzionale, potere esigibile; ma tale funzione ed esigibilità deve essere valutata in concreto, e non tradursi in un principio astratto di esenzione di una parte forte (concessionario di autostrada, ente pubblico territoriale con gestione della rete stradale di appartenenza, o di altro servizio pubblico o di bene demaniale). Questo potere di accertamento della qualità e quantità di custodia, appartiene alla cognizione del giudice che deve applicare la norma ed il suo ambito, senza creare posizioni di vantaggio per la parte danneggiante, ma secondo un prudente apprezzamento delle circostanze e tenendo conto che la norma pone un rilevante onere della prova a carico della parte che risponde della responsabilità oggettiva (Cass. 2.3.2007 n. 4962; Cass. 26.9.2006 n. 20823; Cass. 6.7.2006 n. 15383).

4.3. – Pertanto, il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. deve individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l’impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all’uso generale e diretto da parte dei terzi, da considerarsi meri indici di tale impossibilità, ma all’esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo, che tenga in debito conto innanzitutto gli indici suddetti. In questa direzione si è orientata negli ultimi anni la giurisprudenza di questa Corte, i cui più recenti arresti (v. Cass. 18.10.2011 n. 21508) hanno segnalato, con particolare riguardo al demanio stradale, la necessità che la configurabilità della possibilità in concreto della custodia debba essere indagata non soltanto con riguardo all’estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all’interno della perimetrazione del centro abitato (v. Cass. n. 21328 e 21329/10; 12695/10; 24529/09; 9546/09; 15384/06; 3651/06). Occorre, invero, avvertire che, se si tratta di strada comunale all’interno della perimetrazione del centro abitato (L. n. 1150 del 1942, art. 41 quinquies e succ. mod.), la localizzazione della strada è indice della possibilità di vigilanza e controllo costante da parte del Comune.

4.4. – La sentenza d’appello va cassata perché non conforme agli indicati principi. Il Tribunale di Cagliari, in diversa composizione, procederà a nuovo motivato esame, alla luce di tali principi, e provvederà sulle spese, anche in relazione a quelle del presente giudizio.

 

P.Q.M.

 

Accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, al Tribunale di Cagliari in diversa composizione.

  

I parametri per i compensi agli Avvocati sono retroattivi

Cassazione, sez. Unite Civili, 12 ottobre 2012, n. 17406

 

A norma dell’art. 41 del d.m. 20 luglio 2012, n. 140, che ha dato attuazione alla prescrizione contenuta nell’art. 9, 2 comma, del d. l. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito dalla legge 24 marzo 2012, n. 271, le disposizioni con cui detto decreto ha determinato i parametri ai quali devono esser commisurati i compensi dei professionisti, in luogo delle abrogate tariffe professionali, sono destinate a trovare applicazione quando, come nella specie, la liquidazione sia operata da un organo giurisdizionale in epoca successiva all’entrata in vigore del medesimo decreto.

Reputa il collegio che, per ragioni di ordine sistematico e dovendosi dare al citato art. 41 del decreto ministeriale un’interpretazione il più possibile coerente con i principi generali cui è ispirato l’ordinamento, la citata disposizione debba essere letta nel senso che i nuovi parametri siano da applicare ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta in epoca precedente, quando ancora erano in vigore le tariffe professionali abrogate.

 

 

Cassazione, sez. Unite Civili, 12 ottobre 2012, n. 17406

(Pres. Preden – Rel. Rordorf)

 

Svolgimento del processo

L’occupazione nel 1981 di alcune aree appartenenti alla Spaz Suardi Società Grandi Alberghi s.p.a. (poi divenuta Pucci Via Veneto s.p.a. e che in prosieguo verrà indicata sempre come Pucci) ad opera del Comune di Montecatini Terme, che intendeva costruirvi parcheggi pubblici, dette origine ad un complesso contenzioso, in parte afferente alla determinazione dell’indennità di occupazione ed in parte al risarcimento del danno per l’intervenuta trasformazione di dette aree e per la loro mancata restituzione, pur dopo la scadenza del termine di durata dell’occupazione, senza che fosse stato emanato alcun provvedimento espropriativo.

Con riferimento a quest’ultimo profilo, nel maggio del 2004, la società Pucci ricorse al Tribunale amministrativo regionale della Toscana, il quale però – dopo che le sezioni unite di questa corte ne ebbero confermato la giurisdizione, pronunciandosi sull’istanza di regolamento preventivo proposta dalla medesima società (ordinanze nn. 19608 ed 19609 del 2008) – rigettò la domanda in quanto ritenne che il diritto dell’attrice al risarcimento del danno fosse prescritto.

Della questione fu investito il Consiglio di Stato, che, con sentenza depositata il 29 agosto 2011, riformò la decisione di primo grado, poiché, anche alla luce della sopravvenuta giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, reputò che l’irreversibile trasformazione delle aree occupate non ne avesse implicato l’acquisizione in proprietà da parte della pubblica amministrazione, potendo ciò avvenire solo in forza di un accordo negoziale col proprietario di dette aree o dell’emanazione di un regolare provvedimento espropriativo (non realizzabile nelle forme accelerate previste dall’art. 43 del d. lgs. n. 327 dei 2001, frattanto dichiarato incostituzionale). Pertanto, il Consiglio di Stato ritenne che il diritto della società proprietaria al risarcimento del danno fosse da correlare al mancato godimento delle aree indebitamente occupate, a partire dal momento di scadenza del termine di occupazione legittima sino a quando, in difetto di eventuale restituzione nel pristino stato, la proprietà non fosse passata in capo all’amministrazione in uno o nell’altro dei modi di acquisto sopra richiamati. Donde il carattere permanente dell’illecito imputato alla pubblica amministrazione, la conseguente impossibilità di considerare prescritto il diritto al risarcimento del danno di cui s’è detto, e la quantificazione di tale danno in misura corrispondente agli interessi moratori, da calcolare annualmente sul valore del bene nell’arco di tempo considerato, con maggiorazione di interessi e rivalutazione monetaria.

Avverso questa sentenza il Comune di Montecatini Terme ha proposto ricorso per cassazione, assumendo che il Consiglio di Stato avrebbe travalicato i limiti della propria giurisdizione.

La società Pucci si è difesa con controricorso, chiedendo la condanna della controparte al risarcimento dei danni per responsabilità processuale aggravata.

Entrambe le parti hanno depositato memorie.

Motivi della decisione

1. L’eccezione d’inammissibilità del ricorso, prospettata in via preliminare dalla difesa della società controricorrente, non è fondata.

Al contrario di quanto affermato da detta controricorrente, infatti, da alcun documento prodotto in causa è dato evincere che la sentenza impugnata con il ricorso qui in esame – ossia la sentenza del Consiglio di Stato n. 4834/2011 – era stata notificata al difensore del Comune di Montecatini Terme. Ne consegue che, essendo stata detta sentenza depositata in cancelleria il 29 agosto 2011, il ricorso per cassazione, inviato per la notifica il 24 febbraio 2012, non può dirsi affatto tardivo.

2. Il comune ricorrente lamenta il superamento, nell’impugnata pronuncia, dei limiti esterni della giurisdizione amministrativa, limiti che non avrebbero consentito al Consiglio di Stato di affermare – come ha fatto – che la proprietà delle aree di cui si discute nel caso in esame non è stata acquisita dalla pubblica amministrazione e che una tale acquisizione può avvenire solo per effetto di un accordo negoziale da stipulare con la società Pucci o all’esito di un regolare procedimento espropriativo. Così decidendo il giudice amministrativo avrebbe, per un verso, inteso colmare la lacuna normativa verificatasi a seguito della declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 43 del d. lgs. n. 327 del 2001, pronunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 293 del 2010, interferendo però in tal modo indebitamente con la sfera delle attribuzioni proprie del legislatore, e, per altro verso, avrebbe invaso la sfera di competenza giurisdizionale del giudice ordinario, cui spetterebbe valutare l’eventualità dell’acquisto della proprietà delle aree da parte del comune per effetto di usucapione.

3. Il ricorso non è fondato.

Giova anzitutto ricordare che non è più possibile mettere in discussione la competenza giurisdizionale del giudice amministrativo a conoscere della domanda di risarcimento del danno proposta dalla società Pucci nella presente causa, essendo stata tale questione già risolta dalle ordinanze (n. 19608 ed 19609 del 2008) con le quali questa corte si è pronunciata in sede di regolamento preventivo.

Ciò premesso, è agevole rilevare come l’impugnata sentenza del Consiglio di Stato, nel riformare la decisione del Tribunale amministrativo che aveva rigettato la domanda di risarcimento del danno per intervenuta prescrizione e nell’accogliere invece siffatta domanda, determinando il criterio di liquidazione del danno da risarcire, si è mossa nel medesimo alveo giurisdizionale nel quale era precedentemente intervenuta la riformata pronuncia di primo grado. In entrambi i casi il giudizio ha avuto ad oggetto il diritto della società Pucci di ottenere il risarcimento del danno subito in conseguenza dell’illegittimo protrarsi dell’occupazione di aree di sua proprietà senza l’intervento di alcun successivo provvedimento espropriativo (quella che un tempo si era soliti definire “occupazione acquisitiva”): diritto che il primo giudice ha reputato fosse ormai estinto e che, viceversa, il giudice d’appello ha considerato ancora in vita, procedendo perciò a definire i criteri di liquidazione del danno.

Gli argomenti che il Consiglio di Stato ha adoperato per giustificare tale decisione – in particolare quelli concernenti le diverse possibili modalità di acquisto legittimo della proprietà delle aree in contestazione da parte della pubblica amministrazione, su cui si appuntano le censure del comune ricorrente – sono null’altro che passaggi motivazionali, volti a chiarire come il giudice di secondo grado ha individuato gli estremi del danno risarcibile, a spiegare la ragione per la quale egli ha reputato quel danno permanente ed il relativo diritto non ancora prescritto ed a definire i criteri in base ai quali il medesimo danno è destinato ad essere liquidato.

Anche a voler ammettere, per mera esigenza dialettica, che quegli argomenti siano errati e che, come il comune ricorrente insiste nel sostenere, si sarebbe dovuto tener conto della possibilità che le aree delle quali si parla fossero state già da alcun tempo usucapite dall’amministrazione che le aveva occupate per realizzarvi dei parcheggi pubblici, si tratterebbe di eventuali errores in iudicando, ma non certo di uno sconfinamento dai limiti della giurisdizione del giudice amministrativo, quali già accertati nelle precedenti ordinanze di questa corte sopra citate. Né altrimenti è a dirsi per il fatto che il Consiglio di Stato, formulando le argomentazioni cui s’è fatto cenno, non abbia tenuto conto della sopravvenuta emanazione da parte del legislatore, dopo la declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 43 del d. lgs. n. 327 del 2001, di un novello art. 42-bis del medesimo decreto (articolo introdotto dal d.l. 6 luglio 2011, n. 98, convertito nella legge 15 luglio 2011, n. Ili, nell’intervallo di tempo compreso tra la data della decisione in camera di consiglio e quella della pubblicazione della sentenza qui impugnata); circostanza, questa, che, a tutto concedere, potrebbe assumere rilievo in termini di eventuale violazione di legge, ma non vale certo a configurare un’indebita invasione del giudice nella sfera riservata al legislatore.

4. Il comune ricorrente, essendo rimasto soccombente, dovrà però rifondere alla controparte le spese del giudizio di legittimità, che vengono liquidate come in dispositivo, in applicazione dei criteri stabiliti d.m. 20 luglio 2012, n, 140.

A tale ultimo riguardo giova ricordare che, a norma dell’art. 41 del d.m. 20 luglio 2012, n. 140, che ha dato attuazione alla prescrizione contenuta nell’art. 9, 2 comma, del d. l. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito dalla legge 24 marzo 2012, n. 271, le disposizioni con cui detto decreto ha determinato i parametri ai quali devono esser commisurati i compensi dei professionisti, in luogo delle abrogate tariffe professionali, sono destinate a trovare applicazione quando, come nella specie, la liquidazione sia operata da un organo giurisdizionale in epoca successiva all’entrata in vigore del medesimo decreto.

Reputa il collegio che, per ragioni di ordine sistematico e dovendosi dare al citato art. 41 del decreto ministeriale un’interpretazione il più possibile coerente con i principi generali cui è ispirato l’ordinamento, la citata disposizione debba essere letta nel senso che i nuovi parametri siano da applicare ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta in epoca precedente, quando ancora erano in vigore le tariffe professionali abrogate.

Vero è che il terzo comma del citato art. 9 del d.l. n. 1/12 stabilisce che le abrogate tariffe continuano ad applicarsi, limitatamente alla liquidazione delle spese giudiziali, sino all’entrata in vigore del decreto ministeriale contemplato nel comma precedente; ma da ciò si può trarre argomento per sostenere che sono quelle tariffe – e non i parametri introdotti dal nuovo decreto – a dover trovare ancora applicazione qualora la prestazione professionale di cui si tratta si sia completamente esaurita sotto il vigore delle precedenti tariffe. Non potrebbe invece condividersi l’opinione di chi, con riferimento a prestazioni professionali (iniziatesi prima, ma) ancora in corso quando detto decreto è entrato in vigore ed il giudice deve procedere alla liquidazione del compenso, pretendesse di segmentare le medesime prestazioni nei singoli atti compiuti in causa dal difensore, oppure di distinguere tra loro le diverse fasi di tali prestazioni, per applicare in modo frazionato in parte la precedente ed in parte la nuova regolazione. Osta ad una tale impostazione il rilievo secondo cui – come anche nella relazione accompagnatoria del più volte citato decreto ministeriale non si manca di sottolineare – il compenso evoca la nozione di un corrispettivo unitario, che ha riguardo all’opera professionale complessivamente prestata; e di ciò non si è mai in passato dubitato, quando si è trattato di liquidare onorari maturati all’esito di cause durante le quali si erano succedute nel tempo tariffe professionali diverse, giacché sempre in siffatti casi si è fatto riferimento alla tariffa vigente al momento in cui la prestazione professionale si è esaurita (cfr., ad esempio, Cass. n. 5426 del 2005, e Cass. n. 8160 del 2001).

L’attuale unificazione di diritti ed onorari nella nuova accezione omnicomprensiva di “compenso” non può non implicare l’adozione del medesimo principio alla liquidazione di quest’ultimo, tanto più che alcuni degli elementi dei quali l’art. 4 del decreto ministeriale impone di tener conto nella liquidazione (complessità delle questioni, pregio dell’opera, risultati conseguiti, ecc.) sarebbero difficilmente apprezzabili ove il compenso dovesse esser riferito a singoli atti o a singole fasi, anziché alla prestazione professionale nella sua interezza. Né varrebbe obiettare che detti elementi di valutazione attengono alla liquidazione del compenso dovuto al professionista dal proprio cliente, sembrando inevitabile che essi siano destinati a riflettersi anche sulla liquidazione giudiziale effettuata per determinare il quantum delle spese processuali di cui la parte vittoriosa può pretendere il rimborso nei confronti di quella soccombente.

 

P.Q.M.

 

La corte rigetta ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre agli accessori di legge.

  

 

L’Amministratore di condominio dopo la recente riforma

RIFORMA CONDOMINIO: NUOVA FIGURA PROFESSIONALE DELL’AMMINISTRATORE DI CONDOMINIO

Domenico Lenoci

 

 

La legge recante “ Modifiche alla disciplina del condominio negli edifici ”, approvata in via definitiva dal Senato, in Commissione deliberante, in data 20 novembre 2012, è un provvedimento, suddiviso in 32 articoli, che introduce una profonda e radicale riorganizzazione delle norme che attualmente disciplinano la materia condominiale, operando sostanzialmente in due direttrici :

a)       da un lato recepisce gli indirizzi giurisprudenziali  che in questi anni hanno avanzato proposte nuove  

ed innovative di alcune disposizioni del codice civile, sopperendo di fatto all’assenza di una aggiornata regolamentazione legislativa ( si pensi alle maggioranze assembleari );

b)       dall’altro affronta e risolve tematiche che l’evoluzione tecnologica e i cambiamenti sociali hanno reso attuali ed urgenti in materia di condominio.

La legge rappresenta una svolta storica all’interno del nostro impianto codicistico in quanto da decenni, come gli esperti della materia sanno, le norme condominiali aspettavano di essere rivedute e modificate dal Legislatore.

Uno dei punti più qualificanti della riforma riguarda la figura dell’amministratore, cardine dell’intero sistema in quanto è chiaro il ruolo di questa figura professionale all’interno e all’esterno dell’edificio condominiale: l’attività di gestione ed amministrazione che è chiamato a svolgere è divenuta sempre più complessa, aggiungendosi adempimenti burocratici, doveri fiscali, responsabilità civili e penali. Ne consegue che è invalso l’uso di affidare a professionisti esterni specificatamente preparati la gestione contabile amministrativa del condominio, nella certezza che essa non può più essere tenuta dal singolo condomino più capace o solo più disponibile, che sicuramente, nella maggior parte dei casi, non possiede quelle conoscenze tecniche e professionali per svolgere questa “ professione ”.

Quanto innanzi spiega perché il Legislatore, a tanti anni di distanza dall’entrata in vigore del codice civile, abbia sentito ed avvertito la necessità  di “professionalizzare” la figura dell’amministratore, definendone ora i poteri, i doveri e le responsabilità ( che ci occuperanno in questo lavoro ) e prevedendo nel contempo un’adeguata tutela dei diritti dei singoli condomini e dei terzi.

Gli articoli della Legge di riforma che si occupano della figura dell’amministratore e che sostituiscono sostanzialmente gli articoli 1129 e 1130 del c.c. sono l’art.9 che riguarda la nomina, la revoca e gli obblighi dell’amministratore e l’art.10 che riguarda le attribuzioni dell’amministratore.

Preliminarmente esaminiamo il nuovo art. 71bis disp. att. c.c. che stabilisce specifici requisiti soggettivi per poter svolgere l’attività di amministratore e che si sostanziano nel godimento dei diritti civili, nell’assenza in capo all’interessato di condanne per delitti contro la P.A., l’amministrazione della giustizia, la fede pubblica, il patrimonio e per ogni altro delitto non colposo per il quale la legge commina la pena della reclusione non inferiore, nel minimo, a 2 anni e, nel massimo, a 5 anni, nell’assenza di interdizione o inabilitazione, nella non inclusione nell’elenco dei protesti cambiari, nel possesso del diploma di scuola secondaria di secondo grado, nella frequenza di un corso di formazione iniziale e svolgano attività di formazione periodica in materia condominiale.

Praticamente per esercitare l’attività di amministratore, è necessario essere in possesso almeno di un diploma di scuola secondaria di secondo grado e non vi è la previsione di iscrizioni in un registro apposito (previsto nella disciplina transitoria), restando, invece, la previsione di una formazione iniziale e continua.

Possono svolgere l’incarico di amministratore anche società di cui al titolo V del libro V del c.c.,ed in tal caso i requisiti accennati devono essere posseduti dai soci illimitatamente responsabili, dagli amministratori e dai dipendenti incaricati di svolgere le funzioni di amministrazione dei condominii a favore dei quali la società presta i servizi. La legge stabilisce che nei confronti di chi ha svolto l’attività di amministratore per almeno un anno, nell’arco dei tre anni precedenti alla data di entrata in vigore della legge di riforma, è permesso lo svolgimento dell’attività di amministratore anche in mancanza del titolo di studio e della formazione iniziale, restando l’obbligo di quella periodica. E ancora i due requisiti suddetti non sono necessari qualora l’amministratore sia stato nominato tra i condomini dello stabile.

E’ previsto anche, a discrezione dell’assemblea, un consiglio di condominio che affianchi l’amministratore, composto da almeno tre condomini, negli edifici di almeno dodici unità immobiliari.

Vediamo, ora, le novità introdotte dalla Legge di riforma inserite nei citati artt. 9 e 10 e che si riferiscono sostanzialmente alla nuova figura di amministratore voluta dal Legislatore.

L’art.9 stabilisce, innanzitutto, che, quando i condomini sono più di otto, se l’assemblea non vi provvede, la nomina dell’amministratore è fatta dall’autorità giudiziaria su ricorso di uno o più condomini o dell’amministratore dimissionario. La norma chiarisce la competenza dell’assemblea in relazione alla nomina dell’amministratore, salvo, in  caso di mancato adempimento, la competenza dell’a.g., stimolata dal ricorso di uno o più condomini o dell’amministratore dimissionario.

L’amministratore, prosegue lo stesso art., deve fornire ai condomini, al momento della nomina ed ad ogni rinnovo dell’incarico, oltre ai propri dati anagrafici e professionali, una serie di ulteriori dati e strumenti di pubblicità per consentire la valutazione delle sue qualifiche e del suo operato, unitamente al locale dove si trovano il registro dei verbali dell’assemblea e di nomina e revoca dell’amministratore,nonché del registro di contabilità e i giorni in cui ogni interessato, previa richiesta all’amministratore, può prenderne visione e ottenere, rimborsando la spesa, copia firmata.

Inoltre, se l’assemblea lo richiede, ha l’obbligo di stipulare, subordinandolo alla nomina, una polizza individuale di assicurazione per la responsabilità civile per gli atti compiuti nell’esercizio del mandato e se, nel suo periodo di mandato, l’assemblea deliberi lavori straordinari, egli è obbligato ad adeguare i massimali della polizza all’importo stabilito dall’assemblea, in modo tale che tale adeguamento non deve essere inferiore all’importo di spesa deliberato e deve essere effettuato in contemporanea all’inizio dei lavori. Nel caso in cui l’amministratore sia coperto da una polizza di assicurazione per la responsabilità civile generale per l’intera attività svolta, tale polizza deve essere integrata con una dichiarazione della impresa assicuratrice che garantisca le condizioni previste dalla polizza individuale per lo specifico condominio.

La legge obbliga, altresì, l’amministratore ad affiggere, sul luogo di accesso al condominio o di maggior uso comune, accessibile anche ai terzi, la c.d. “ targa” dell’amministratore( generalità, recapiti telefonici), che garantisca la sua individuazione pubblica, con la finalità di renderlo facilmente contattabile in caso di necessità; obbligo che è esteso anche al singolo condomino incaricato di attività di gestione  nel caso di mancanza di formale amministratore.

Altro obbligo è quello di far transitare le somme ricevute, a qualunque titolo, dai condomini o da terzi, nonché quelle a qualsiasi titolo erogate per conto del condominio, su un apposito conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio e ogni condomino può chiedere di prendere visione ed estrarre copia della rendicontazione periodica, a proprie spese e per il tramite dell’amministratore. Al termine del suo incarico professionale, l’amministratore è tenuto alla consegna di tutta la documentazione in suo possesso relativa al condominio e ai singoli condomini ed ad eseguire tutte le attività indifferibili per evitare, in mancanza, di arrecare danni agli interessi comuni, senza diritto ad ulteriori compensi.

Salvo che sia stato espressamente esonerato dall’assemblea, l’amministratore deve agire per la riscossione forzata delle somme dovute dagli obbligati entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio in cui il credito esigibile è compreso, anche ai sensi dell’art. 63, primo comma, delle disposizioni di attuazione al codice civile.

L’incarico professionale di amministratore ha la durata di un anno e se si rinnova, ha la stessa durata e spetta all’assemblea, convocata per la revoca o le dimissioni, deliberare in ordine alla nomina del nuovo amministratore.

La revoca dell’amministratore può essere deliberata in ogni tempo dall’assemblea dei condomini, con la maggioranza prevista per la sua nomina o con le modalità previste dal regolamento di condominio. La stessa revoca può essere disposta dall’autorità giudiziaria, su ricorso di ogni condomino, nel caso previsto dal quarto comma dell’art. 1131 c.c., se lo stesso non rende il conto della gestione, o in caso di gravi irregolarità. Nei casi in cui siano emerse gravi irregolarità fiscali o di non ottemperanza a quanto disposto dal numero 3) del dodicesimo comma dell’articolo in questione, i singoli condomini, anche singolarmente, possono chiedere la convocazione dell’assemblea per far cessare la violazione e revocare il mandato all’amministratore. In caso di mancata revoca da parte dell’assemblea, ciascun condomino può rivolgersi all’autorità giudiziaria e se questa accoglie la domanda, il ricorrente, per le spese legali, può rivalersi nei confronti del condominio, che a sua volta può rivalersi nei confronti dell’amministratore revocato.

Sono gravi irregolarità:

a)       l’omessa convocazione da parte dell’amministratore dell’assemblea per approvare il rendiconto condominiale, il rifiuto di convocare l’assemblea per la revoca e per la nomina del nuovo amministratore o negli altri casi previsti dalla legge;

b)       la mancata esecuzione di provvedimenti giudiziari e amministrativi, nonché di deliberazioni dell’assemblea;

c)       la mancata apertura ed utilizzazione del conto corrente di cui abbiamo parlato;

d)       la gestione secondo modalità che possano indurre a confusione tra il patrimonio del condominio e il patrimonio personale dell’amministratore o di altri condomini;

e)       l’aver acconsentito, per un credito insoddisfatto, alla cancellazione delle trascrizioni eseguite nei registri immobiliari a tutela dei diritti del condominio;

f)        se, in caso di intentata azione giudiziaria per la riscossione di somme dovute al condominio, l’amministratore omette di seguire con diligenza l’azione promossa e la conseguente esecuzione coattiva;

g)       l’inottemperanza agli obblighi di cui ci occuperemo nel trattare l’art.1130, ora art.10 legge di riforma ai numeri 6), 7) e 9);

h)       l’omessa, incompleta o inesatta comunicazione dei dati personali identificativi.

In caso di revoca da parte dell’ A.G., l’assemblea non può nominare nuovamente l’amministratore revocato giudizialmente.

Per quanto riguarda il suo onorario, l’amministratore, all’atto di accettazione della nomina o del suo rinnovo, deve specificare analiticamente, a pena di nullità della stessa nomina. L’importo a lui dovuto a titolo di compenso per l’attività svolta.

Veniamo ora ad occuparci del nuovo art.10, che sostituisce l’art.1130 c.c., il quale stabilisce le attribuzioni dell’amministratore, oltre a quanto previsto dall’articolo commentato in precedenza, stabilendo che l’amministratore deve:

  • eseguire le deliberazioni dell’assemblea, convocarla annualmente per l’approvazione del rendiconto condominiale di cui all’art. 1130 bis e curare l’osservanza del regolamento di condominio;
  • disciplinare l’uso delle cose comuni e la fruizione dei servizi nell’interesse comune, in modo che ne  
  • sia assicurato il miglior godimento a ciascuno dei condomini;
  • riscuotere i contributi ed erogare le spese occorrenti per la manutenzione ordinaria delle parti comuni del condominio e per l’esercizio dei servizi comuni;
  • compiere gli atti conservativi relativi alle parti comuni dell’edificio;
  • eseguire gli adempimenti fiscali;
  • curare la tenuta del registro di anagrafe condominiale che contiene le generalità dei singoli  proprietari e dei titolari di diritti reali e di diritti personali di godimento, comprensive del codice fiscale e della residenza o domicilio, nonché i dati catastali di ogni unità immobiliare e ogni dato relativo alle condizioni di sicurezza. Ogni variazione di questi dati deve essere comunicata all’amministratore in forma scritta entro sessanta giorni dall’avvenuta modificazione; in caso di inerzia, mancanza o incompletezza delle comunicazioni, l’amministratore richiede per iscritto le informazioni necessarie alla tenuta del registro di anagrafe condominiale. Decorsi trenta giorni, in mancanza di risposta, l’amministratore acquisisce le informazioni necessarie,con spese a carico degli inadempienti;
  • curare la tenuta del registro dei verbali delle assemblee, del registro di nomina e revoca dell’amministratore e del registro di contabilità. Nel primo registro devono essere annotate le eventuali mancate costituzioni dell’assemblea, le deliberazioni e le brevi dichiarazioni rese dai singoli condomini che ne hanno fatto richiesta; a questo registro è allegato il regolamento di condominio, ove adottato. Nel registro di nomina e revoca dell’amministratore sono annotate, in ordine cronologico, le date della nomina e della revoca di ciascun amministratore del condominio,e, se del caso, gli estremi del decreto in caso di intervento dell’A.G.. Nel registro di contabilità vengono annotati in ordine cronologico, entro trenta giorno da quello dell’effettuazione, i singoli movimenti in entrata ed in uscita. Quest’ultimo registro può essere tenuto con modalità informatiche;
  • conservare la documentazione relativa alla propria gestione riferentesi sia al rapporto con i singoli condomini sia allo stato tecnico amministrativo del condominio;
  • fornire al singolo condomino che ne faccia richiesta l’attestazione relativa ai pagamenti effettuati degli oneri condominiali e delle eventuali liti in corso;
  • redigere il rendiconto condominiale annuale della gestione e convocare l’assemblea per la relativa approvazione entro centottanta giorni.

L’amministratore, su richiesta dell’assemblea, che delibera con la maggioranza di cui al secondo comma dell’art. 1136 del codice, è tenuto ad attivare un sito internet del condominio che consenta agli aventi diritto di consultare ed estrarre copia in formato digitale dei documenti previsti dalla delibera assembleare. Le spese per l’attivazione e la gestione del sito internet sono a carico dei condomini.

L’art. 71 quater delle disposizioni di attuazione,inoltre, stabilisce che per le controversie in materia di condominio, è previsto il tentativo obbligatorio di mediazione, ai sensi dell’art. 5, comma 1 del decreto legislativo 4 Marzo 2010 n° 28.

 La domanda di mediazione deve essere presentata presso un organismo di mediazione ubicato nella circoscrizione del tribunale nella quale il condominio è situato. Al procedimento è legittimato a partecipare l’amministratore, previa delibera assembleare da assumere con la maggioranza di cui all’art. 1136 secondo comma del codice. Se i termini di comparizione davanti ad un mediatore non consentono di assumere la delibera di cui abbiamo parlato, il mediatore dispone, su istanza del condominio, idonea proroga della prima comparizione. Resta stabilito che l’accordo eventualmente raggiunto deve essere ratificato dall’assemblea con la maggioranza di cui all’art.1136, secondo comma, del codice. Se non si raggiunge la predetta maggioranza, l’accordo non potrà essere ratificato, così come la eventuale proposta.

Allargando il tema alla legittimazione passiva dell’amministratore, possiamo affermare ( ci soccorre una recentissima sentenza della Cassazione civile del 4 ottobre 2012 n.16901) che, nei giudizi relativi alle parti comuni degli edifici, promossi da terzi o anche da un singolo condomino, non è necessario l’autorizzazione a stare in giudizio da parte dell’assemblea condominiale, escludendo il litisconsorzio necessario di tutti i condomini. L’amministratore ha solo il dovere di riferire all’assemblea, essendo un obbligo di mera rilevanza interna e non incidente sui suoi poteri rappresentativi processuali.

In merito all’onere di preventiva informativa all’amministratore delle opere su parti di proprietà o a uso individuale, la novità della nuova disciplina pone a carico del singolo condomino che voglia intraprendere i lavori un onere di preventiva informazione all’amministratore, il quale deve, a sua volta, riferirne all’assemblea, la quale non deve dare alcuna autorizzazione o approvazione, trattandosi pur sempre di opere eseguite su parti esclusive del singolo condomino. E’ interessante osservare comer nella versione della riforma originariamente approvata dal Senato, si contemplava la possibilità da parte dell’amministratore di rivolgersi, previa diffida al condomino, all’autorità giudiziaria qualora fossero mancate dettagliate informazioni sul contenuto specifico e sulle modalità di esecuzione delle opere da effettuarsi. Poi n, però, la Camera ha cancellato questa disposizione ritenuta eccessiva per il gravoso onere posto a carico dell’amministratore.

 

Diritto di famiglia: allontanamento e violenza

Cassazione VI penale del 16..3.2011 n. 10745 – (61)

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” seppure l’allontanamento dal domicilio domestico poteva ritenersi dovuto al timore della di un pregiudizio alla incolumità fisica in relazione alla condotta violenta del marito, da lei denunciato in precedenza per lesioni personali, non poteva invece essere giustificato il completo disinteresse della imputata nei confronti dei figli minori, durato per circa quattro anni, nel corso della quale la stessa non aveva mantenuto alcun contatto con i figli, neppure mediante telefonate.”

 

“la ricorrente si limita genericamente a criticare la sentenza impugnata, senza tenere conto delle pertinenti considerazioni in essa svolte, in particolare con riferimento alla assenza di giustificazione di una condotta di totale disinteresse verso i figli mostrata dali’imputata per circa quattro anni,”

 

 

 

 
   

Svolgimento del processo

 

1. Con la sentenza in epigrafe, la Corte di appello di Campobasso confermava la sentenza in data 1° febbraio 2008 del Tribunale di Larino, sezione distaccata di .., con la quale veniva condannata alla pena di mesi due di reclusione ed euro 200 di multa in quanto responsabile del reato di cui all’art. 570 (comma primo) cod. pen., per avere abbandonato il domicilio domestico sottraendosi agli obblighi di assistenza nei confronri dei quattro figli minori (in …, querela del 27 giugno 2003).

 

 

2. Osservava la Corte di appello che, seppure l’allontanamento dal domicilio domestico poteva ritenersi dovuto al timore della di un pregiudizio alla incolumità fisica in relazione alla condotta violenta del marito, da lei denunciato in precedenza per lesioni personali, non poteva invece essere giustificato il completo disinteresse della imputata nei confronti dei figli minori, durato per circa quattro anni, nel corso della quale la stessa non aveva mantenuto alcun contatto con i figli, neppure mediante telefonate. Tale condotta integrava appieno la fattispecie di cui al primo comma dell’art. 570 cod. pen.

 

 

3. Ricorre per cassazione l’imputata, a mezzo del difensore avv. Carmine Verde, che, con un unico motivo, denuncia la violazione dell’art. 570 cod. pen, e il vizio di motivazione in punto di configurabilità del reato contestato, osservando che, pacifico essendo che la era stata costretta a lasciare il domicilio domestico per la condotta violenta del marito, doveva ritenersi per la medesima ragione scriminato il suo mancato rientro in famiglia, e che, d’altra parte, la stessa non aveva mai cessato di informarsi sulle condizioni di vita dei figli.

 

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

 

 

1. Il motivo di ricorso appare inammissibile, in quanto la ricorrente si limita genericamente a criticare la sentenza impugnata, senza tenere conto delle pertinenti considerazioni in essa svolte, in particolare con riferimento alla assenza di giustificazione di una condotta di totale disinteresse verso i figli mostrata dali’imputata per circa quattro anni, che non poteva essere scusata facendosi esclusivamente leva sul timore in cui essa versava per l’indole violenta del marito.

 

 

2. Tuttavia, a norma dell’art. 609, comma 2, cod. proc. pen., la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte di appello di Salerno in punto di determinazione della pena, illegalmente stabilita dai giudici di merito in quella detentiva congiuntamente a quella pecuniaria, pur essendosi ritenuta sussistente nella specie l’ipotesi di cui al primo comma dell’art. 570 cod. pen., che prevede in via alternativa la pena della reclusione e quella della multa.

 

 

P.Q.M.

 

 

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla pena e rinvia alla Corte di appello di Salerno per la determinazione della stessa. Così deciso il 21/12/2010.

 

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La responsabilità del notaio: sì al risarcimento in forma specifica

Cassazione civile, sezione terza, sentenza del 16.1.2013, n. 903

…omissis…

Da ciò, la responsabilità professionale del notaio, fondata sul “dedotto ed ammesso inesatto adempimento” dei suoi obblighi professionali “quale è quello di corretta informazione alle parti ed alla banca mutuante in relazione gli oneri gravanti sul bene oggetto del contratto ai fini dell’erogazione del finanziamento e quello di presentare una relazione attestante una situazione ipotecaria corrispondente a quella reale” (cfr pag.28) ed il danno subito dagli attori “consistente nello stesso fatto di ritrovarsi in una posizione ipotecaria più gravosa rispetto a quanto legittimamente si aspettavano……ed in relazione al fatto che il finanziamento avrebbe dovuto essere erogato e versato alla Poliedro solo una volta che questa avesse provveduto a cancellare, secondo l’obbligo che le incombeva, le ipoteche gravanti sull’immobile a favore della Cariplo per farne iscrivere una di primo grado a favore della Banca Commerciale Italiana” (cfr pag.29 della sentenza impugnata).

Ciò posto, appare pertanto evidente come la Corte abbia escluso ogni rilevanza alle circostanze dedotte dalle parti ricorrenti ed è appena il caso di sottolineare che la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere peraltro tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale ovvero a confutare qualsiasi deduzione difensiva. Passando all’esame delle altre censure, formulate dal ricorrente principale e sostanzialmente condivise dalla sopraindicata ricorrente incidentale, va osservato che con la prima doglianza, deducendo la violazione e la falsa applicazione dell’art.2058 c.c., l’Accolla ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la Corte di Appello ha disposto a suo carico la reintegrazione in forma specifica, benchè parte attrice non avesse fornito alcuna prova nè in ordine alla possibilità, da parte del debitore, di compierla nè in ordine alla non eccessiva gravosità della medesima.

Con la successiva doglianza per omessa o insufficiente motivazione, l’Accolla ha altresì lamentato che la Corte non avrebbe motivato circa la sua possibilità di ottenere la cancellazione dell’ipoteca e circa la non eccessiva onerosità della soluzione trascurando che un terzo, diverso dal creditore ipotecario, non ha il potere di cancellare l’ipoteca nè può esprimere alcun consenso a tale cancellazione.

I motivi in questione, che vanno esaminati congiuntamente in quanto sia pure sotto diversi ed articolati profili, prospettano ragioni di censura intimamente connesse tra loro, sono fondati e meritano di essere accolti.

A riguardo, corre l’obbligo di rilevare che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, se da un lato è stato affermato che il notaio officiato di un atto comportante il trasferimento di un immobile, che non abbia compiuto diligentemente le visure ipocatastali non rilevando l’esistenza di un’ipoteca, può essere condannato a titolo di risarcimento in forma specifica, a procurare la cancellazione della formalità (sent. 26 gennaio 2004 n. 1330), dall’altro, è stato precisato che tale risarcimento in forma specifica presuppone la possibilità di ottenere il consenso del creditore, che l’incombente non sia eccessivamente gravoso sotto i profili dell’attività da svolgere e della congruità, rispetto al danno, dalla somma da pagare (sent. 26 gennaio 2004, cit.).

Tale orientamento è stato ribadito recentemente statuendosi che, ove il notaio rogante dichiari libero un bene che risulta, invece, gravato da ipoteca, il risarcimento del danno conseguente può essere disposto anche in forma specifica, mediante condanna del notaio alla cancellazione della formalità non rilevata, a condizione, tuttavia, che vi sia la possibilità di ottenere, a tal fine, il consenso del creditore procedente e che il relativo incombente non sia eccessivamente gravoso, sia per la natura dell’attività occorrente, che per la congruità, rispetto al danno, della somma da pagare.

(Cass. n. 14813/2006, n. 15726/2010).

Ora, a fronte di una situazione come quella oggetto di causa, era obbligo del giudice di merito verificare la sussistenza delle condizioni richieste dall’art.2058 cc e spiegare perchè esse fossero tali da giustificare la condanna al risarcimento in forma specifica:

attività che la Corte territoriale si è invece ben guardata dal fare, limitandosi ad affermare, assai genericamente ed immotivatamente, che nella specie il risarcimento poteva essere accordato in forma specifica, tale essendo in effetti la forma più adeguata per riparare il pregiudizio subito dagli acquirenti. Ne consegue che nella specie l’omesso compimento degli accertamenti indicati non solo inficia la correttezza del ragionamento svolto dalla Corte di merito ma ne determina altresì la sua censurabilità.

All’accoglimento delle censure in esame consegue altresì l’assorbimento dell’ultima doglianza, per violazione dell’art. 1917 c.c., formulata dal ricorrente principale e fondata sulla considerazione che la Corte di Appello avrebbe dovuto in applicazione della norma citata condannare le compagnie assicuratrici a rimborsare al notaio le spese legali dovute al danneggiato manierandolo da tale obbligazione. Ugualmente resta assorbita la terza doglianza, articolata dall’altra ricorrente incidentale, la Fondiaria Sai Spa, sotto il profilo della violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1917 c.c., la quale si fonda sulla considerazione che la Corte territoriale avrebbe sbagliato quando ha fatto rientrare nell’obbligazione dell’assicuratore ex art. 1917 c.c., anche le spese necessario alla cancellazione delle ipoteche, le quali al contrario esulano completamente dal concetto di danno risarcibile oggetto di copertura assicurativa, da limitarsi al solo importo dovuto dall’assicurato al danneggiato equivalente all’ammontare del danno Occorre infine portare l’attenzione sulle prime due doglianze, formulate dalla Fondiaria SAI Spa, doglianze,intimamente connesse tra loro – la prima articolata sotto il profilo della violazione o falsa applicazione dell’art. 1917 c.c., la seconda per omessa o insufficiente motivazione – con cui la ricorrente incidentale ha dedotto che la Corte di merito nell’accogliere la domanda di manleva del notaio avrebbe del tutto omesso di considerare che il titolare della venditrice Poliedro fosse il cugino dell’Accolla e che il comportamento di quest’ultimo sarebbe stato caratterizzato da malafede al fine di agevolare l’ottenimento di un finanziamento volto all’ottenimento del pagamento a favore della Poliedro, che altrimenti non sarebbe stato ottenuto. Da ciò la violazione della norma citata, la quale esclude l’obbligo a carico dell’assicuratore della responsabilità civile di tenere indenne l’assicurato per i danni derivanti da fatti dolosi.

Entrambe le censure sono inammissibili. A riguardo, occorre premettere che la Corte di merito ha espressamente escluso la sussistenza di comportamenti dolosi da parte dell’Accolla affermando che la condotta, pur inadempiente, del notaio doveva essere giudicata meramente colposa in mancanza di fondati elementi idonei a dimostrare l’adombrato interesse personale del notaio nell’affare. Ciò posto, appare evidente come la sentenza, pur motivata assai sobriamente, consente di seguire con assoluta chiarezza il percorso argomentativo della Corte di merito e di comprendere le ragioni che l’hanno portata ad escludere l’ipotesi del comportamento doloso.

Ora, è principio di diritto che i vizi di motivazione non possono consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalle parti, perchè spetta soltanto al giudice del merito individuare le fonti del proprio convincimento ed all’uopo valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere fra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, salvi i casi tassativamente previsti dalla legge.

Ne deriva l’inammissibilità delle doglianze in quanto la ricorrente in realtà tende – prospettando una soggettiva valutazione e ricostruzione dei fatti – ad una rilettura dei documenti e ad un riesame del merito della causa, e dunque ad una nuova e diversa valutazione da parte del giudice di legittimità, allo stesso preclusa.

Alla stregua di tutte le pregresse considerazioni, vanno accolte le prime due censure, proposte dal ricorrente principale A. F.G. e dalla ricorrente incidentale Le Assicurazioni Generali Spa; vanno dichiarate assorbite l’ultima censura formulata dal ricorrente principale e la terza censura formulata dalla ricorrente incidentale La Fondiaria Sai Spa; va dichiara inammissibile ogni altra doglianza; va infine cassata la sentenza impugnata nei limiti dei motivi accolti. Con l’ulteriore conseguenza che, occorrendo un rinnovato esame da condursi nell’osservanza del principio richiamato, la causa va rinviata alla Corte di Appello di Milano, in diversa composizione, che provvederà anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.

P.Q.M.

La Corte decidendo sui ricorsi riuniti accoglie le prime due censure, proposte dal ricorrente principale A.F.G. e dalla ricorrente incidentale Le Assicurazioni Generali Spa; dichiara assorbite l’ultima censura formulata dal ricorrente principale e la terza censura formulata dalla ricorrente incidentale La Fondiaria Sai Spa; dichiara inammissibile ogni altra doglianza; cassa la sentenza impugnata nei limiti dei motivi accolti, con rinvio della causa alla Corte di Appello di Milano, in diversa composizione, che provvederà anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.

Il fallimento: procedimento ed istruttoria

L’art 6 della legge fallimentare del 1942 dispone che “Il fallimento è dichiarato su ricorso del debitore, di uno o più creditori o su richiesta del pubblico ministero”.

 

La dichiarazione di fallimento può pertanto essere richiesta:

Dallo stesso debitore, fermo restando che spetta sempre al tribunale accertare l’esistenza oggettiva dello stato di insolvenza.

Dal creditore o dai creditori, che devono provare lo stato di insolvenza del debitore.

Dal pubblico ministero se dovesse ravvisare una situazione di insolvenza che risulti da un procedimento penale, oppure dalla fuga, dalla irreperibilità o latitanza dell’imprenditore, dalla diminuzione fraudolenta dell’attivo, o quando l’insolvenza risultasse da una segnalazione che provenga da un giudice che l’abbia rilevata nel corso di un procedimento civile.

Dal curatore del fallimento di una società, nei limiti della richiesta che il fallimento sia esteso al socio occulto o di fatto.

La varietà dei legittimati a chiedere fallimento dimostra la notevole diversità degli interessi tutelati.

I creditori e i debitori sono parti private, il pubblico ministero costituisce un organo con caratteristiche proprie e ben delineate rispetto agli altri soggetti dell’iniziativa.

 

Per quello che riguarda l’imprenditore l’art. 14 della legge fallimentare del 1942 recita testualmente:

“L’imprenditore che chieda il proprio fallimento deve depositare presso la cancelleria del tribunale le scritture contabili e fiscali obbligatorie concernenti i tre esercizi precedenti, ovvero l’intera esistenza dell’impresa se questa ha avuto una minore durata. Deve inoltre depositare uno stato particolareggiato ed estimativo delle sue attività, l’elenco nominativo dei creditori e l’indicazione dei rispettivi crediti, l’indicazione dei ricavati lordi per ciascuno degli ultimi tre anni, l’elenco nominativo di coloro che vantano diritti reali e personali su cose in suo possesso e indicazione delle cose stesse e del titolo da cui sorge il diritto.”

 

La richiesta di fallimento da parte dell’imprenditore si può considerare una facoltà dello stesso, proprio per evitare una serie di azioni esecutive individuali.

La domanda di fallimento per l’imprenditore però diventa un obbligo quando l’astensione dalla richiesta produrrebbe un aggravamento dello stato di insolvenza. 

Altri soggetti legittimati a richiedere la dichiarazione di fallimento sono i creditori dell’imprenditore.

Può chiedere il fallimento qualsiasi creditore, chirografario o privilegiato, anche se il proprio credito non è ancora esigibile o è sottoposto a condizione risolutiva o sospensiva.

Nella prassi i tribunali fallimentari chiedono come requisito ulteriore l’avere in precedenza ottenuto un titolo esecutivo. 

Inoltre, il fallimento può essere promosso dal Pubblico ministero secondo le disposizioni dell’art 7 della legge fallimentare 1942 cioè “quando l’insolvenza risulta nel corso di un procedimento penale, ovvero dalla fuga, dell’irreperibilità o dalla latitanza dell’imprenditore, dalla chiusura dei locali dell’impresa, dal trafugamento, dalla sostituzione o dalla diminuzione fraudolenta dell’attivo da parte dell’imprenditore; quando l’insolvenza risulta dalla segnalazione proveniente dal giudice che l’abbia rilevata nel corso di un giudizio civile.

Alcune delle previsioni indicate in questo articolo, come i casi di diminuzione fraudolenta dell’attivo, possono essere considerate fatti costitutivi di bancarotta,  altre, come i casi di irreperibilità e latitanza, possono essere considerate dei semplici indizi.

 

In riferimento all’istruttoria fallimentare, le precedenti norme si erano dimostrate inidonee per disciplinare questa materia.

Tra le innovazioni più importanti introdotte con la riforma del 2006 vi è  l’articolo 15 della legge fallimentare, con il quale il legislatore delinea una dettagliata regolamentazione del fallimento, introducendo il principio dell’audizione obbligatoria del debitore, che nella precedente norma prefallimentare era prevista solo come facoltativa.

In questo modo il legislatore assicura un accertamento a cognizione piena nel contraddittorio tra le parti.

Il legislatore ha imposto la partecipazione del debitore, sin dalla fase prefallimentare, dandogli la possibilità di difendersi, alla luce delle gravi ripercussioni che implica il fallimento, non solo sotto un aspetto economico-commerciale, ma anche nei suoi rapporti sociali, di reputazione e nella sua capacità di agire, e ha previsto che il procedimento per la dichiarazione di fallimento si debba svolgere davanti al tribunale in composizione collegiale “con le modalità dei procedimenti in camera di consiglio”, ai sensidell’articolo 15 comma 1 della legge fallimentare.

Il procedimento può essere affidato anche a un giudice relatore, nominato dal presidente del tribunale.

La fase dell’istruttoria prefallimentare ha il compito di accertare che sussistano i presupposti necessari per la fallibilità, e a tale accertamento dovrà seguire tempestiva comunicazione al debitore, attraverso la notificazione del decreto di convocazione per lo svolgimento di un’udienza e quest’ultima non potrà avvenire prima che siano trascorsi 7 giorni.

 

La convocazione dovrà essere effettuata, anche se dagli atti si deduca che non sussistano i requisiti per il fallimento.

Inoltre, nell’ultimo comma dell’articolo 15  della legge fallimentare, si dispone che “se l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dall’atto dell’istruttoria prefallimentare è complessivamente inferiore ad euro 30.000” non si dà luogo alla dichiarazione di fallimento.

Questo importo è periodicamente aggiornato ogni tre anni con decreto del Ministero della giustizia sulla base dei valori ISTAT.

Il fallimento deve essere unico, perché riguarda l’intero patrimonio dell’imprenditore, è pronunciato e si svolge in un solo luogo e davanti a un solo tribunale.

Nel caso di più imprese facenti capo ad un unico imprenditore è competente per il fallimento il tribunale del luogo nel quale si trova la sede principale dell’impresa o la sede principale della maggior impresa.

Se non sia possibile individuare la sede principale di imprenditori che non hanno sedi stabili, si applica il principio della prevenzione.

Per sede dell’impresa s’intende il luogo dove sono collocati il centro degli affari, la direzione e amministrazione attinenti l’attività. La sede principale e l’azienda, o stabilimento, possono anche non coincidere.

Se la sede dichiarata non corrisponda a quella reale, avendo la pubblicità efficacia dichiarativa, sarà competente il tribunale del luogo della sede effettiva.

 

Il procedimento per la dichiarazione di fallimento si svolge davanti al tribunale in composizione collegiale con le modalità dei procedimenti in camera di consiglio.

Il procedimento camerale è un procedimento speciale a cognizione piena, che da un lato rende più spedito e concentrato il procedimento, e dall’altro rispetta le garanzie costituzionali prescritte dall’art 111 costituzione , secondo il principio del contraddittorio, e il diritto alla prova.

Il tribunale può delegare l’istruttoria a un giudice relatore che poi riferirà al collegio, non si può delegare la pronuncia del provvedimento finale che è attribuita al collegio.

 


Dott.ssa Alessandra Concas

Trust per protezione patrimoniale

Trust di protezione dei beni della famiglia

Il Trust protegge la casa, ed i beni dei componenti della famiglia, da futuri, imprevedibili e indesiderati eventi nefasti legati all’attività:

a. professionale dei genitori; 

b. dei figli; 

in modo di gran lunga più efficace di quanto possa fare l’istituto del fondo patrimoniale.

Trust per proteggere il patrimonio

La protezione offerta da un Trust riguarda eventi futuri ed incerti, di carattere personale o patrimoniale, al verificarsi dei quali un soggetto teme che alcuni suoi beni possano essere appresi e distolti dalla destinazione da egli voluta.

Qualsiasi Trust offre protezione patrimoniale, in quanto i beni conferiti in Trust non sono più nella sfera giuridica del soggetto Disponente, ma sono segregati nel patrimonio del Trustee; nei Trust di protezione patrimoniale tale effetto è maggiormente evidenziato.

 

Protezione di un bene nel tempo

Il Trust consente ad un soggetto, il Disponente, di proteggere un bene a lui caro (per es: casa di villeggiatura, auto storica, collezione di quadri) ricevuto per successione o acquistato con i propri mezzi.

Con il Trust il bene sarà quindi segregato e protetto da eventuali future vicende personali legate alla persona del proprietario, nonché da creditori propri e da quelli dei suoi figli.

 

Condizione preliminare

Condizione preliminare ed imprescindibile affinché  il Trust svolga la sua funzione protettiva è che il Disponente non abbia pregresse situazioni di debito patologiche.

 

Illustrazione di Caso pratico

(La descrizione della fattispecie reale avviene in modo da garantire la riservatezza dei soggetti interessati)

 

Caso n.1

Un padre previdente

Un professionista, che chiameremo Carlo, è un medico chirurgo quarantenne.

Egli vuole destinare alcuni dei suoi beni (denaro, immobili e quote societarie) per le esigenze di vita future della famiglia e di sua figlia Arianna, ora minorenne.

Oltre a ciò vuole realizzare anche i seguenti ulteriori desideri:

  1. che i redditi derivanti dai beni siano accumulati ed impiegati per le esigenze di vita della famiglia;
  2. che alcuni beni possano essere impiegati per le necessità di vita o mediche di Carlo e di sua moglie, qualora non sia in grado di farvi fronte con il proprio reddito;
  3. che uno degli immobili (la casa di campagna) sia goduto dai discendenti di Carlo, ma che non possa mai essere venduto, (tranne in casi eccezionali da Carlo previsti) in quanto appartiene alla famiglia di Carlo da generazioni.

La soluzione con il Trust

I meritevoli interessi di Carlo sono stati conseguiti e tutelati con un Trust appositamente progettato e strutturato per lo specifico caso.

 

Caso n. 2 

Una mamma preoccupata per il suo patrimonio

Una signora di Lucca nel corso della sua vita ha donato parte dei suoi beni al figlio, soggetto scialacquatore dedito solo alla bella vita.

Ora ha deciso di proteggere i restanti suoi beni (immobili, denaro e opere d’arte), corrispondenti alla quota disponibile del suo patrimonio, dalla loro caduta in successione al figlio scialacquatore.

Inoltre intende realizzare anche i seguenti desideri:

  1. che i beni siano destinati alla nipotina, per sostenerla negli studi o per iniziare una professione, e che sino ad allora siano gestiti in modo oculato;
  2. che sino a che la signora sarà in vita i redditi prodotti dai beni saranno accumulati e le saranno attribuiti per quella parte necessaria eventualmente ad integrare il suo reddito in caso di necessità mediche;
  3. che il figlio sia aiutato, ma solo in caso di gravi motivi di salute e che possa continuare ad abitare per tutta la vita in uno degli immobili.

La soluzione con il Trust

I meritevoli interessi della signora di Lucca sono stati conseguiti e tutelati con un Trust appositamente progettato e strutturato per lo specifico caso.

Giurisprudenza recente sulla responsabilità medica

La responsabilità del medico è limitata alle ipotesi di dolo o colpa grave ex art. 2236, comma 2, c.c. allorché si presentino casi implicanti risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà che trascendono la preparazione media o non ancora esaustivamente studiati dalla scienza medica . Viceversa, a fronte di casi di facile soluzione la responsabilità in parola sussiste anche per colpa lieve, essendo richiesta la diligenza prevista dall’art. 1176, comma 2, c.c. che implica il rispetto degli accorgimenti e delle regole tecniche connesse all’esercizio della professione e ricomprendente pertanto anche la perizia.

App. Roma Sez. III, 05/07/2011
App. Napoli Sez. III, 30/06/2011

In materia di responsabilità medica, la risarcibilità del danno da lesione della salute che si verifichi per le non imprevedibili conseguenze dell’intervento chirurgico eseguito correttamente, nel rispetto delle regole dell’arte, tuttavia effettuato senza la preventiva informazione del paziente in ordine ai suoi possibili effetti pregiudizievoli e, dunque, effettuato in assenza di un consenso consapevolmente prestato, richiede necessariamente di accertare che il medesimo paziente, se fosse stato adeguatamente informato, avrebbe rifiutato di sottoporsi a tale intervento.
App. Napoli Sez. III, 30/06/2011